Mi sono reso conto di avere lasciato fuori dall’articolo sul sesso nella fantascienza almeno quattro autori che potevano vantare tutti i diritti di essere tirati in ballo. Si tratta di quattro vecchie conoscenze cyberpunk e post-cyberpunk. In effetti, il movimento degli anni ‘80 sembrava poco rappresentato dai titoli passati in rassegna. Ma anche gli autori che si sono nutriti della sua sensibilità hanno prodotto validissime visioni nel campo, magari un po’ cupe e ossessive, ma comunque dignitose di essere ricordate.

Partiamo con un romanzo breve recentissimo, La moglie del Djinn di Ian McDonald (Djinn’s Wife, disponibile anche on-line sul sito della Asimov’s SF), premio Hugo 2007, pubblicato in Italia sul numero 53 di Robot. Una storia d’amore dalla Singolarità, che trasfigura su uno sfondo vivido e accattivante conflitti culturali purtroppo sempre attuali, denunciando l’ottusità dei governanti che non esitano a trasformarsi in terroristi e regalandoci un’immagine dal fortissimo impatto emotivo, nell’accostamento delle IA (aeai, come vengono chiamate da McDonald) della nuova era alle divinità della tradizione hindu, schierate in assetto di guerra nel cielo di Delhi. L’India di McDonald è frammentata, diremmo balcanizzata, e le avvisaglie di una Guerra dell’Acqua minacciano di incrinare i rapporti tra lo stato di Bharat (ciò che resta dell’antica Unione Indiana) e Awadh, che si affaccia sulle rive settentrionali del sacro fiume Gange. Nel corso delle trattative per scongiurare il conflitto, una aeai del corpo diplomatico di Bharat inviato a Delhi, A.J. Rao, si innamora della leggendaria danzatrice Esha Rathore. Quello che potrebbe risolversi nel più astratto degli amori platonici, nel mondo di McDonald si trasforma in una passione sfrenata in cui anche la carne riceve l’opportuno ristoro. Perché i dispositivi di augmented reality indossati dai suoi abitanti consentono di amplificare lo spettro degli stimoli ambientali, e questo spettro nelle “mani” di un’aeai può produrre esiti sorprendenti. Se poi consideriamo che l’aeai in questione non si accontenta di dispensare l’estasi cibernetica alla sua compagna ma azzarda anche qualche ardita manipolazione sulla scala delle nanotecnologie, ecco che il suo intento di procurarsi una discendenza appare un po’ meno folle di quanto poteva sembrare in un primo momento.

Il tema dell’amore tra costrutti artificiali ed esseri umani non è inedito. I primi fuochi dei nuovi amori del XXI secolo avevano già brillato in Aidoru (in originale Idoru), romanzo del 1996 firmato da William Gibson, in cui il leader di una rock-band annuncia al mondo le sue nozze con Rei Toei, l’aidoru del titolo. Ne ho parlato nel doppio articolo monografico dedicato al grande autore americano, dove scrivevo:

Aidoru” è l’adattamento nipponico del termine inglese ”idol” e Rei Toei, in effetti, è una popstar programmata per far leva sul desiderio di immedesimazione di teenager e otaku: “un costrutto di simulazione, un insieme di componenti software, la creazione di progettisti informatici” che hanno distillato le acquisizioni della fisica e della matematica per sintetizzare la formula del successo assicurato. Malgrado — o proprio in virtù di — questo, Rei Toei è anche una “architettura di desideri” che esercita con forza irresistibile il fascino della seduzione. L’immagine olografica venerata da milioni di fan sparsi in tutto il mondo non è che la proiezione di una struttura di dati, così nell’amore dichiarato per lei da Rez si può finire per leggere una parabola postmoderna sulla dicotomia illusione/realtà, possibilità/impossibilità, incentrata sulla frustrazione in cui si consuma il desiderio di possesso della rockstar.

Il più paranoico dei racconti di Gibson, New Rose Hotel (1981, incluso nella raccolta La notte che bruciammo Chrome e fonte di ispirazione per un notevole film di Abel Ferrara, memorabile anche per una delle rare interpretazioni decorose di Asia Argento), è incentrato sull’ossessione di uno specialista in defezioni aziendali per la prostituta che dovrebbe fungere da esca nel suo prossimo piano. Si tratta di sesso all’antica: tra uomo e donna, laddove la donna riesce a far valere tutti i propri punti di vantaggio. Facile intuire che qualcosa finisce per andare storto, ma nelle mani di Gibson la regressione psichica del protagonista si trasforma in un piccolo gioiello crepuscolare, una ballata per un cowboy postmoderno dal destino segnato.

Ma di poco raccomandabili prostitute, le opere di Gibson sono zeppe. Dal racconto che dà il nome alla raccolta, fino a Neuromante (Neuromancer, 1984) in cui Molly Millions rivela a Case i suoi trascorsi da meat puppet (letteralmente: “bambola di carne”) tossicomane, un tempo intrappolata nel giro degli snuff movie.

Ancora di bambole si parla in Fairyland dell’inglese Paul J. McAuley (1995). Le Bambole sono qui dei surrogati sintetici, costrette a ingegnose forme moderne di schiavismo, ma presto al centro di una cospirazione per sovvertire l’ordine mondiale.

Altri simulacri destinati al mercato degli appetiti sessuali sono le ginoidi al centro dell’acclamata trilogia dei Morti di Richard Calder. Dei titoli che la compongono, Dead Girls (1992), Dead Boys (1994) e Dead Things (1996), solo il primo è approdato in Italia, pubblicato dalla Nord con il titolo di Virus Ginoide nel 1996. Il ciclo si dipana a partire dal 2071, dopo che un contagio virale trasmesso per via sessuale ha infettato strati sempre più vasti della popolazione maschile e gli effetti si sono ripercossi sulla loro prole femminile. Le ragazze nate da genitori infetti, all’ingresso nella pubertà, sperimentano la metamorfosi in bambole ginoidi, chiamate Lilim. Mercificazione della natura femminile, espropriazione dell’identità sessuale e conflitto tra finzione e autenticità sono i temi portanti dell’opera di Calder, tra i più apprezzati autori della marea post-cyberpunk. Citando Piergiorgio Nicolazzini nell’introduzione allo straordinario Mosquito (racconto del 1994 e tassello cruciale della trilogia, incluso nella Grande Opera Nord dedicata al Cyberpunk), “lateralmente rispetto all’ambita terra di mezzo che è il cyberspazio gibsoniano, il nanospazio di Calder sembra situarsi sul confine incerto tra robotica quantistica e cosmologia ginoide, per meglio rappresentare la sua visione antitetica del mondo postmoderno nel quale viviamo”.