Oggi è apparso questo mio articolo sul blog della Comunità Provvisoria, diventato da qualche mese il centro del coordinamento on-line del movimento di difesa del Formicoso dallo scempio che stanno meditando Governo e Commissariato per l’Emergenza Rifiuti. Lo riprendo anche qui e con l’occasione ne riporto a corredo la documentazione fotografica raccolta in situ. A dimostrazione che anche le opere partite con le migliori intenzioni possono produrre conseguenze spiacevoli, risolvendosi in minacce per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Il kipple è fatto di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicità che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a controllarlo, il kipple si riproduce. Per esempio, se quando si va a letto si lascia un po’ di kipple in giro per l’appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne trova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai.

Philip K. Dick - Il cacciatore di androidi
(Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968)

Calabritto, sulle propaggini orientali del Monte Cervialto, è un paese in costante declino. Come in tanti altri centri dell’Irpinia, il terremoto del 1980 ha solo assestato il colpo definitivo a una parabola già in discesa dopo avere superato da decenni il suo culmine. In poco più di mezzo secolo il comune ha visto la sua popolazione quasi dimezzarsi per via dei flussi migratori che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno alimentato la diaspora irpina, disperdendone gli abitanti su quattro continenti.

Oggi Calabritto conta poco più di 2.600 abitanti divisi tra il borgo capoluogo e la suggestiva frazione di Quaglietta, con il suo abitato aggrappato a uno sperone roccioso intorno alla possente rocca longobarda, ormai ridotta a rudere. Dai suoi 480 metri sul livello del mare, il centro storico domina l’Alta Valle del Sele e si ritrova circondato da una varietà di scenari ed ecosistemi invidiabile, dalle colline ricoperte di ulivi ai boschi di castagni, da cui si raccoglie il frutto della qualità doc di Montella rinomata in tutta Italia.

I dintorni possono vantare una storia antica quanto quella dell’Italia che leggiamo nei libri di storia: nel 71 a.C. le sorgenti del fiume Sele furono teatro della sanguinosa disfatta di Spartaco, che pose fine alle guerre servili e al sogno di libertà delle sue armate di schiavi ribelli. Quasi come un riflesso storico di quell’impresa gloriosa, dopo l’unità d’Italia i monti tra l’Irpinia e la Lucania furono percorsi dall’agitazione popolare che culminò nella stagione delle insurrezioni brigantesche.

Malgrado si avvii a divenire un territorio di città-fantasma, questa resta una terra di solide tradizioni popolari dalle forti radici religiose, come attestano i santuari dedicati alla Madonna della Neve e alla Madonna del Fiume siti proprio nel comune di Calabritto. Il matrimonio tra passato e paesaggio dovrebbe rendere questi luoghi un’amena attrazione per amanti della natura e della storia. Ma basta imboccare l’uscita della strada a scorrimento veloce della Fondo Valle Sele per rendersi conto di quanto sia vana questa aspettativa.

L’area dello svincolo, dominata dall’imponente struttura in cemento armato del raccordo stradale, è abbandonata all’incuria e disseminata dei residui di stagioni di gite, una stratificazione quasi geologica di malcostume italico che non risparmia nemmeno la piazzola di sosta solitamente scelta dai carabinieri della locale stazione per i loro appostamenti di routine. I venditori ambulanti della zona, che altrimenti sostano sotto i cerri e le querce, non esitano ad abbandonare lungo la strada, a commercio concluso, materiali da imballaggio e prodotti deteriorati non più vendibili. A proseguire sulla storica Statale 91 in direzione della Sella di Conza, occorre percorrere appena qualche centinaio di metri per imbattersi in un tipico monumento alla brillante soluzione dell’emergenza rifiuti.

In Contrada Molinelle il Commissariato di Governo per l’emergenza Rifiuti, Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania ha disposto un progetto di isola ecologica al servizio dei comuni di Calabritto, Senerchia e Monteverde. Il Consorzio Smaltimento Rifiuti Avellino 2 si è così ritrovato a beneficiare di fondi comunitari e ampi margini di manovra per fronteggiare, in collaborazione con altri siti strategici, la crisi che da anni affligge la regione. I lavori furono affidati alla Edil Mora di Quarto (NA), una “Cooperativa di Produzione e Lavoro a Responsabilità Limitata” che non ha un sito internet e le cui uniche tracce in rete sono reperibili negli avvisi di gare pubbliche d’appalto. L’importo complessivo, dichiarato sul cartello posto in bella vista e nel pieno rispetto della normativa, ammontava a euro 316.887,28.

La normativa purtroppo nulla ha potuto contro le fiamme: il cartello si presenta oggi annerito dagli incendi che periodicamente sono stati appiccati ai cumuli di rifiuti scaricati ai suoi piedi. Una storia che va avanti da un anno a questa parte, esplosa con il riaccendersi della crisi a Napoli: praticamente uno strascico altrettanto paradossale dello stato di cose in cui versa la Campania dall’inizio degli anni Novanta. Mentre l’area adibita a isola ecologica si mostra tenuta in un discreto stato di cura, con i suoi cassoni blu allineati con meticolosità marziale, il piazzale antistante è invece sommerso di spazzatura: elettrodomestici dagli usi più svariati, interi pezzi d’arredamento, bottiglie e confezioni di plastica, vuoti di vetro, pneumatici, materassi e classiche buste di scarti domestici. Vi finisce praticamente di tutto, in questo posto che, davanti al cancello chiuso con un lucchetto, finisce per offrire dimora a tutto. Almeno fino al successivo rogo abusivo, appiccato per creare nuovo spazio ad altra monnezza.

