Ieri sera, complice un tempo da cani e una giornata ancora peggiore, ho deciso di celebrare la vigilia di Ognissanti, che per tutto il mondo occidentale ormai è semplicemente Halloween, con la lettura di un libro in sintonia con l’atmosfera di questi giorni. Ho così ripreso in mano Il popolo dell’autunno (Something Wicked This Way Comes, 1962) che già in due diverse occasioni avevo provato a leggere, in tentativi che ragioni contingenti mi avevano sempre costretto a interrompere. Ho ritrovato così Jim Nightshade e Will Halloway, le loro scorribande per un paese che, con gli opportuni distinguo, potrebbe essere un qualunque paese di provincia del mondo, in USA come in Italia come in Francia. Le pagine di questo libro trasmettono un senso di nostalgia che stringe le viscere, una nostalgia che non è solo rimpianto per qualcosa che è fuggito via per sempre (come testimoniano certe reazioni degli adulti del paese), ma è soprattutto una nostalgia delle potenzialità, che fa presto a ingenerare nel lettore la percezione di una inquietudine strisciante, costantemente sul punto di tramutarsi in angoscia. Le pagine scorrono via veloci, dopo aver incontrato di nuovo il Venditore di Parafulmini, e la scrittura avvolgente di Ray Bradbury riesce a evocare dagli odori acri e i colori di una stagione, in rapide pennellate, il presagio di uno sconvolgimento incombente:

“E se è già il 20 ottobre e tutto odora di fumo e il cielo è color arancio e grigio al crepuscolo, sembra che Halloween non verrà mai, in una pioggia di manici di scopa e in un fiottare sommesso di lenzuola agli angoli delle strade.
Ma in un anno strano, buio, lungo e assurdo, Halloween venne in anticipo.”
 

 

Poi, mentre leggevo, ho notato la copertina di un altro libro che mi scrutava dalla scrivania, in mezzo agli altri libri lì depositati in attesa di essere letti, pronti per qualche occasionale sfogliata a caccia di uno spunto o in risposta a un impulso di curiosità. Il libro è Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) di Italo Calvino, che proprio l’altra sera avevo tirato fuori dalla libreria per rileggere un passaggio che mi era improvvisamente affiorato alla memoria. E così, nel volgere di qualche secondo, mi sono ritrovato ancora una volta nei panni del Lettore, che salta da un libro all’altro per effetto di un dispositivo narrativo diabolico, condannato a non poter terminare la sua lettura.

Calvino è stato e resta uno scrigno di pensieri e lezioni fondamentali per qualunque lettore vorace (e, ancor più, per chiunque voglia azzardarsi a imbrattare carte di inchiostro). La maestria con cui riesce ad avvincere, con le sue storie e con la sua tecnica, è tale che mi ha tenuto ancora una volta incollato alla pagina fino a notte fonda, e stamattina per prima cosa sono andato a riprendere il libro per ultimarne gli incipit rimasti in sospeso. Non è solo la forza dell’attacco, di cui ci imbottiscono la testa manuali e corsi di scrittura. Il segreto vero, come suggerisce proprio Calvino, è nello spettro di possibilità che si spalancano di fronte a chi scrive - come a chi legge - attraverso la finestra delle prime pagine di un libro. L’incipit è come la soglia di un intero universo: per convincerci a muovere un passo oltre questo immaginario limite (che poi è il confine tra la realtà, con i suoi rumori, e la storia, con le sue suggestioni) deve saperci intrigare adombrando le potenzialità di quello che verrà dopo.

Ci sarebbe poi da soffermarsi sul presunto intento totalizzante della scrittura di Calvino (eventualità da lui stesso disconosciuta nella presentazione che precede il romanzo nell’edizione Oscar Mondadori), sul variegato spaccato dei tipi di romanzo che l’autore propone al lettore. Ma è un piacere che si può cogliere solo addentrandosi nella lettura di un libro simile, capace di esercitare il suo potere magico al di là dell’intervallo delle sue pagine.

[Il tramonto d'ottobre è fotografato da Ann.]