“E’ stato giustamente detto che l’italiano che ha realizzato di più fu Cristoforo Colombo, che non sapeva dove andava ed ignorava dove fosse arrivato. Non è un esempio da imitare, ma forse una ragione di conforto”.

Giulio Andreotti

Una carrellata di omicidi/suicidi illustri: Aldo Moro, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giornalista Mino Pecorelli, il giudice Giovanni Falcone, i banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona. L’ultimo film di Sorrentino parte come una raffica di mitraglia e colpisce come un colpo alla testa. Un colpo non accidentale, ma mirato, come sembra esserci un disegno ben preciso dietro tutti i nodi irrisolti della storia repubblicana di questo Paese ormai condannato a essere una barzelletta, come cantavano Elio e le Storie Tese. D’altro canto, secondo una delle lapidarie sentenze dello stesso Giulio Andreotti, “spiegare l’Italia agli stranieri non è sempre facile: da noi i treni più lenti si chiamano accelerati e il Corriere della Sera esce al mattino”. E non tragga in inganno l’accostamento paradossale e apparentemente azzardato: quello che sorprende maggiormente dell’estetica de Il Divo è la sua natura postmoderna, la capacità di combinare con sguardo lucido ma mai distaccato il sacro e il profano, l’estasi e il fango, le certezze e i sospetti, in uno zibaldone pop che si propone come sintesi degli anni della Prima Repubblica, gli anni che sono stati – come canta Renato Zero – o forse no “I migliori anni della nostra vita”.

Come talvolta accade nei periodi più cupi e maledetti, l’arte riscopre il ruolo della critica sociale ed esalta la propria carica etica. L’estetica trascende le convenzioni del linguaggio cinematografico e colpisce al cervello lo spettatore, rilasciando una scarica adrenalinica tra i neuroni generalmente conservati in uno stato di narcosi indotta. Una forma più appropriata per confrontarsi con una materia tanto rischiosa il regista partenopeo non avrebbe potuto sceglierla: montaggio serrato, scritte in sovrimpressione, musica incalzante che spazia da tormentoni elettropop alla grandeur fennomane di Sibelius e belle époque di Saint-Saëns. Coadiuvato alla sceneggiatura da Giuseppe D’Avanzo, Sorrentino porta sullo schermo gli spettri della storia politica italiana, mettendo a fuoco gli anni tra il 1991 e il 1993, dalla composizione del VII Governo Andreotti (“la dittatura più difficile a odiarsi è la propria”) al maxiprocesso per associazione mafiosa, risoltosi con la prescrizione di qualsiasi ipotesi di reato antecedente al 1980 e con l’assoluzione per il resto (“a parte le guerre puniche mi hanno attribuito davvero tutto”). Nel mezzo, il tentativo di scalata al Quirinale (“sono di media statura, ma non vedo giganti attorno a me”), che sembrava ormai impresa riuscita quando giunse la strage di Capaci a sconvolgerne i piani, solo due mesi dopo l’omicidio del suo uomo a Palermo Salvo Lima.

I momenti cruciali della vita del senatore vengono rivissuti attraverso il ricordo, che somiglia davvero a una terapia di regressione volta a portarne allo scoperto le ombre e gli angoli ciechi: la segreteria per Alcide De Gasperi (“quando andavano in chiesa insieme, De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete” ebbe a dire Indro Montanelli, battuta ripresa all’inizio del film dallo stesso protagonista), i primi governi, gli affari internazionali, gli intrecci tra politica e Vaticano, le lotte intestine della DC. Attorno a lui, la galleria degli andreottiani (gli irriducibili Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Ciarrapico, Franco Evangelisti, il transfuga Vittorio Sbardella detto “lo Squalo”, tutti presentati nella pellicola con una sequenza che si rifà ai western di Sergio Leone) e le donne della sua vita: la fedelissima signora Enea, sua segretaria, e la consorte Livia Danese, prigioniera con il marito di un sogno domestico di rispettabilità e virtù cristiana, salda nella sua fiducia anche nei momenti più bui. A lei è dedicato uno dei passaggi più frenetici del monologo-confessione di Andreotti che anticipa l’epilogo:

“Livia, [...] gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità”.

