Come negli ultimi giorni è stato da più parti ripetuto, quest’anno compie 150 anni quello che in tutta onestà è uno dei lavori scientifici più importanti nella storia del pensiero dell’umanità: On the Origins of Species (da noi volgarmente noto come L’origine delle specie), del buon vecchio Charles Darwin. Ispirato dalle osservazioni raccolte durante il viaggio a bordo del brigantino di Sua Maestà Beagle, tra il 1831 e il 1836, Darwin giunse a definire la sua teoria in questo testo che gli valse fin da subito enorme popolarità e violente bordate critiche. Come tutti sappiamo la sua importanza è connessa alla divulgazione del concetto di evoluzione e di selezione naturale, che gli ha anche meritato una posizione di privilegio nei successivi sviluppi della biologia e della genetica, conducendo nel tempo - attraverso un meccanismo continuo di raffinazione - all’attuale sintesi moderna del neodarwinismo (abbracciato, nelle sue varianti, da un buon 99% della comunità scientifica).

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un progressivo inasprimento della disputa tra creazionisti ed evoluzionisti, che ha portato all’esaltazione da parte di certa ”informazione” o presunta tale (in effetti sarebbe piuttosto il caso di parlare di propaganda) delle posizioni - concettualmente paradossali - del pensiero antievoluzionista. Basti pensare al risalto dato al cosiddetto Disegno Intelligente. In un certo senso l’anniversario ricorre quindi in un momento quanto mai conveniente. Quanto meno, si spera che i riflettori accesi dalla presunta informazione di cui sopra servano a ripristinare quel minimo di equilibrio che gioverebbe alla cultura e al senso critico dei 6 miliardi e rotti di inquilini di Madre Terra che all’evoluzione dovrebbero rivolgere un grazie ogni mattina.

In effetti, trovo un po’ deprimente dibattere di qualcosa di fronte all’evidenza schiacciante delle prove raccolte. Sarebbe al contrario molto più stimolante affrontare - in opere di fiction ma anche solo nell’ambito di quelle sempre più rare e preziose discussioni amichevoli intrattenute per puro piacere speculativo - dei confini ancora piuttosto nebulosi della teoria, come potrebbe essere ad esempio la sociobiologia di Wilson. Ma mi rendo anche conto che farlo con cognizione di causa richiederebbe avere prima sgomberato il campo dalle possibili fonti di equivoco. La prudenza non è mai troppa, specie in tempi come questi.

Pertanto ben vengano le celebrazioni. Personalmente, trovo molto più edificante per il mio amor proprio pensare che il mio trisavolo fisse una scimmia, piuttosto che il Signore Iddio Onnipotente, Creatore del Cielo e della Terra, o Chi per Lui. Il concetto di mutazione sotteso a entrambe le visioni mette a confronto due prospettive speculari. Nella prima, se non altro, è insita quella scintilla di fiducia nel riscatto che credo sia una delle poche cose per cui gioire. Non altrettanto possono argomentare Ratzinger e lo stuolo di politici, intellettualoidi e fanatici pronti ad annuire con soddisfazione ad ogni sua battuta di spirito, quando non addirittura a lanciarsi con convinzione e pretese da martiri in crociate ideologiche prive della minima ragione. Tuttavia siamo in un mondo libero, più o meno, e ognuno è libero di investire il proprio tempo e la propria fiducia come crede. Mi resta solo il dubbio che possa davvero definirsi “evoluta” una civiltà che non ha ancora trovato il coraggio di accettare una teoria dell’evoluzione basata su prove inconfutabili. Ma è anche vero che idrogeno e idiozia - come diceva quel tale - sono gli elementi più comuni dell’universo. E sul primo non c’è ancora la certezza.

 

[Nelle illustrazioni: caricatura di C. Darwin come scimpanzé; l'Albero della Vita abbozzato da Darwin nei suoi appunti intorno al 1837; il passaggio del brigantino Beagle dalla Terra del Fuoco visto da Conrad Martens.]