“Urania” questo mese ha voluto regalarci la prima parte della maxi-antologia Best of the Best, in cui Gardner Dozois ha raccolto i racconti più rappresentativi da lui selezionati nell’annuale panoramica dei racconti migliori, a partire dal lontano 1983. “Lontano” sembra essere una parola quanto mai appropriata: non solo per me, che all’epoca avevo 2 anni e altre preoccupazioni che non la fantascienza (sebbene la fissazione per missili e astronavi sarebbe scattata di lì a poco), ma per il genere stesso e, di riflesso, l’appassionato che negli ultimi 25 anni gli ha visto cambiare pelle, pelo e vizio. L’anno dopo sarebbe stato pubblicato Neuromante, che non mi stanco di considerare il romanzo più importante dell’ultimo quarto di secolo (e forse qualcosa in più), e niente sarebbe più stato come prima.

Il meglio della SF comprende anche un racconto di William Gibson, che forse è il miglior racconto in assoluto tra quei pochi (e quasi sempre eccellenti) che il padre del cyberpunk ha scritto dal suo esordio nel 1977 (proprio con un racconto, dal titolo paradigmatico e ormai leggendario: “Frammenti di una rosa olografica”). Si tratta de “Il mercato d’inverno” (The Winter Market, 1985), che nel profilo che tracciavo di Gibson qualche anno fa avevo etichettato come “piccolo capolavoro”. Come scrivevo allora, “è un racconto che riprende una situazione fantascientifica da un’angolazione molto mainstream” ed è forse il risultato più “letterario” raggiunto da Gibson (non a caso fu pubblicato originariamente in un contesto estraneo al genere, sul Vancouver Magazine, testata che si propone di “informare, guidare e intrattenere gli abitanti di una città dinamica e internazionale”).

“Il mercato d’inverno” è un racconto che si confronta con una molteplicità di tematiche, senza paura di muoversi su più livelli:

a) universale, come il rapporto con la “non abilità”, la persistenza del ricordo, la ricaduta della tecnologia sui rapporti personali, la natura del prodotto artistico;
b) attuale e contingente, come le dinamiche della società dello spettacolo, la frattura tra dimensione privata e immagine pubblica, l’alienazione;
c) circostanziale, come la rabbia, la solitudine dell’individuo e la tensione alla ribellione (che oggi, come forse accadeva da qualche parte già in quegli anni ‘80, potrebbero essere fatte ricadere nella seconda categoria);
d) fantascientifico, come l’estensione della vita, la trascendenza della carne attraverso la digitalizzazione della coscienza, le tecniche per l’estrazione di ricordi, esperienze e sogni direttamente dalla loro sede nei circuiti della memoria.

Direi una formula promettente, che Gibson riesce a portare allo stato dell’arte, mettendo a frutto la maturazione stilistica sperimentata attraverso le pagine decisamente più ambiziose di Neuromante.

In una certa misura, “Il mercato d’inverno” vive anche nel rapporto intertestuale con il romanzo, sebbene - diversamente dai racconti della mini-trilogia dello Sprawl: “Johnny Mnemonic”, “La notte che bruciammo Chrome”, “New Rose Hotel” - non sia direttamente connesso a quello scenario. Tuttavia è la rete di riferimenti, situazioni e caratterizzazioni, che echeggia gli scenari di Neuromante. A partire dall’incipit (giocato ancora una volta sul colore del cielo) per arrivare al nome del protagonista, Casey, che al di là del puro attributo anagrafico sembra un Case ancora più cinico e disilluso, ma costretto a vivere in una parvenza di integrazione con la società. A differenza del padre di tutti i cowboy della console, Casey però ha un lavoro, anche se mette le proprie capacità professionali al servizio dei capricci di Lise, l’essenza del nichilismo, alla disperata ricerca di una nuova frontiera esistenziale.

Le mie considerazioni pseudo-critiche potete trovarle nell’articolo già citato e linkato, uscito per Delos SF n. 100 e intitolato William Gibson: nessuna mappa per questi territori. In questo post voglio riprendere, come invito alla lettura, le prime folgoranti righe del racconto (nella traduzione di Nicoletta Vallorani):

Piove molto, quassù; ci sono giorni, in inverno, in cui il cielo non diventa mai veramente chiaro, solo di un grigio uniforme. Ma ci sono anche giorni in cui è come se si aprisse di colpo, per tre minuti, un sipario sulle montagne illuminate dal sole, sospese nell’aria: come il prologo di un film girato da Dio. Era così il giorno in cui telefonarono i suoi agenti, dal cuore della loro piramide di specchi sul Beverly Boulevard, per dirmi che lei era entrata nella rete, che era arrivata in cima e che I re del sonno era tre volte platino. Io ho curato la maggior parte dei Re, ho fatto il lavoro di rilevamento cerebrale, ho rivisto tutto con il modulo di cancellazione rapida, perciò mi spettava una parte dei diritti d’autore.

No, dissi, no. Poi sì, sì, e riappesi. Mi infilai la giacca e feci le scale tre gradini alla volta, entrai nel bar più vicino e mi procurai un black-out di otto ore, che finì su un cornicione, dove mi trovai a solo due metri dalla tenebra della mezzanotte. Le acque del False Creek. Le luci della città e la solita calotta grigia del cielo, più piccola adesso, illuminata dai neon e dalle lampade ai vapori di mercurio. E nevicava, grossi fiocchi ma non fitti, che quando toccavano l’acqua nera sparivano senza lasciare alcuna traccia. Mi guardai i piedi, e vidi che le punte sporgevano dal bordo di cemento bagnato. Indossavo scarpe giapponesi, nuove e costose, stivaletti in pelle morbida di Ginza con le punte in gomma. Rimasi lì a lungo, prima di fare il primo passo indietro.

Perché lei era morta, e io l’avevo lasciata andare. Perché adesso lei era immortale, e io l’avevo aiutata a diventarlo. E perché sapevo che mi avrebbe telefonato, la mattina.

[Foto: Vancouver Skyline.]