Archive for Gennaio, 2009

Greene ai confini del tempo

Posted on Gennaio 20th, 2009 in Letture | 3 Comments »

Ecco un’ottima occasione per avvicinare i lettori giovanissimi al senso del meraviglioso che accomuna scienza e fantascienza: si chiama Icaro ai confini del tempo, è un racconto di fantascienza (quasi una favola) scritto dal fisico americano Brian Greene e arricchito dagli stupendi scatti di Hubble (qua sotto potete vedere l’incubatrice stellare della Nebulosa Tarantola, nella Grande Nube di Magellano, una delle galassie satellite della nostra Via Lattea), ed è uscito intorno a Natale per i tipi di Codice Edizioni. Davvero consigliato, ai lettori di tutte le età.

 

Alastair Reynolds: Diamond Dogs

Posted on Gennaio 19th, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 1 Comment »

[Avvertenza: il pezzo che segue non è una recensione, ma una raccolta di note e appunti di lettura, e pertanto la concentrazione di spoiler è piuttosto alta. Chi non avesse ancora letto l'opera in questione e non volesse rovinarsi il piacere della scoperta, è messo in guardia.]

La Guglia di Sangue (Diamond Dogs, 2001) è un piccolo gioiello. In questo romanzo breve il talento di Alastair Reynolds si rivela ai lettori italiani ancor meglio che nel primo titolo tradotto in Italia, il racconto “Glaciale” apparso nel 2005 nel Millemondi Urania Scorciatoie nello Spaziotempo (traduzione dell’Year’s Best SF 7 di David Hartwell, 2002). Il merito va riconosciuto alla Perseo Libri di Ugo Malaguti, ora rinata sotto il marchio Elara Libri, per avercelo proposto nel bel numero 73 di Nova Sf*, uscito a inizio 2007.

Richard Swift, il protagonista, viene ingaggiato dal suo vecchio amico Roland Childe per una missione su un pianeta esterno, dove una precedente spedizione ha rinvenuto un misterioso manufatto alieno: una torre che è anche un meccanismo, un oggetto in qualche misura senziente, che sfida i suoi ospiti proponendo enigmi matematici. La Guglia che dà il titolo all’edizione italiana è la versione aliena del Cubo conosciuto nell’omonimo cult movie del 1997 diretto da Vincenzo Natali. Il legame che unisce Richard e Childe è viscerale, fondato sul senso della sfida e della competizione che li spinge a confrontarsi su campi di battaglia sempre più ostici. La guglia sembrerebbe prestarsi per la sfida finale. Richard non può rinunciare e s’imbarca in un’impresa che nasce fin da subito sotto i presagi peggiori. Le sfide che pone la Guglia non sono infatti senza prezzo: superarle significa accedere al livello successivo, verso la sommità della sua architettura; ma fallire implica un pegno, pagato con il dolore della propria carne. A farne le spese sono tutti i membri della spedizione: dopo le prime mutilazioni, è la volta delle prime morti. E il conto delle vittime della Guglia non fa che aumentare lungo le sue stanze terribili, attraverso le pagine di questa storia memorabile. Su un piano metaforico, è come se la struttura si cibasse dell’umanità dei suoi ospiti, alienando sempre più le loro coscienze. Ma quanti sono stati davvero i precedenti tentativi di esplorazione della struttura? E perché Childe ha assemblato una squadra che oltre che alle facoltà degli specialisti in giochi può affidarsi anche alle perversioni di uno scienziato pazzo?

La Guglia di Sangue non è “solo un’altra canzone futuristica, solitaria e un po’ kitsch”, come cantava David Bowie nella canzone che dà il titolo alla sua stesura originaria. È un compendio dell’universo di Reynolds, noto sulla scia del suo romanzo d’esordio come lo Spazio della Rivelazione (Revelation Space, 2000, è uno dei titoli annunciati da Giuseppe Lippi per la nuova stagione di “Urania”, precisamente per settembre). Apprendiamo in queste pagine del triste destino di Yellowstone, il tempio della civiltà umana nel sistema di Epsilon Eridani, e della sua capitale Chasm City, devastati dalla piaga di un virus nanotech. E conosciamo alcune delle fazioni umane che animano la scena del futuro secondo Reynolds (che in questo tradisce un grosso debito di riconoscenza verso l’universo della Matrice Spezzata di Bruce Sterling).

