L’effetto farfalla è uno dei capisaldi scientifici del nostro immaginario contemporaneo. E’ stato anche grazie alla sua carica simbolica se la matematica della complessità, quando ancora si chiamava teoria del caos, è riuscita a fare breccia nella comune percezione del mondo. Con l’intercessione di Jurassic Park (”Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del sole” dice a un certo punto Ian Malcolm/Jeff Goldblum, parafrasando Edward Lorenz), oggi tutti sappiamo di cosa stiamo parlando quando tiriamo in ballo questo concetto tutt’altro che banale della teoria dei sistemi, coniato da un meteorologo per indicare la spiccata sensibilità alle condizioni iniziali che caratterizza i sistemi atmosferici. L’estensione del modello al di fuori dell’ambito originario della meteorologia ne ha prodotto l’enorme successo popolare, amplificato da sentenze lapidarie entrate di diritto nell’uso comune (chi non ha mai sentito la celeberrima “piccole variazioni nelle condizioni iniziali portano a grandi scostamenti nelle soluzioni finali”?). Già nel 1963 Lorenz scriveva, in un articolo per la New York Academy of Sciences: “Un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.” Nessuno sa come si sia passati dal gabbiano alla farfalla, anche se una data precisa nell’evoluzione degli studi di Lorenz esiste ed è il 1972, quando un collega gli suggerì di adottare per il suo intervento alla 139sima conferenza dell’American Association for the Advancement in Science il titolo emblematico di: “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?“. Al di là della presenza costante della farfalla che batte le ali, la sua ubicazione, le conseguenze e la localizzazione delle stesse hanno subito di volta in volta fantasiose variazioni di schema (per una tracciabilità non esaustiva della deriva memetica vi rimando alla webgrafia in calce al presente articolo). Il passaggio dal gabbiano alla farfalla potrebbe avere comunque due spiegazioni: a) una genesi letteraria, con un capostipite con solide radici fantascientifiche nel racconto A Sound of Thunder (in italiano Rumore di Tuono) firmato da Ray Bradbury nel 1952; b) una genesi estetica, essendo gli attrattori di Lorenz nella loro rappresentazione tridimensionale iconograficamente simili a una farfalla stilizzata (si veda l’immagine di apertura).

Come ci insegna Wikipedia, il concetto che oggi ha trovato così tante applicazioni, dall’andamento dei mercati finanziari alla viabilità, dalla trasmissione dell’energia elettrica alle analisi geopolitiche, era già stato intuito nel 1950 da un’altra vecchia conoscenza dei lettori di fantascienza, Alan Turing, che nel saggio “Macchine calcolatrici e intelligenza” scriveva parole che avrebbero potuto essere riprese nel Manifesto del connettivismo: “Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza“. E il suo fascino ha ispirato numerose opere, tra cui anche una simpatica commedia inglese con Gwyneth Paltrow (Sliding Doors, 1998). Intorno al giro di boa del 2000, mentre montava l’onda predatoria di Hollywood ai danni di Philip K. Dick, qualcuno tirò fuori il summenzionato racconto di Bradbury. Non si sa fino a che punto BenderSpink e FilmEngine siano entrate in conflitto con il pool capitanato da Franchise Pictures, Crusader Entertainment e ApolloMedia, ma la concomitanza delle date lascia davvero supporre che si sia giocato sul filo del rasoio una battaglia per portare per primi nelle sale un film incentrato sul summenzionato effetto farfalla. Mentre i problemi produttivi rallentavano la realizzazione di A Sound of Thunder, arrivato infine nelle mani di Peter Hyams e sbarcato al cinema verso la metà del 2005, la produzione di Butterfly Effect procedeva a gonfie vele, approdando nelle sale già nei primi mesi del 2004. Anche ai botteghini i due film andavano incontro a destini diversi: il tonfo per il primo, un insperato successo per quest’ultimo; a dimostrazione, ancora una volta, della propagazione catastrofica delle divergenze (anche minime) di partenza. Ed è proprio di Butterfly Effect che voglio parlare.

Alcune persone vogliono dimenticare il passato. Altre vogliono cambiarlo. Così recitava il lancio promozionale del film. Seguito a breve distanza dall’altrettanto emblematico “Cambiare una cosa. Cambia tutto” della novelization di James Swallow e della distribuzione per il circuito dell’home video. L’approccio è più intimistico di quello scelto da Bradbury per il suo racconto e porta la sceneggiatura a giocare intorno alle inevitabili conseguenze prodotte dai salti indietro nel tempo del protagonista, Evan Treborn (l’ex-Michael Kelso di That ’70s Show Ashton Kutcher, meglio noto come successore di Bruce Willis al fianco di Demi Moore). Novello Billy Pilgrim, il piccolo Evan incorre sovente in momenti in cui pare assentarsi, estraniandosi completamente da ciò che lo circonda. Le cause risiedono in una disfunzione neurale ereditata dal padre, finito internato in un istituto psichiatrico. La madre è comprensibilmente molto preoccupata per la salute di Evan, ma le sue premure non riescono a tenerlo lontano dall’orrore nascosto dietro la porta accanto. E un trauma rivissuto a distanza di anni finirà per risvegliare in lui le facoltà paranormali del genitore, proiettandolo indietro nel tempo ai “momenti vuoti” della sua infanzia, a colmare i buchi neri della sua coscienza, generando di volta in volta alterazioni al corso degli eventi che immancabilmente si ripercuoteranno sul tessuto della realtà. L’effetto degli interventi retroattivi produce ad ogni iterazione un radicale mutamento del suo attuale presente, spingendolo a scoprire di volta in volta una nuova dimensione privata del suo inferno esistenziale.

