[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 15-06-2007. Versione rivista e ampliata.]

A quanto pare ci eravamo sbagliati. Io per primo, lo ammetto. La mia colpa è in un racconto che prima o poi dovrebbe uscire da qualche parte: si intitola Codice morto e parla proprio di questo, di quella vasta porzione del nostro DNA apparentemente spenta, inattiva, morta appunto, ma che adesso scopriamo essere più viva di quanto sospettavamo. Niente codice in letargo, quindi, ma istruzioni in apparenza inutili tanto alla sintesi proteica quanto alla replicazione genetica (e alla trasmissione dei caratteri) eseguite non si sa ancora bene per fare cosa. Ma comunque attive.

E’ una cosa che un po’ mi inquieta e che si combina con il discorso sulle ambiguità linguistiche che andavo esaminando qualche tempo fa, e che oggi ha richiamato ChiCaBanDiTa. L’inglese è perfetto da questo punto di vista. Cela - nemmeno troppo bene - molteplicità di significato sorprendenti, oltre a essere una lingua decisamente più compatta rispetto alle nostre consuetudini neoromanze.

Le due riflessioni, quella relativa alla nuova frontiera genetica aperta dal programma EncODE e quella sull’ambiguità linguistica, si sono fuse insieme in una sovrapposizione quantica di stati neurali. Nel 1976 Richard Dawkins coniava la parola “meme” nel suo controverso libro Il gene egoista: in analogia al concetto di gene della biologia genetica, Dawkins definiva il meme come “un’unità di informazione in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - come un libro - a un’altra mente o supporto. In termini più specifici, un meme è un’unità auto-propagantesi di evoluzione culturale” (fonte: Wikipedia).

Un meme è qualcosa che s’incista tra i ricordi e ne guida l’evoluzione per garantirsi la sopravvivenza. E non è una cosa statica, ma evolve per effetto di un fenomeno noto come deriva memetica. Un virus, come aveva intuito quel genio di William Burroughs, con un suo meccanismo di autopreservazione che s’innesca di fronte alla perdita di inerzia, mutando di vettore in vettore. Come se questo non bastasse, i memi tradiscono anche una intrinseca tendenza aggregativa, raggruppandosi in una sorta di cluster memetici con il potere di richiamare, per effetto del loro campo memetico, memi analoghi: così, per esempio, il meme Singolarità include i memi progresso, accelerazionetecnologia (tra i primi esempi che mi vengono in mente). A questo proposito, non posso non segnalarvi lo spettacolare Lessico Memetico di Principia Cybernetica

Ormai qualche mesetto fa spendevo un po’ di tempo riflettendo sulla parola “believe“. Credere, un concetto correlato alla fede, buona e giusta che sia, oppure malriposta. Questa parola, come a volte capita, mi si era innestata nelle routine psichiche. Ogni quattro parole pensate, saltava fuori questa: believe. Be-lieve.
Be-lieve.

E’ curioso come l’unità lie sia finita in believe. Trasformata, certo, visto che il suono della pronuncia è completamente diverso nei due casi. Possiamo pensare allora che il meme della bugia si sia evoluto a tal punto da garantirsi la sopravvivenza nel cuore stesso della fede? Una strategia spiccia di sopravvivenza applicata alla linguistica. Un punto debole in grado di minare castelli di certezze indistruttibili. Una lancia di Longino piantata nel cuore del profeta.

Dubitate. Sempre. Fine delle comunicazioni.

[L'immagine qui in alto è tratta da Neon Genesis Evangelion.]