Nei giorni scorsi è uscita un’inchiesta del New Scientist per far luce sugli ipotetici giorni contati della fantascienza: vi consiglio di buttare un occhio proprio a quest’ultimo link, che punta all’editoriale di Marcus Chown, abile nel mettere in luce le perplessità intorno alla morte del genere e a sintetizzarne una definizione che ne cattura l’essenza e, allo stesso tempo, i limiti maggiori (almeno dal punto di vista di chi scrive). In estrema sintesi, la fantascienza è la letteratura del cambiamento (come sostenevo anch’io qua) e il particolare frangente storico che ci troviamo ad attraversare impone un’abilità estrema nell’evitare che il proprio lavoro rischi di sembrare obsoleto nel periodo che intercorre tra la correzione delle bozze e la distribuzione in libreria. La rivista britannica ha anche intervistato per l’occasione sei pezzi da novanta, e la sintesi dei loro punti di vista potete recuperarla anche da un bell’articolo apparso oggi su Fantascienza.com che ne riporta la notizia.

Capita periodicamente di imbattersi in proclami che annunciano la fine della fantascienza. L’affermazione è paradossale e penso che sia questa sua caratteristica a renderla tanto seducente da risultare irresistibile: il genere del futuro non ha più futuro - oh, damn! Un ossimoro che solleticherà forse l’ansia di sensazionalismo di qualcuno. Personalmente, da quando bazzico le discussioni con gli appassionati e gli esperti (saranno non più di 8 anni), di proclami sulla morte del genere ho avuto la ventura di registrarne parecchi e la fortuna, poi, di vederli sempre smentiti alla prova dei fatti. D’altro canto, la testimonianza di gente con molta più esperienza mi conforta con la sicurezza che questi discorsi si sono più o meno sempre fatti, tenendo banco alle convention e nelle proiezioni catastrofiche degli addetti ai lavori, editori compresi.

Ci si lamentava che la fantascienza era morta e che il cyberpunk l’aveva ammazzata. Ma poi sono arrivati Iain M. Banks e Vernor Vinge con le loro space opera dal background cibernetico, e poi ancora Charles Stross con il suo postcyberpunk aggiornato ai tempi che corrono (anzi, che accelerano) e tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo.

Ci si lamentava che la scienza aveva ormai soppiantato la speculazione fantastica, ma poi un signore australiano che risponde al nome di Greg Egan ci ha dato prova che si potevano fare ancora cose assurde con la scienza, la matematica e la giusta dose di fantasia, e il sospiro di sollievo è stato già più rilassato perché quasi aspettavamo solo il momento che qualcosa del genere si compisse.

Abbiamo ascoltato gli inni funebri alla fantascienza, seppellita dalla triste realtà quotidiana, ma poi abbiamo trovato Michael Marshall Smith, K.W. Jeter e Richard K. Morgan e tutti ci hanno dimostrato che, trasponendo nel futuro il mondo di oggi e lavorando sulla giusta sintonia, c’erano ancora molte cose in giro scrutabili attraverso le lenti della fantascienza, mentre in cuffia andava la musica del noir migliore.

Abbiamo accettatto con una scrollata di spalle la comunicazione, mesta e un po’ sentita, di chi voleva farci credere che l’immaginario avesse ormai assimilato la fantascienza e fatto proprio il futuro, disinnescando la carica rivoluzionaria insita in uno, e quella sovversiva codificata nell’altra. Ormai eravamo abbastanza navigati da sapere che era tutta una questione di punti di vista. Così come dipende dal punto di vista l’efficacia della fantascienza declinata nel mainstream. Se a maneggiarla è un conoscitore dei suoi meccanismi e delle sue dinamiche, per esempio William Gibson, abbiamo un certo risultato (e quel risultato può capitare di vederlo poi realizzato, a distanza di un paio d’anni, nel mondo reale). Se invece la fantascienza viene ridotta a mero pretesto per allestire l’ennesimo baraccone, come sempre più spesso accade al cinema, il risultato non può che essere diverso.

Cosa concludere quindi?

Una conclusione definitiva è impossibile, come sempre accade quando ci si ritrova embedded nel fenomeno che si vuole capire. Ma una cosa, alle 23 di questa sera d’autunno, credo di saperla. Ho sacrificato pure troppo tempo a dipingere la situazione ed è il caso che mi metta seriamente a scrivere. Non per salvare la fantascienza - chi può salvare qualcuno sul cui certificato di morte hanno già apposto le loro firme centinaia di espertissime cassandre? - ma solo per il gusto di vedere dov’è che si riesce ad arrivare, prima di essere declassati come obsoleti.