Ottimamente delineati i personaggi: Childe fonde caratteristiche faustiane in una personalità machiavellica; il dottor Trintignant, che ormai ha rimpiazzato pezzo dopo pezzo quasi ogni componente organica del suo corpo, conduce fino alle estreme conseguenze la sua perversa ossessione per il proprio lavoro, al punto di suicidarsi pur di preservarlo intatto; Celestina, la ex-moglie di Richard, ha acquisito facoltà matematiche transumane insieme a schemi di percezione aliena, nel corso di una spedizione sperimentale che la aveva condotta lontano dal marito; e per finire Richard, che all’inizio della storia non riconosce Celestina (per aver proceduto alla rimozione sistematica del ricordo di lei) e alla fine non riconosce invece se stesso, trasformato in una creatura meccanica, mossa solo dall’istinto della sfida. Un cane di diamante, come richiamato nel titolo, a cui – dopo essere stato tagliato fuori dall’umanità (postumanità) di Chasm City – non resta che tornare alla caccia intellettuale e al contempo irrazionale, nel confronto eterno con Childe.

The Diamond Dogs are poachers
and they hide behind trees
Hunt you to the ground they will,
mannequins with kill appeal
David BowieDiamond Dogs (1974)

Sola andata per Port Armstrong

Posted on Gennaio 18th, 2009 in False Memorie | No Comments »

10 lunari per un sogno di libertà. Ancora da English Russia.

Ancora su “Logica del dominio”

Posted on Gennaio 17th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Kipple, ROSTA | 1 Comment »

Tra i feedback al racconto, due sono di amici, per cui da prendere con le molle (siete avvertiti): Carmine Treanni (direttore di Delos SF) ha pubblicato delle considerazioni fin troppo lusinghiere nei riguardi dell’opera e miei sul suo blog; Thriller Magazine ospita oggi invece uno scambio di punti di vista con il compagno Fernosky, raccolto nella cornice di un’intervista. Tra l’altro, mi sono accorto che si tratta del mio primo intervento “pubblico” sul lavoro di Saviano e parlare di un libro di ormai 3 anni fa per la sua attualità un po’ inquieta, ma rappresenta la risposta migliore a quanti premono per la dimenticanza. Ma la chiacchierata è stata anche l’opportunità per un discorso che abbraccia i generi e la loro valenza nel panorama attuale delle lettere. Dal mio punto di vista personale, naturalmente.

Eventuali ulteriori feedback da parte vostra saranno come sempre graditi.

[Foto di Luigi Caterino.]

Radioactive Danger Polar Blues

Posted on Gennaio 15th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Fantascienza, Futuro, Kipple | 8 Comments »

La ragione per cui l’ex-impero sovietico continua a esercitare un fascino persistente (e perturbante) su tanti scrittori di fantascienza e non solo (anche in Italia, come dimostrano in una certa misura i vincitori degli ultimi premi Fantascienza.com e Urania), anche a tanti anni dal suo collasso, credo che derivi dalla vasta nube di non-conoscenza che ancora avvolge gran parte degli elementi di quell’epoca. L’URSS non è mai stata un modello di trasparenza e le cose che si continuano a scoprire oggi lasciano senza parole, perché sembrano davvero uscite dalle pagine di fantascienza di uno scrittore come J.G. Ballard, con i suoi cacciatori di relitti spaziali tra le dune delle installazioni NASA abbandonate.

Di fronte al reportage segnalato da William Gibson sul suo blog, anche il fantasmagorico utilizzo letterario dell’ekranoplano da parte di Charlie Stross impallidisce. Un documento eccezionale, e chi ha letto Stazione delle maree sull’iterazione 08 di NeXT non farà fatica a comprendere i motivi della forte carica suggestiva che provo di fronte a queste immagini.