Il suolo e il muro di confine del sito recano le tracce palesi di questa evidenza. Le fiamme avranno intaccato anche la rete, che però è stata funzionalmente ripristinata. Il container all’interno dell’isola ecologica espone ancora i segni degli atti di vandalismo che ne hanno mandato in frantumi le finestre. La diossina sprigionata dagli incendi si sarà riversata sugli ulivi e nei campi dei contadini ignari che si estendono dall’altra parte del nastro d’asfalto della SS 91, il cui percorso delimita di fatto l’area dello sversatoio clandestino.

Le dimensioni dell’area non giustificano certo il sospetto di un traffico di grande scala, ma se possibile rappresentano una testimonianza ancora più impietosa dello stato di dissoluzione in cui sembra essere sprofondato questo angolo di Bassitalia. I comuni della provincia di Avellino sono statisticamente i più virtuosi della Campania nell’incidenza della raccolta differenziata, con una media provinciale valutata nel 2007 pari al 26,2%. I numeri, come spesso accade, possono ingannare. Ma di fronte alle condizioni in cui versa l’area in esame, possiamo trarre due conclusioni: la prima è che la longa manus di Gomorra, per una volta, sembrerebbe da escludersi: manca quella massa critica sufficiente a innescare e a sostenere un mercato nero; la seconda è che la sensibilizzazione a un tema così delicato non avrebbe coinvolto, malgrado i proclami politici e le campagne pseudo-informative, tutti i cittadini e tutte le amministrazioni. Due fattori che, combinati tra loro, danno vita a un potenziale esplosivo.

Tirando le somme, il quadro che ne risulta riesce così a essere ancora più preoccupante che in presenza di un preciso piano criminale. Anche perché l’indifferenza tradita dal cittadino a un problema non fa altro che fertilizzare quello stesso suolo che in futuro potrà nutrire l’iniziativa della malavita organizzata. Non dimentichiamo che le rotte dello smaltimento abusivo passano proprio da queste zone. 70 mila metri cubi di rifiuti pericolosi sono stati sequestrati in Campania negli ultimi mesi. Una guerra senza quartiere, combattuta ogni giorno: le sconfitte dell’autorità si compiono nel silenzio della clandestinità e aggiungono un’ipoteca sul destino di questa terra; i successi dovrebbero mantenere in allerta le difese immunitarie, ma come dimostra il caso di Molinelle non sempre è così.

Cosa resta di un paese quando i suoi cittadini abbandonano la loro terra alla devastazione o, peggio ancora, vi contribuiscono in prima persona? Quale futuro attende le generazioni a venire, se l’eredità che siamo capaci di lasciargli non esclude il fardello di un disastro diffuso, generalizzato e universalmente tollerato?
Interpellati in merito prima dell’estate, il carabinieri di Calabritto si sono trincerati dietro un laconico silenzio, dichiarando di avere altre priorità a cui dedicare le loro forze. Appare d’altro canto disarmante l’inezia dell’amministrazione comunale, difficilmente all’oscuro dei fatti considerata la prossimità del sito a un’arteria stradale di importanza regionale. Il quesito che sorge a questo punto apre nuovi sconfinati orizzonti alla preoccupazione: se una situazione simile ha avuto modo di consolidarsi sotto gli occhi di migliaia di persone, cosa può essere stato nascosto tra i boschi e nei campi che ancora in questo scampolo d’estate giacciono lontano dalle rotte degli uomini, nel silenzio spettrale delle ore assolate?

La megadiscarica di Andretta, prevista da un decreto governativo sul Formicoso, a pochi chilometri da qui nel cuore di un’area tra le più significative d’Italia per lo sviluppo di fonti rinnovabili, non cessa di infuocare gli animi dei residenti e dei conterranei. Se il suolo pubblico e trafficato di Molinelle è stato facilmente ridotto in queste condizioni, chi ci assicurerà che dietro i cancelli sorvegliati dalle guardie non si consumeranno più loschi traffici, più complete e mortali strategie di distruzione?

I media ci informano che la crisi dei rifiuti è stata risolta. Brillantemente, sembrerebbe, se neanche il “Newsweek” ha potuto esimersi dall’incensare la condotta del governo. Nuove discariche accoglieranno i rifiuti che si continuano a produrre, senza criterio. E la cosa mi richiama alla mente parole dei Wu Ming: “Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte. Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro”.

Tornando indietro verso lo svincolo, a una cinquantina di metri dalle rampe di accesso alla Fondo Valle Sele, sulla sinistra, uno sterrato in pessime condizioni porta alla riva sinistra del fiume che dà il nome alla vallata. Lo stato di mantenimento della campagna si mostra desolante già dopo pochi metri di marcia. Anche qui elettrodomestici dismessi, casse da imballo e pneumatici la fanno da padrone. Sulla breccia gli inconfondibili segni di altri roghi denunciano quanto sia impregnata di residui questa terra. Ci troviamo a meno di venti metri dalle acque del fiume, in questo punto, ben all’interno dei limiti dell’area regionale protetta della Riserva Naturale Foce Sele-Tanagro.

La stessa area è inoltre abbracciata dal Parco Regionale Monti Picentini che si estende a cavallo tra le province di Salerno e Avellino. Qui, qualcuno ha abbandonato una bottiglia di Martini a un passo da una roccia. Scruto il quadro valutandone l’estetica da natura morta, sotto gli occhi indifferenti di un cane da pastore randagio. Mi chiedo se abbiano trovato davvero qualcosa per cui festeggiare, o se abbiano voluto solo metterci sopra una pietra, scolandosi la bottiglia per dimenticare.