Scritto e diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, già sceneggiatori del disastroso Final Destination 2, il film inquieta e stupisce non solo per effetto del confronto con le loro precedenti prove. Provocatorio al limite del buon gusto, The Butterfly Effect trova il suo pregio migliore nella grande prova di equilibrio tra spinte opposte, tra la vocazione indie e una matrice spudoratamente trendy, raggiungendo in maniera quasi paradossale una coerenza spietata che riesce a far passare in secondo piano anche le principali note di demerito (ovvero la recitazione non sempre all’altezza e alcune ingenuità di scrittura che avrebbero potuto facilmente essere corrette da una produzione più attenta). Tecnicamente, risultano particolarmente riuscite le sequenze in effetto flou che accompagnano le metamorfosi della realtà, condensando in pochi secondi anni di esperienze personali estrapolate dalla vita di Evan Treborn. E la pellicola è essa stessa un oggetto mutante al pari della realtà di Evan, assumendo di volta in volta i connotati del thriller, del campus movie, del dramma carcerario, del melodrammatico, ma riuscendo sempre a reggersi in piedi grazie al meccanismo serrato del gioco fantascientifico: un viaggio nel tempo che qui deve molto più all’angosciante introspezione dell’Esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam piuttosto che al cliché della macchina di H.G. Wells. La struttura narrativa è ottimamente congegnata, con una prima parte introduttiva che semina bene strizzando l’occhio a Stephen King (modello ormai imprescindibile per ogni lavoro che voglia confrontarsi con i drammi e le follie piccole e grandi della preadolescenza) e lascia aperti gli spiragli giusti da colmare poi nei restanti due terzi del film. Degna di menzione anche la trovata di attribuire un ruolo centrale nelle regressioni cronopsichiche di Evan ai suoi diari: la metafora della scrittura come strumento di introspezione sarà consolidata ormai da oltre un secolo (non mi sembra il caso di scomodare in questa sede Poe, Dostoevskij, Joyce e Svevo), ma è interessante vederla ripresa al cinema e riproposta a un pubblico potenzialmente vastissimo. Il modello più vicino che possiamo individuare per The Butterfly Effect è comunque un altro film di fantascienza piuttosto recente, l’enigmatico Donnie Darko (Richard Kelly, 2001).

Anche senza riuscire ad eguagliare la carica visionaria e l’efficacia del capolavoro di Kelly, il film riesce a ottenere ottimi risultati dal punto di vista della suspense e della riflessione. The Butterfly Effect potrà piacere o non piacere, ma difficilmente lascerà indifferenti. E se questa è una formula abusata, aggiungo che le probabilità che entusiasmi o deluda lo spettatore sono equiparabili e strettamente correlate al tasso di aspettativa che la visione incontrerà e al livello di sospensione dell’incredulità che riuscirà a ottenere. E parlo di incredulità e non di dubbio perché alla fine dello spettacolo, di fronte ai titoli di coda lanciati dall’ammiccante Stop Crying Your Heart Out degli Oasis, il dubbio è la sensazione più intensa che sopravvive alla visione. Un dubbio che spinge a interrogarsi, come dovrebbe sempre fare la fantascienza migliore, anche quando si esprime in lavori non magistrali ma fondamentalmente onesti come questo.

Extra

A Sound of Thunder, il racconto di Ray Bradbury in lingua originale, illustrato. Da questo testo è stato tratto il film omonimo del 2005, per la regia di Peter Hyams. Qui è possibile prendere visione del trailer.

• Non so bene se per ragioni produttive o per puro esercizio di stile, di questo film sono stati girati una quantità spaventosa di finali alternativi. Direttamente da YouTube: a) il lieto fine impossibile; b) sensazionale ma traballante; c) aperto. E ne sono disponibili almeno un altro paio, ancora meno efficaci, ma utili per capire che l’unico finale plausibile e capace di valorizzare l’intera pellicola è quello visto al cinema.

• Una menzione speciale per Amy Smart e Melora Walters, le due donne del film. La bellezza della prima avrebbe potuto essere valorizzata da una regia un po’ più attenta, capace di strapparle una prova da attrice più convincente e continuativa attraverso le trasformazioni a cui il suo personaggio è costretto dalla sceneggiatura. Dal punto di vista della recitazione, la Walters nel ruolo della madre di Evan offre senz’altro la prova più dignitosa del film.

• La recensione di Ugo Giansiracusa su GirodiVite.

The Butterfly Effect ha avuto anche un seguito, con attori e personaggi completamente diversi: The Butterfly Effect 2, diretto da John R. Leonetti nel 2006 (e intanto un terzo è stato annunciato per il 2009). Ancora non l’ho visto, ma se dovesse valere la pena ne riparleremo presto.

• Il meme del battito d’ali della farfalla e delle sue conseguenze ha subito una incessante evoluzione nel tempo. Steve Nelson si è dedicato a catalogarne le molteplici variazioni ripercorrendone la deriva e un interessante elenco aggiornato al 2003 si può trovare a questo indirizzo.

• Il necrologio dedicato a Edward Lorenz da Fantascienza.com.

• A questo indirizzo potete invece consultare il citato articolo di Turing “Computing Machinery and Intelligence“. Nel capitolo 5, Universality of Digital Computers, possiamo leggere: “The displacement of a single electron by a billionth of a centimetre at one moment might make the difference between a man being killed by an avalanche a year later, or escaping“.