Verrebbe quasi la voglia di parafrasare il titolo italiano del suo ultimo film per definire lo stato della carriera di sir Ridley Scott: nessuna verità, ma qualche certezza sì. Nessuna positiva, però. Come conciliare il ricordo dei capolavori che Scott ha saputo regalare al cinema (e agli appassionati di fantascienza prima di tutto) e il suo attuale coinvolgimento in blockbuster senza infamia e senza lode, che sembrano accontentarsi di sfiorare la superficie senza il coraggio di affondare la lama nella carne? Lo scorso anno il suo capolavoro indiscusso tagliava il traguardo dei 25 anni, celebrato con l’ennesimo director’s cut. Basta volgere lo sguardo indietro per comprendere quale traiettoria abbia imboccato, dal 1982 ad oggi, il percorso cinematografico di Scott.

Il regista inglese, dopotutto, ha sempre scopertamente privilegiato l’estetica nelle sue creazioni e oggi - con 18 lungometraggi all’attivo - emerge prepotente la convinzione che nei risultati migliori toccati in passato sia stato sempre beneficiato dal contributo dei collaboratori di eccellenza di cui aveva saputo circondarsi. Oggi, con 8 pellicole concentrate negli ultimi 9 anni, ad ogni nuova puntata delle sue gesta la sensazione di trovarsi davanti a un cinema di maniera, tanto esteticamente solenne quanto contenutisticamente insipido, si tramuta presto in sconfortanto nel ricordo degli antichi fasti. Nessuna verità (Body of Lies, attualmente nelle sale) non si sottrae purtroppo a questa regola. Anzi, per più versi si dimostra paradigmatico del cinema di Ridley Scott. Una confezione lucida al limite del patinato, per una esecuzione anonima e priva di mordente. Tratto dal romanzo di David Ignatius (articolista del Washington Post), Nessuna verità si muove tra spy story e cinema di guerra riciclando le soluzioni di montaggio già adottate dal sempre ottimo Pietro Scalia in Black Hawk Down (probabilmente il miglior Scott degli ultimi vent’anni), il solito cast a 5 stelle (con l’ormai fidelizzato Russel Crowe, imbolsito e dogmatico come vorrebbe il copione, ma che non allontana mai la sensazione del déjà vu) e la morale ormai stanca del suo regista.

Lo spunto del film, incentrato sull’attualità della Situazione in Iraq e ispirato alla rete globale del terrore, è promettente. Il rapporto tra l’analista della CIA Crowe/Hoffman e il suo agente embedded Di Caprio/Ferris costretto a girovagare per il Medio Oriente, dalla palude irakena ad Amman, dalla Siria agli Emirati Arabi, viene dipinto con accortezza. La cura dedicata ai personaggi, ai loro dissidi, è però tale che il film impiega praticamente tutto il primo tempo per decidere quale rotta intraprendere. Quando lo fa, purtroppo, i margini temporali di manovra sono ormai talmente ristretti, erosi dalle precedenti lungaggini, da non consentirne il pieno sviluppo del potenziale, lasciando in questo modo un’impressione di incompiutezza sempre più forte, mentre il regista tenta - senza molta convinzione, per la verità - di drenare i mille rivoli in cui ha disperso la trama. L’idea della rete terroristica parallela costruita ad hoc per portare allo scoperto il nemico vero resta così largamente inespressa e il potere disgregativo della sua carica finisce per detonare fuori bersaglio.

Nel suo maniacale accademismo, Scott non evita neppure le più facili delle trappole narrative: facendo leva sullo psico-terrore ormai imperversante, l’ondata di attentati che il copione scatena per l’Europa denuncia nel livellamento della complessità una contrazione della prospettiva imbarazzante; la semplicità poi con cui manda Ferris per le strade di Amman in compagnia di una donna iraniana trova il suo contrappeso nella soluzione elementare di denunciare la disapprovazione dei giordani attraverso sguardi torvi, di sospetto e di minaccia, sparati a tutto campo nella macchina da presa. Espedienti più adatti a un lavoro per la televisione che al grande schermo, che anche attraverso le prime imprese del regista inglese (I duellanti, Alien, Blade Runner) ha saputo dimostrarci invece il valore della messinscena, l’impatto dell’immagine, la densità del dettaglio come elementi per dipingere compiutamente la complessità variegata del mondo e della storia.

Ideologicamente neutro, incapace di approfondire un discorso che avrebbe meritato un polso decisamente più fermo di quello che la produzione è riuscita a concedersi in meno di un anno di lavoro, nonostante i 70 milioni di dollari investiti nella realizzazione, Ridley Scott si dimostra ancora una volta prigioniero di un meccanismo industriale, costretto a sfornare prodotti da dare in pasto a un pubblico onnivoro e acritico, capace di accontentarsi della schematizzazione più approssimativa possibile della realtà per sedare le angosce e le inquietudini di questi giorni - più che mai - di terrore. Una curiosità: i titoli di coda si segnalano per la canzone “If the world”, quinta traccia dell’album Chinese Democracy dei Guns N’ Roses, uscito lo scorso 23 novembre dopo la bellezza di 16 anni di attesa.