Stamattina mi sono sprofondato nella lettura del citato articolo del premio Nobel 2008 per l’economia, scritto dall’allora 25enne Paul Krugman ai tempi assistente a Yale. Ricco di spunti e di suggestioni, The Theory of Interstellar Trade si propone di estendere la teoria del commercio interplanetario a uno scenario interstellare e si concentra prevalentemente sulla questione seguente: come dovrebbero essere calcolati gli interessi sulle merci trasportate a velocità prossime a quelle della luce? La sottigliezza del problema è connessa alla flessibilità delle scale temporali: a velocità relativistiche, il transito sembrerà durare meno a un osservatore in viaggio con le merci che a un osservatore stazionario, solidale con il sistema di riferimento inerziale che accomuna la partenza e la destinazione del trasporto. Krugman ricava una soluzione al problema e, parole sue, fornisce “due teoremi inutili ma veri”.

Per quanto divertimento riuscì a procurargli, questo studio non fu del tutto ozioso: andò infatti a inserirsi in un filone esile ma particolarmente radicato in quegli anni, che passava per le proiezioni delle dinamiche del commercio interregionale e internazionale su scenari interplanetari (J. Frankel, “Is There Trade With Other Planets?”, processed, International Monetary Fund, 1975) e per l’analisi delle prospettive dell’uso dello spazio nell’ambito dell’approvvigionamento energetico e della colonizzazione (G. O’Neill, “The High Frontier”, 1976). Ma è lecito attendersi che, col tempo, si possa assistere a una vera e propria riscoperta di questi lavori così poco canonici.

Le complicazioni del viaggio interstellare rendono la teoria del commercio interstellare completamente diversa dal commercio interplanetario, così Krugman decide di affrontarle servendosi dei principi base della massimizzazione del profitto e del costo-opportunità. Quest’ultimo misura il costo del mancato sfruttamento di una opportunità di investimento: a titolo di esempio, le opportunità perse mentre si è impegnati nello svolgere una certa attività. Nella scelta delle strategie, la valutazione del costo-opportunità è fondamentale, perché tiene conto di tutte le risorse non monetizzabili, come per esempio il tempo. E il tempo riveste un ruolo di primo piano, quando si ha a che fare con transiti spaziali della durata di diversi anni.

Chiarite le premesse, le tre sezioni del saggio sono così articolate: fondamenti della relatività di Einstein utili alla successiva analisi; applicazione del modello all’analisi del commercio interstellare dei beni; ruolo dei movimenti interstellari di capitale. Krugman mette in evidenza che, “mentre l’oggetto di questo articolo potrebbe sembrare insulso, l’analisi ha un significato concreto.” Si tratta per cui di “un’analisi seria di un argomento ridicolo, che sicuramente è il contrario di quanto solitamente accade in economia”. I due teoremi di cui si accennava sopra vengono derivati con rigore.

Il Primo Teorema Fondamentale del Commercio Interstellare afferma che:

Quando il commercio ha luogo tra due pianeti in un comune sistema inerziale, i costi di interesse sui beni in transito vanno calcolati usando il tempo misurato con l’orologio del sistema comune, e non con l’orologio nel sistema di riferimento dell’astronave da carico.

Il Secondo Teorema Fondamentale del Commercio Interstellare invece viene così enunciato:

Se esseri senzienti potessero mantenere asset su due pianeti nello stesso sistema inerziale, la competizione equalizzerebbe i tassi di interesse sui due pianeti.

Combinando i due teoremi, ci accorgiamo di avere gli strumenti necessari per una teoria del commercio interstellare. I viaggi commerciali interstellari possono essere considerati alla stregua di investimenti, da valutarsi a un tasso di interesse che sarà comune ai diversi pianeti. Ovviamente Krugman proietta nello spazio siderale l’esperienza e i principi che regolano il funzionamento dell’economia terrestre. Una possibile alternativa a questo scenario è rappresentata dalla diffusione di un sistema agalmico e dall’affermazione di una società cooperativa come conseguenza della marginalizzazione della scarsità.

L’economia su scala interplanetaria e interstellare è stata considerata in molti titoli di fantascienza, dai classici I mercanti dello spazio di Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth (spietata critica al capitalismo e alla pervasività della pubblicità, datato 1953) e Dune di Frank Herbert (che porta invece in scena un neofeudalesimo interplanetario, la cui prosperità si regge sulla disponibilità di una potentissima droga, il melange) ai più recenti cicli di Iain M. Banks (la cui Cultura è una società utopica di stampo anarchico) e Ken MacLeod (per esempio con la serie della Rivoluzione d’Autunno). Su queste pagine ci siamo già soffermati su L’Era del Flagello di Walter Jon Williams, mentre altrove abbiamo parlato dell’agalmia nelle pagine di Accelerando e L’alba del disastro di Charles Stross.

Il futuro è lì davanti a noi. Solo il tempo - come arguisce Krugman in chiusura del suo articolo - saprà dirci se lo spazio si rivelerà l’Ultima Frontiera dell’economia umana. E, eventualmente, in che senso.

[Le illustrazioni sono, in ordine, di Giorgio Raffaelli, Memories of the Space Age - 2 e 1, e di Owen Fitzpatrick, Space Station Visual.]