(Johnny Got His Gun, USA 1971, b/n e col., 106’)
Regia: Dalton Trumbo
Con: Timothy Bottoms, Donald Sutherland, Jason Robards, Marsha Hunt

Lasciata la famiglia e la fidanzata Kareen nel Colorado, Joe Bonham prende parte ai combattimenti della Guerra Mondiale 1914-18 in terra di Francia, e a 19 anni rimane gravemente ferito Ridotto a una specie di troncone umano per gli interventi chirurgici, privo di arti e impossibilitato a parlare, il giovanotto viene tenuto in vita con una serie di accorgimenti clinici che finiscono per essere la ragione per cui i medici se ne interessano e lo nascondono quasi si trattasse di un segreto militare. Convinti che si tratti di una pura sopravvivenza di tipo “vegetale”, i medici devono ricredersi quando Johnny - che nel frattempo ha preso coscienza del proprio stato, ha ripreso a pensare nonchè a riorganizzare le proprie sensazioni, ha dimostrato di potersi esprimere con l’alfabeto Morse sillabato con movimenti della testa - chiede o la morte o l’esposizione al pubblico in un circo. Allontanata la pietosa infermiera che ha cercato di fermare l’erogazione dell’ossigeno, i medici continuano a tenerlo nascostamente in vita sino a quando Dio vorrà.

Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Dalton Trumbo, vincitore nel 1939 del National Book Award, E Johnny prese il fucile (1971) si guadagnò alla sua uscita il Gran Premio Speciale della Giuria alla 24esima edizione del Festival di Cannes. Approfitto della sua programmazione in Fuori Orario (questa notte, intorno alle 2 e mezza seguendo l’ora solare) per segnalarvelo senza riserve. Si tratta di un capolavoro ineguagliato del genere bellico, poco noto al grande pubblico forse per la figura scomoda del suo autore oppure perché ha il coraggio di mostrare il volto sporco della guerra. Nella pellicola di Trumbo è del tutto assente lo slancio epico che nonostante tutto caratterizza opere pure intrinsecamente antieroiche come Il Cacciatore (1978) o Apocalypse Now (1979-2001) o Platoon (1986) o Full Metal Jacket (1987).  Johnny got his gun porta in scena l’orrore della guerra, quello vero, che riguarda gli uomini e non i principi o i valori, che accomuna i reduci e le vittime.

Manifesto dell’antimilitarismo, trova il coraggio di confrontarsi anche con temi non meno universali come il diritto di scelta, l’eutanasia e il rapporto con la fede. Allucinate sono le seguenze che mostrano Gesù Cristo (interpretato da Donald Sutherland) intrattenersi con Johnny (Timothy Bottoms), incapace malgrado la sua divinità di offrirgli risposte sulla sua sorte o anche solo conforto, e quelle in cui Johnny immagina i possibili impieghi della sua persona nella nuova condizione in cui è stato ridotto. Alternando il b/n del presente (con Johnny intrappolato nella prigionia della totale perdita delle percezioni, isolato dai suoi affetti e dal resto del mondo, almeno finché un’infermiera riesce a instaurare con lui una miracolosa linea di comunicazione) e il colore dei ricordi e delle visioni di Johnny, il film ci regala un punto di vista scomodo, impopolare, sui delicatissimi orizzonti esplorati.

Un’opera sulla pietà, sulle aberrazioni degli uomini, sui soprusi del potere, che è stata giustamente definita “un grido di rabbia”. E che tutti meriterebbero di conoscere.