La storia, in breve: all’epoca dell’URSS, il Partito Comunista fece costruire una rete di fari per guidare le navi-cargo nelle loro rotte polari dall’estremo oriente verso ovest. Il percorso più breve rasentava le coste del nord del paese, in gran parte posizionate oltre il Circolo Polare Artico, lungo la cosiddetta Northern Sea Route. Regioni disabitate e ostili alla vita, remote da avamposti umani. Per questo gli scienziati al servizio del PCUS misero a punto dei piccoli reattori nucleari in grado di fornire ai fari l’energia necessaria per portare avanti il loro lavoro, anche per anni, senza il bisogno di grandi opere di manutenzione. I fari svolsero il loro lavoro egregiamente, finché il collasso dell’URSS non li consegnò all’abbandono. Le strutture persero anche quel po’ di manutenzione a cui avrebbero avuto diritto e finirono nel mirino degli scorridori che imperversano nelle regioni estreme dell’ex-impero. Insieme ai cacciatori di relitti spaziali fotografati dal norvegese Jonas Bendiksen, si è attestata anche una categoria di saccheggiatori di fari nucleari. Komatoz ci porta a conoscerne le abitudini con i suoi scatti. Rame e altri metalli sono il loro bersaglio, che li spinge a violare installazioni ormai ad elevatissimo rischio di contaminazione radioattiva nel completo disprezzo dei segnali di avvertimento e di qualsiasi norma di prudenza.

Uno dei racconti più terrificanti che io abbia mai letto è “Piccole suture sulla schiena di un morto”, un gioiellino sul day after firmato da quel genio multiforme che risponde al nome di Joe R. Lansdale. Chi l’ha letto capirà immediatamente, a chi non lo conosce non posso fare altro che consigliare un recupero immediato dell’antologia Maneggiare con cura del Champion Mojo Storyteller. Vi si narra la storia di un uomo, forse l’ultimo sopravvissuto all’olocausto, assediato nel suo rifugio in un faro abbandonato da legioni di piante carnivore. E dei suoi rimorsi.

La galleria di Komatoz me lo ha subito richiamato alla mente. Il futuro era già qui, prima che riuscissimo a vederlo.

D’oh! Mr Pynchon, right about here?

Posted on Gennaio 14th, 2009 in False Memorie | 6 Comments »

Non so se ve ne siete accorti, ma Thomas Pynchon è venuto a postare qui un brano di Inherent Vice (previsto in uscita per la Penguin il prossimo agosto). Ne sono onorato. Chissà se vale come apparizione pubblica…

Back to Kipple, on the river

Posted on Gennaio 14th, 2009 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Parlavo qualche mese fa del pessimo stato di conservazione in cui versano le sponde del fiume Sele. In quell’articolo concentravo il fuoco delle parole soprattutto sulla gestione dei rifiuti da parte della regione Campania. L’isola ecologica di Calabritto, come davo notizia nei giorni scorsi, è poi stata riaperta e rimessa in funzione. Ma intanto qualcun altro ha scoperto le magagne politiche che stanno dietro la gestione del fiume. Tre autorità di bacino per tutelarne le acque, tra le più inquinate d’Italia. Anche questa è una storia da Bassitalia.

Tempi dispari sulla fantascienza

Posted on Gennaio 13th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

Questa sera, a partire dalle 21.30 su Rainews24, Tempi Dispari di Francesco Gatti dedicherà ampio spazio alla fantascienza italiana, parlandone con gli autori di Urania. Tra cui il sottoscritto. E neanche voi potete mancare.

Update: Per chi fosse sprovvisto di satellite, ricordo che Rainews24 è accessibile anche in streaming.

American Acropolis

Posted on Gennaio 12th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Kipple, Transizioni | 6 Comments »

Detroit, Las Vegas: Poleis decadute. Se la capitale dell’auto è ormai in tendenza negativa da decenni, tornata ai livelli demografici di 90 anni fa e afflitta da tassi di disoccupazione sulla soglia del 10%, adesso anche la capitale del gioco d’azzardo comincia a risentire della crisi. La recessione deve avere ispirato prudenza ai giocatori americani, dopo che tanti lavoratori erano già finiti in strada. Dopo gli anni rampanti dell’edonismo reaganiano, le magagne di decenni di capricci conditi di recente col pepe della finanza creativa hanno portato alla situazione oggi sotto gli occhi di tutti. La parabola discendente di Flint, uno dei sobborghi di Detroit, è stata narrata da Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11. Se non lo avete ancora fatto, consultate anche il quadro impietoso tracciato da Mr. Alan D. Altieri su Carmilla (dal fondo del barile al meltdown), e capirete come è stato possibile arrivare a questo punto.


Detroit al tramonto.

