La creatura che vedete qui sopra è un celacanto (Latimeria chalumnae), esponente della più antica linea evolutiva di pesci che si conosca. I reperti fossili conosciuti permettono di datarne la comparsa intorno a 410 milioni di anni, nel Medio Davoniano, e a lungo è stata considerata una specie estinta fin dal Cretaceo (circa 80 milioni di anni fa), finché nel 1938 non ne venne pescato un esemplare al largo dalle coste del Sudafrica. E negli anni seguenti altri avvistamenti hanno permesso di tracciarne la presenza in Madagascar, Kenya, Tanzania e Mozambico. Una seconda specie dello stesso genere (L. menadoensis) è stata rintracciata invece in Indonesia nel 1999.

Creature piuttosto schive, i celacanti arrivano a 80 kg di peso e anche 2 metri di lunghezza, e possono vivere fino a 60 anni (per informazioni ulteriori vi rimando alla relativa pagina di Wikipedia). Queste creature sono affascinanti per diversi aspetti legati al loro status di fossili viventi, ma la loro caratteristica principale è proprio quella di avere conservato molte caratteristiche dei loro antenati di centinaia di milioni di anni fa. La qual cosa ne fa - quasi - dei campioni di persistenza. Mentre altri pesci e invertebrati si evolvevano drasticamente, trilobiti e ammoniti si estinguevano, e specie più adatte soppiantavano le altre nella naturale evoluzione degli ecosistemi, i celacanti sono riusciti a preservarsi con piccole modifiche che li rendono al contempo diversi dalle numerose specie dello stesso genere che popolavano gli oceani nel Davoniano, ma pur sempre unici nel panorama tassonomico odierno (per esempio il giunto intercraniale che ne separa la parte inferiore del cranio da quella superiore). Non è un caso che abbiano ispirato a Robert Reed un racconto omonimo dalle forti sfumature postumaniste.

Mi piace parlarne perché il celacanto è stato richiamato in un articolo di Repubblica.it mentre nei giorni scorsi qui si parlava di evoluzione. Non esattamente una coincidenza, ma mentre a scuola il celacanto ci veniva mostrato quale bizzarria evolutiva nei bozzetti dei naturalisti, solo adesso - spinto dalla curiosità ravvivata - sono riuscito in effetti a recuperarne on-line delle foto dal vivo.

Da quando il loro genere è comparso, il Sole ha appena completato la sua seconda rivoluzione (periodo stimato: 200 milioni di anni) attorno al nucleo galattico. L’uomo arriverà a vederne concluso il primo? E’ una di quelle domande che schiudono una prospettiva vertiginosa sull’abisso del tempo. Se l’uomo come genere è infatti comparso circa 2,5 milioni di anni fa, la specie homo sapiens ha appena 130.000 anni e nel corso della sua breve esistenza sembrerebbe avere già dovuto affrontare gravi momenti di crisi (secondo la Teoria della Catastrofe di Toba, circa 70.000 anni fa un’eruzione decimò la popolazione umana sulla Terra a un gruppo di poche migliaia di individui, selezionandone rigidamente il pool genico).

Nel suo articolo sulle recenti scoperte che hanno riguardato le dimensioni e la velocità di rotazione della Via Lattea, apparso ieri sul Corriere.it, Giovanni Caprara prospetta che prima della catastrofe che porterà alla fusione della nostra galassia con Andromeda (nella foto, ripresa nell’infrarosso dal telescopio Spitzer della NASA) l’uomo avrà probabilmente trovato la sua via per le stelle, adattandosi alla vita spaziale. Quello che non dice è che per riuscirci l’uomo dovrà probabilmente rinunciare - se non altro temporaneamente - a molte delle caratteristiche biologiche che oggi lo contraddistinguono come tale.

L’origine della civiltà viene fatta convenzionalmente (da cui l’etimologia del termine) risalire alla fondazione provata della prima città (e la consultazione di una lista degli insediamenti urbani più antichi può rivelarsi estremamente interessante). Proviamo a immaginare brevemente cosa è successo dal 6000 a.C. ad oggi: esplorazioni, scoperte, teoremi, teorie, architettura, arte, letteratura. L’invenzione della stampa, l’avvento dell’elettronica e dell’aviazione, lo sbarco sulla Luna, internet (e adesso, forse, anche la wiTricity). E proviamo a proiettare tutto questo sulla scala logaritmica dei prossimi 8000 anni. Non avremo coperto che un anno ogni 25.000 di esistenza dei celacanti.

Personalmente mi trovo in accordo sulla definizione di civiltà basata sull’uso consapevole della tecnica e sulla sua trasmissione generazione dopo generazione (concetto da cui è poi derivato lo studio di Kardashev sugli stadi di civilizzazione). Possiamo allora sostenere che l’uso della tecnologia, e pertanto la civilizzazione, acceleri l’evoluzione delle specie? Per il momento, abbiamo un’unica cavia e troppo poco tempo per trarre delle osservazioni significative. Ma la questione è intrigante. E la contrapposizione con i celacanti carica di suggestioni. Magari, materiale per qualche futuro lavoro.