La notizia è che Bruce Sterling è tornato. Non è lo Sterling che ci aveva incantato con le visioni transumaniste della Matrice Spezzata (1982), ma per fortuna neanche quello che ci aveva deluso con l’acritica esaltazione di tecnologia e iperliberismo fusi in un insipido corporativismo tecnocratico che essudava da Isole nella Rete (1998). Siamo piuttosto dalle parti dei malinconici quadretti di Un futuro all’antica, la sorprendente antologia del 1999 che ci aveva rivelato un aspetto inedito della personalità eclettica di questo Autore. Adesso a farci provare nuovamente il gusto dell’indagine sociale, l’ebbrezza dello scavo filologico negli strati sedimentati nell’immaginario del nostro basso futuro, ci pensa il suo ultimo romanzo breve, finalista al premio Nebula e pubblicato da Delos Books nella collana Odissea Fantascienza lo scorso novembre con il titolo Il chiosco (in un’ottima traduzione firmata Jasmina Tesanovic e Salvatore Proietti). Un’occasione per ricominciare a parlare di futuro, che potrebbe riuscire anche in un efficace regalo per Natale.

Una galleria di personaggi si muove intorno all’impresa del nuovo secolo, fiutata da un rigattiere del vecchio quartiere degli artisti di Belgrado. La società iugoslava è in frantumi, le cicatrici segnano ancora i corpi e la memoria del suo popolo, ma a ridosso delle Transizioni che hanno posto termine, in rapida sequenza, alle illusioni del comunismo e del globalismo, con l’avvento delle innovative nanotecnologie che permettono di manipolare nanotubi di carbonio all’interno degli astrusi fabbricatori, c’è già chi ha fiutato la possibilità di una Terza Transizione che porti all’agognata parificazione sociale. Il richiamo dell’affare attirerà presto le attenzioni di organizzazioni criminali e politicanti disposti a tutto.

Eccone una piccola anteprima:

Prima di installare il fabbricatore, nel chiosco di Borislav si potevano trovare le solite cose che avevano tutti gli altri chioschi: gomma da masticare, cioccolatini, bottiglie di alcol scadente da comprare all’ultimo momento, scintillanti portachiavi souvenir che i turisti non avrebbero mai usato in nessuna occasione. Quegli oggetti erano l’essenza stessa della vita di un chiosco.
Ora però le cose erano diverse, grazie  a quelle colorate schede di plastica con i modelli 3D. I ragazzi più grandi già le collezionavano: non i giocattoli che ci si facevano, ma le schede stesse.
E proprio quel giorno, dal suo solito posto nel cubicolo dalle pareti in vetro, Borislav aveva compiuto il passo logico successivo. Aveva offerto ai ragazzi schede da collezione ultra-scintillanti, carissime, che non avrebbero mai prodotto nessun tipo di giocattolo.
E naturalmente i ragazzini erano impazziti per averle. Ne aveva vendute cento.
E anche in questo c’era una logica che Borislav non comprendeva. Lui agiva con l’istinto del venditore da strada.
Sapeva che i ragazzini, per la loro stessa natura, non erano in grado di comprendere l’importanza del denaro. E Borislav si rendeva conto che prendere quello che gli potevano offrire non era il suo vero scopo.
Loro portavano il senso del futuro. Il ribollire della loro energia era il sintomo di qualcosa di più grande.
Borislav non aveva una parola per definire tutto questo, ma lo percepiva, nello stesso modo in cui con la sua gamba dolorante percepiva l’approssimarsi di un temporale.
Il senso del futuro poteva portare soldi a un uomo. I soldi non avevano mai salvato un uomo senza futuro.