Confessione privata, intima, che Andreotti trova il coraggio di fare solo con se stesso nella solitudine dei suoi luoghi privati, non a Cossiga (col quale pure sembra arrivare quasi al punto di confidarsi, salvo poi risolvere l’elettricità del momento in uno dei suoi proverbiali motti di spirito), non alla moglie che crede di conoscere tutto di lui, né alla commissione parlamentare convocata per decidere sul dar luogo a procedere nei suoi confronti, e nemmeno al suo prete confessore (“Nella mia vita avrò incontrato 300.000 persone, crede che questo mi abbia fatto sentire meno solo?” chiede a un certo punto il Presidente a una sua ospite). Andreotti scopre gli altarini solo a se stesso, nell’intimità delle sue stanze dimesse, umili, lontane dallo sfarzo e dai fasti pacchiani del potere e dei suoi stessi alleati, trincerandosi dietro l’insegnamento delle Scritture (“sappiamo dal Vangelo che quando fu chiesto a Gesù che cosa fosse la verità, lui non rispose”).

C’è da dire che la ricostruzione di Sorrentino è un capolavoro di equilibrio, attentissimo a non tradire giudizi di valore sulla persona o posizioni ideologiche, estremamente bilanciato nel separare i fatti provati dalle versioni dei pentiti che coinvolgono la figura di Andreotti nel piano di egemonia sociale della mafia. Carica etica, si diceva all’inizio: capace di attingere valore dai fatti, senza il bisogno di spingersi oltre. Andreotti viene presentato come estremamente elusivo, restio a concedere a Cosa Nostra l’attenzione che gli viene richiesta per voce di Lima. Andreotti supera indenne la burrasca di Tangentopoli che decapita i vertici della Democrazia Cristiana e decima la sua stessa corrente e sopravvive al processo antimafia. Ma continua a essere ossessionato dalla fine di Aldo Moro:

“Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta”.

Dopo l’avvio sospeso tra epica e tragedia, la seconda parte del film, con il passaggio dalle stanze del potere alla lotta per la sussistenza – una battaglia contro le molteplici ricostruzioni che ne restituiscono l’immagine di Papa Nero della politica italiana (Belzebù, il Gobbo, la Sfinge), condotta con piglio discreto ma tenacia animale dall’uomo solo contro tutti – si fa più intimista e arriva quasi a sfiorare i toni surreali di un teatro d’avanguardia, comunque lontano dall’assurdo. Perché al cinema come nel gioco della politica, ogni minima scelta deve avere un senso e, spesso, risponde anche a un significato di ordine superiore.

“Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. [...] Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io”.

La figura dell’uomo politico che ha fatto la storia dell’Italia dal Secondo Dopoguerra all’ascesa del berlusconismo rampante è resa con magistrale istrionismo da un titanico Toni Servillo, insuperabile nel guadagnare al suo personaggio una caratura mitologica. Il lavoro sulla fotografia di Luca Bigazzi e le scenografie di Lino Fiorito sono da Cinema con la maiuscola, come non capita spesso di vederne nelle produzioni nostrane. Lontano dal minimalismo e dalle mode, Paolo Sorrentino non teme di confrontarsi con l’arte e con la storia e, di pellicola in pellicola, consolida la sua statura da autore ormai di calibro internazionale.

Il Divo, presentato in concorso alla 61esima edizione del Festival di Cannes, è stato accolto con dieci minuti di applausi al termine della proiezione ed è stato insignito del Premio della Giuria.

Curiosità: a un certo punto, nel corso di una missione diplomatica a Mosca, Andreotti viene presentato mentre legge, prima di mettersi a dormire, una copia di quello che sembra proprio un “Urania”, che però non mi è stato possibile identificare. Più avanti lo si vedrà leggere di nascosto sui banchi del Senato anche qualche “Giallo Mondadori”, notoriamente una sua passione.

Extra

• Un commento dell’esimio compagno Fernosky, alias BHS:

Ce ne fossero di Sorrentino.
Avremmo qualcuno in più che si sforzi a fare qualcosa che, almeno da lontano, assomigli a una regia. Avremmo qualcuno che si ricordi che un film, prima di essere girato, va scritto, in linea di massima. Avremmo qualcuno in più che provi a fare cinema.
È un bagliore, un risplendere lontano di luci, l’esecuzione kubrickiana, maniacale, fotografica, e lo splendore di certe storie conchiuse e deliranti del miglior Elio Petri.
Il Divo Giulio.
Realizzare che quest’uomo esiste veramente e non è solo il parto psichedelico di un regista, è impresa ardua. E quando ci si riesce, il ricordo che l’Uomo in questione ha governato, legiferato e dominato sulla nostra vita, da nebuloso si condensa in una pioggia gelida; il risvegliarsi del sospetto che continui nella sua opera ancora adesso, e che comunque abbia lasciato qua e là dei brandelli di DNA che stanno marcendo alla luce dei riflettori dell’attuale scena politica.

• Il sito ufficiale del film.

• La pagina di Wikipedia dedicata al film.