Se un sottosegretario del Governo (con delega alla gestione di fondi ingenti) viene iscritto nel registro degli indagati di una Procura della Repubblica (Napoli), per la sua attività nel settore dei rifiuti che ha devastato una regione e per essere stato indicato sin dagli anni Ottanta come “candidato dei casalesi”; se il coordinatore regionale (della Campania) del principale partito di governo viene indicato come referente della famiglia Bidognetti (affiliata alla confederazione dei casalesi) in due grandi speculazioni edilizie; se un consigliere regionale inquadrato nello schieramento opposto, imprenditore del settore dei rifiuti, viene indicato come referente dei casalesi in attività illecite dopo essere già stato arrestato per altri reati; e l’unica reazione che si raccoglie dagli organi di informazione di massa riguarda il sequestro e le perquisizioni della redazione dell’unico giornale che ha avuto il coraggio di andare a fondo in questa storia (L’espresso), con una grezza strategia di intimidazione che non risparmia nemmeno firme estranee ai pezzi in questione; e il principale partito di opposizione se ne lava le mani nelle sue dichiarazioni, intenti come sono i suoi vertici a disquisire sui massimi sistemi, nella disputa tutta bizantina se Berlusconi sia o non sia un pericolo per la democrazia, a distanza di ormai 15 anni dalla prima volta che il suddetto Berlusconi, ora premier per la quarta volta, sale a palazzo Chigi dopo un governo di centrosinistra che ha fatto di tutto - intenzionalmente e incoscientemente - per propiziarne l’ascesa o il ritorno; allora, signori miei, mi sorge il dubbio che siamo davvero condannati.

L’ignavia, la stasi, l’indolenza, la sottomissione alla logica del dominio che richiamavo nel precedente op-ed, è a questo che ci condanna l’inedita Schatten Große Koalition (Grande Coalizione Ombra) regalataci dalle urne lo scorso aprile. Il problema è tutto italiano, ma è calato in una dimensione globale. Non voglio tornare su cose già espresse a raffica nelle ultime settimane, ma mi preme riprendere il discorso da un punto di vista nuovo - come indica la categorizzazione di questo post - accelerazionista.

Dopo il documento programmatico pubblicato a giugno non mi è stato possibile tenere queste pagine sintonizzate su quella frequenza come avrei voluto. Ma l’indignazione per quanto accade intorno, la rabbia davanti al rumore bianco che ci viene vomitato addosso dai media, mi spingono a tornare alla carica sul vasto fronte dei tempi che siamo condannati a vivere.

La vita repubblicana sta probabilmente toccando in questi mesi la gola più profonda della sua sinusoide irregolare. La coscienza civile è ridotta ai minimi termini e agglomerati di poteri e di valori che niente avrebbero a che spartire con la Costituzione impongono nel comportamento e nel pensiero dei cittadini alternative oscure, che mai avrebbero dovuto essere contemplate. Nella sua caccia al consenso perduto (illusoriamente perduto, aggiungerei, perché ingannevolmente guadagnato per pure ragioni di necessità pratica, in tempi di emergenza della democrazia) il principale partito d’opposizione che non affonda le stoccate semplici ma necessarie tradisce tutta la sua inconsistenza politica, alla mercé di una maggioranza che si dimostra ogni giorno più arrogante: sulla sicurezza, sulla gestione dei rifiuti, sul programma energetico, sull’integrazione.

Sullo scorso numero de L’espresso sono usciti diversi pezzi che tracciano un quadro non proprio rassicurante della situazione. On-line sono riuscito a recuperare questi tre, che vi raccomando: Siamo tutti casalesi di Roberto Saviano, Apartheid a Castel Volturno di Fabrizio Gatti e Barbari in casa di Wlodek Goldkorn e Gigi Riva. In particolare, in quest’ultimo Predrag Matvejevic ricorre alla sua crasi fulminante per dipingere quello che l’Italia, sua terra d’adozione, si avvia ad essere: demokratura. Ecco, mentre i valori di ideologie che non dovrebbero trovare nessun albergo in un paese civile e nella sua popolazione tornano a farsi prepotentemente largo, anche per effetto dell’irresponsabile esempio fornito (quando non esplicitamente dettato) dai nostri rappresentati, la parola democrazia si svuota di significati. E quando vengono meno il senso della rappresentanza e la logica della dialettica tutto quello che resta è una legge della giungla istituzionalizzata per apparire meno brutale, formalizzata per riuscire più accettabile: una dittatura della maggioranza.

Basterebbe che chi si presume debba incarnare l’opposizione al regime in questa terra dei cachi sapesse almeno una volta usare parole chiare, senza indulgere nell’ambivalenza di atteggiamenti da Prima Repubblica e dottrina dorotea-andreottiana per farsi un po’ di coraggio. Ma mentre gli scandali regionali non accendono a spegnersi (Campania, Calabria e Abruzzo peseranno come croci sul centro-sinistra italiano per i prossimi anni), da quella parte solo parzialmente rappresentativa della molteplicità di posizioni di cui ha voluto eleggersi rappresentante, con analoga applicazione della logica del dominio portata allo stato dell’arte dalla sua controparte politica, il centro-sinistra italiano, parlamentare ed extra-parlamentare, tradisce tutti i suoi limiti di visione. Che sono quelli di un approccio legato al passato, scandito da ritmi burocratici che nulla hanno a che vedere con i tempi che viviamo e con la nuova scala delle priorità che l’Accelerazionismo, come movimenti analoghi che stanno fiorendo un po’ ovunque, nella clandestinità, ha voluto individuare nella loro trama.

Così facendo, con la stessa rapidità con cui avremmo potuto involarci verso il futuro, finiremo baldanzosamente per rovinare nella stagnazione di un presente privo di sbocchi e prospettive.

[Nell'immagine, un dettaglio della locandina di Land of the Dead.]