La crisi demografica e sociale delle città è sintomatica dello stato delle cose. Dopotutto è un dato di fatto che a partire dalla Rivoluzione Industriale il capitalismo ha intrecciato in maniera inestricabile le sue sorti al destino delle città. Le città sono diventate i gangli vitali nell’attività economica delle nazioni, ruolo che hanno mantenuto anche con la transizione dalla produzione di beni alla fornitura di servizi. Questa logica ha portato naturalmente alla marginalizzazione delle periferie, dedicate - come nelle peggiori visioni distopiche - al parcheggio del proletariato, secondo un gradiente sociale sempre più difficile da scalare, complice anche il progressivo impoverimento del proletariato stesso e il suo assorbimento nel sottoproletariato. E non perché agli uomini la natura abbia negato l’audacia dei salmoni, ma semplicemente perché secoli di esercizio e consuetudini hanno agevolato il radicamento nel nostro codice comportamentale della routine homoHominiLupus.

[A quanto pare, ci è andato sempre bene e fino ad oggi nessuno si è lamentato più di tanto. A NOI che leggiamo i giornali, discutiamo di politica, ci interroghiamo sulla rilevanza sociale delle decisioni del governo e via dicendo... che attorno al centro di Napoli fossero alloggiati un numero ancora imprecisato di persone - due milioni, tre milioni? - invisibili ad ogni censimento, non ha mai recato disturbo più di tanto. Con l'esplosione della crisi dei rifiuti la loro invisibilità però è venuta meno e, se fino a ieri non ci preoccupavamo che questa gente avesse fognature, acqua potabile, elettricità e una istruzione da paese civile, la nostra coscienza si è trovata costretta a farne i conti. I blocchi stradali, le occupazioni, le proteste. Tutto questo porta a un'altra storia, che non voglio riprendere adesso, ma dimostra che la crisi delle città, a Napoli, ma anche a Roma, Milano o Parigi, stava covando già da un bel po', ci ha solo impiegato il tempo fisiologico necessario per raggiungere la nostra soglia di percezione pubblica.]

Senza dati alla mano ma per una volta senza timore di essere smentito, posso affermare che le metropoli odierne versano tutte, indifferentemente, nello stesso stato di precarietà. Crisi di fiducia, disagi crescenti al crescere della distanza dal centro, disoccupazione, marginalità dilagante.


Detroit, Bellevue Avenue. Dalla galleria del Time Magazine.

Detroit, oggi, è la proiezione futura delle città in cui viviamo. Cities on the edge of the Abyss. Fatevi un giro nella galleria del Time per avere percezione delle rovine dell’America: stazioni abbandonate, teatri convertiti in garage, stabilimenti trasformati in rifugi per senzatetto. Il futuro è passato di qui e ha lasciato solo macerie. Reperti di archeologia post-industriale. American Acropolis, per dirla con William Gibson: da nucleo senziente a metastasi incontrollata e incontrollabile, quintessenza dello sfacelo e della disintegrazione. Decadenza, è questo il nome scritto nel futuro delle città, a meno di un drastico cambio di rotta. E per molte di esse non sarà necessario aspettare il corso della natura, come prospettava Forbes qualche anno fa. Big One e Vesuvio potranno essere facilmente anticipati dall’uomo, come dimostra l’esperienza con il Kipple partenopeo, altra emblematica vetrina delle potenzialità della legione.


Ancora Detroit, fotografata da Graham Davis.

La tendenza può essere invertita, ovvio. Ma occorre lavorarci. Di certo, allo stato attuale delle cose, visioni di qualche anno fa come la Victory City, la “Città del Futuro” di Orville Simpson II richiamata proprio da Gibson sul suo blog il mese scorso, sono quanto di più vicino all’utopia si possa trovare in circolazione.


Victory City, nel progetto di Orville Simpson II.

Il suicidio quantistico allo specchio

Posted on Gennaio 10th, 2009 in Connettivismo, Proiezioni, ROSTA | 3 Comments »

Una mia piccola recensione al corto di Alberto Rizzi tratto dal racconto Lo specchio e la pistola di Alex Tonelli. Una bella tappa nel percorso multimediale del connettivismo. Dopo averne parlato qualche settimana fa, rinnovo qui i miei complimenti ad Alex e a tutta la troupe.

Per chi volesse invece approfondire la questione del suicidio quantistico, non posso che consigliare i titoli citati nell’articolo (del film The Prestige abbiamo parlato anche su questo blog) e questo lavoro teorico di Max Tegmark sull’interpretazione multi-mondo della meccanica quantistica proposta da Hugh Everett. Enjoy!

[Nella foto: Oak Tree Sunset City, foto di Ansel Adams. Una bella rappresentazione naturale dell'albero delle vite possibili, nell'interpretazione many worlds di Hugh Everett.]