E chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a parlare in termini tanto positivi di un film di Tony Scott? Se già Nemico Pubblico (1998) aveva sorpreso muovendosi in bilico tra spy-story e thriller, il fantascientifico Déjà Vu viene a tendermi un’imboscata praticamente nel giardino di casa, e la cosa brutta è che l’agguato centra in pieno il bersaglio.

Ecco un caso emblematico di sottostima artificialmente indotta: avendo raccolto fredde critiche dagli esperti del settore e reazioni positive dalla critica generalista (concentrata come ormai d’abitudine solo sugli aspetti più immediati e superficiali, come dimostra la rassegna raccolta dalla scheda del film su Cinematografo.it), all’uscita nelle sale ero stato erroneamente indotto a diffidare della pellicola. Ho così approfittato del passaggio televisivo dell’altra sera per recuperare senza fretta, com’è mia consuetudine con i titoli di seconda e terza scelta nelle mie liste di visione. E ho potuto quindi realizzare quale terribile errore di valutazione avessi commesso a suo tempo.

Déjà Vu (2006) è un film spiazzante, dal primo fotogramma – scene di festa sul molo di Algiers davanti a New Orleans che preludono a una catastrofe imminente: attimi di vita rubati con scrupolo quasi ossessivo a un giorno qualunque di gente comune – all’ultimo – un fermo immagine così demodé da riuscire a suo modo fuori da ogni schema o convenzione. In mezzo c’è tutto il cinema che non ti aspetteresti da Tony Scott, bene amalgamato con quanto di meglio il regista inglese aveva saputo mostrarci nelle sue opere precedenti. Alla prima categoria appartengono il controllo totale sull’impatto emotivo delle situazioni, la solidità narrativa, un tocco di romanticismo funzionale alla storia senza mai essere invadente. Nella seconda ricadono l’uso impeccabile dei mezzi tecnici, le soluzioni registiche tanto improbabili da dare le vertigini (ma, se non altro, dispensate in dosi che non rischiano di indurre assuefazione), la costruzione di un meccanismo implacabile congegnato con precisione da orologiaio.

Breve sinossi: Nel tentativo di far luce su una tragedia costata la vita a centinaia di persone imbarcate su un traghetto, l’agente dell’ATF Doug Carlin (Denzel Washington) s’imbatte nel cadavere di una ragazza collegata in maniera misteriosa al disastro. Mentre acquista valore la pista del terrorismo, Carlin scava nel privato della ragazza (Paula Patton) e si avvicina più di chiunque altri alla verita sepolta dietro al caso. I suoi progressi non mancano di attirare l’attenzione di un’unità top secret dell’FBI, che sembrerebbe in grado di sfruttare un canale spazio-temporale privilegiato, concesso da una tecnologia avveniristica, per cogliere informazioni preziose dal passato. Con due vincoli: si può guardare solo 4 giorni e 6 ore indietro nel tempo. E per una volta sola.

Il film può essere idealmente diviso in tre parti: la prima di natura prettamente poliziesca, in cui cominciano a essere disseminati elementi per la prima svolta; la seconda, che segue l’introduzione dell’elemento fantascientifico del viaggio nel tempo, senza arrivare a dispiegarne le potenzialità in tutta la loro portata; l’ultima, che si compie con la rivelazione di tutte le carte e la combinazione definitiva di tutti i tasselli nel loro posto all’interno del mosaico. Questa progressione costante permette a Scott di tenere alto il livello narrativo al di là delle semplici – ma sempre suggestive – trovate tecniche di montaggio, in cui è da segnalare perlomeno la resa fenomenale della sovrapposizione di piani temporali, con il passato che s’insinua nel presente efficace metafora anche di questi tempi vissuti all’insegna del senso di colpa e dell’orrore, della paura come del pentimento.

Déjà Vu è infatti un film che parla in maniera piuttosto esplicita di guerra al terrore, senza scadere mai nella retorica. La scelta di ambientare la storia in una New Orleans ancora ferita dall’uragano (e fotografata nella sua devastazione) è in sé provocatoria e coraggiosa e si completa nella dedica finale alle vittime di Katrina che precede i titoli di coda. Denzel Washington offre una recitazione convincente e decisamente più riuscita delle sue precedenti esperienze con la fantascienza (il poco riuscito Virtuality di Brett Leonard, 1995, e il più recente The Manchurian Candidate di Jonathan Demme, 2004). E anche se i risvolti del ponte spazio-temporale di 4 giorni e 6 ore avrebbero potuto ricevere giustificazioni meno confuse e pretestuose (in questo è troppa la carne messa al fuoco da parte degli sceneggiatori Terry Rossio e Bill Marsilii), i punti a favore alla fine surclassano le poche ingenuità, rendendole tollerabili anche nella prospettiva delle innumerevoli altre opere (film, serie TV, romanzi, racconti) che hanno giocato sullo stesso tema.

Le riflessioni sulla memoria e sulla visione ricollegano Déjà Vu ai migliori titoli fantascientifici degli ultimi anni. Strange Days, Donnie Darko, Minority Report sono solo i primi che mi vengono in mente. E di questi 2 su 3 vanno a inserirsi come la pellicola di Scott nel fortunato filone del crossover tra poliziesco e fantascienza ormai etichettato come future noir.

Che Tony Scott sia diventato più bravo del fratello Ridley? Di sicuro, ora come ora, sarei disposto ad accettare anche una possibile alternativa dietro la camera da presa dell’eventuale Blade Runner 2, tornato alla ribalta come ipotesi di lavoro con i rumors insistenti di questi ultimi giorni.