Hanno nutrito le nostre ansie e le nostre paure con la loro dieta mediatica, 24 ore al giorno, ogni giorno della settimana. Senza cedimenti, con costanza e convinzione. Ci hanno somministrato il loro omogeneizzato predigerito, riversandocelo addosso nel rumore di fondo della TV, spacciandocelo per verità. E chiunque non era d’accordo diceva semplicemente “delle cose contrarie al vero”. La realtà è come la percepiamo. Noi, senza volere pensare alle conseguenze, ci siamo beatamente incamminati verso questo presente senza prospettive, pregustandone la totale mancanza di slancio come se fosse la più auspicabile delle soluzioni. E la giusta punizione per un popolo privo di immaginazione e carità ci ritroviamo a scontarla giorno dopo giorno.

La spettacolare congiuntura di questi giorni ci mette di fronte a due tristi verità: la prima arriva da una lezione su scala globale e ci insegna che il sogno di vivere all’americana, come nella più patinata delle fiction, era appunto un sogno e se adesso ne stanno facendo le spese i pescecani che ne avevano predicato il verbo, il falò delle vanità non ha ancora finito di risvegliare tutti quelli che avevano voluto lasciarsi incantare (e a questo proposito segnalo il significativo articolo di Filippo Del Lucchese apparso sul Manifesto del 19 giugno scorso, intitolato, con una stratificazione di significati, Fuochi Salvifici); la seconda è una lezione tutta italiana e ha a che fare con la nostra pochezza e con le colpe che abbiamo indifferentemente accumulato negli anni, facendo finta di non prestare attenzione a quello che ci accadeva intorno, e continuando a mandare giù l’omogeneizzato mediatico: gli assalti ai campi nomadi di Napoli, la carneficina di Castel Volturno, l’omicidio di Milano, i pestaggi di Roma, le prove tecniche da stato di polizia avviate a Parma non sono eventi episodici, ma compongono una costellazione che risponde a una logica ben precisa.

Dal sogno americano infranto all’incubo, a ben guardare, tutto quello che è sotto i nostri occhi rientra in questo schema, che è poi la logica del dominio culturale e sociale che ci è stata imposta dai vertici dell’economia e della politica. E non possiamo nemmeno trincerarci dietro la scusa di avere provato ad opporre una resistenza, perché la penetrazione delle linee nemiche nel territorio delle nostre menti e delle nostre vite non poteva avere vita più facile. Eravamo stati ammansiti dal chiacchiericcio, anestetizzati dalla roba che ci spacciavano come di prima scelta e a cui ci siamo ritrovati a prestare più fede di quanto volessimo riconoscere all’esperienza quotidiana. Dopotutto: la libertà è schiavitù. Il risultato è questo stato di cose che ricompone il puzzle: dal crack delle Borse alla violenza dilagante nella provincia dell’impero in cui viviamo, possiamo identificare come comune causa scatenante il momento in cui abbiamo smesso di pensare con le nostre teste. La crisi di responsabilità è una conseguenza. La xenofobia d’accatto è una conseguenza. Il successo avvelenato dei subprime è una conseguenza. L’ignoranza è stata la nostra forza.

Con un piede nella recessione, ci avviamo verso una transizione più incerta che mai. Gli spettri sono vivi e affamati. Ma c’è ancora qualcuno che cerca di convincerci che non sta andando a puttane (e in questo senso le sue giustificazioni caricano di nuovi significati la vignetta di Rododendro che ho ripreso qui accanto da Macchianera). Vi consiglio di leggere questo articolo in merito firmato da Vittorio Catani. Abbiamo voluto trincerare le nostre illusioni dietro una solida barriera psicologica, procedendo alla rimozione corale della povertà. Adesso che arriva il momento di ridistribuire le scorie tossiche di questo processo di smaltimento non omologato dovremo finalmente farci i conti. Per una volta tutti insieme, condividendo le conseguenze delle nostre azioni, in modo che nessuno possa crogiolarsi nell’inganno ferino di un’effimera Schadenfreude.