[Articolo pubblicato il 09/03/2008 sullo Strano Attrattore 1.0]

La notizia è di quelle che fanno presto il giro delle redazioni del pianeta, senza però scandalizzare più di tanto. Anzi, probabilmente era attesa da chi ha avuto l’ardire di sostenere i 156 minuti di Lust, Caution, indegnamente distribuito in Italia come Lussuria - Seduzione e Tradimento (un titolo per le allodole…). In effetti, il ritorno del taiwanese Ang Lee in Cina non poteva essere più audace di questa trasposizione del racconto Se, Jie di Eileen Chang. Il film era già incorso nei tagli della censura, ma la reazione era apparsa comunque blanda rispetto alle ben più sofisticate offensive di cui è capace la macchina del Partito. Alla fine la risposta di Pechino si è manifestata in tutta la sua forza e ha scelto come bersaglio la figura della protagonista Tang Wei, bellissima 29enne, ex modella concorrente al titolo di Miss Universo e artefice di una interpretazione sublime. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio la pellicola, cercando di comprendere cosa possa avere infastidito i solerti funzionari della Sarft.

Lust, Caution, trionfatore al Lido nel 2007, è un’opera raffinata e complessa. Tra spy-story e melodramma, mette in scena una ricostruzione d’epoca straordinaria, per niente edulcorata e anzi addirittura sporca nella raffigurazione delle affollate strade dei bassifondi di Hong Kong e di Shanghai, intrise di sudore e miseria, denotando una cura del particolare capace di surclassare in realismo le patinate produzioni hollywoodiane. Purtroppo il gusto quasi maniacale di riproporre dettagli, abitudini e convenzioni borghesi nella Cina occupata della Seconda Guerra Mondiale, benché regali una percezione vivida e a tutto tondo di quei giorni di disperazione, terrore e decadenza, finisce anche per determinare una dilatazione dei tempi che mette a dura prova l’attenzione dello spettatore. La storia, che dopo la conquista del Leone d’Oro ha goduto di una esposizione pressoché globale, è quella di Wong Jiazhi, una giovane spia arruolata dalla Resistenza per sedurre un funzionario della polizia (Tony Leung Chiu Wai, già attore feticcio dell’intramontabile Wong Kar-Wai, premiato a Cannes nel 1999 per In the Mood For Love, ma di questa splendida accoppiata vi consiglio di recuperare anche Hong Kong Express e il semi-fantascientifico 2046), collaborazionista dei giapponesi, in modo da aggirarne il cordone di sicurezza e attirarlo in una trappola mortale. A reclutarla è una cellula rivoluzionaria nata in seno a una piccola compagnia teatrale per iniziativa di un gruppo di sprovveduti studenti universitari. Wong Jiazhi (o Chia Chi, a seconda delle grafie), che per la guerra ha sofferto l’abbandono del padre e vive in condizioni di disperata povertà, si lascia affascinare dal capocomico. E questo è l’inizio della sua rovina, perché niente andrà secondo i loro piani.

I giovani, animati da forti ideali e da sete di vendetta, fanno leva sulle doti recitative di Wong Jiazhi per stabilire un contatto con la famiglia Yee, riparata a Hong Kong a seguito dell’occupazione giapponese. La ragazza si sacrifica, ma quando arriva il momento decisivo la cautela del Signor Yee manda a monte i piani della banda. Tre anni dopo si ripropone l’occasione a Shanghai. Reclutata nuovamente dal leader della cellula, entrato nelle file meglio organizzate della Resistenza cinese, Wong Jiazhi riuscirà a tornare in contatto con il suo obiettivo e intreccerà con lui una relazione, connotata da una dedizione ossessiva che presto assumerà i tratti di una vocazione all’annientamento di sè. L’impostazione circolare della regia è una scelta elegante e risolta con grande bravura da Ang Lee: il prologo è semplicemente la preparazione del tragico epilogo e la maggior parte del film è un unico, lungo flashback che rivela la terribile educazione sentimentale di Wong Jiazhi e la sua progressiva maturazione, mettendone a nudo le motivazioni. E se Tang Wei è perfetta nel suo ruolo (il doppio gioco la obbliga a una “interpretazione nell’interpretazione” e lei se la cava egregiamente), forse stona la scelta di ammantare di una drammaticità eccessiva la figura del Signor Yee, il quale, malgrado la sua essenza ambigua e viscida da homunculus politicus, rischia di stimolare attraverso questa complessità tragica su cui la regia pare voglia insistere una partecipazione emotiva che non meriterebbe.

Così il film, pure ottimo, lascia la sensazione amara di un capolavoro mancato. Ma d’altro canto Ang Lee non è Wong Kar-Wai e di questo possiamo farcene una ragione. Spiace piuttosto vedere che, nonostante tutta l’accortezza riposta nel progetto, Lust, Caution abbia finito per incorrere comunque nelle maglie della censura di Pechino. In assenza di spiegazioni ufficiali, suona francamente riduttiva la lettura che alcuni hanno voluto dare dell’editto. Per quanto spinte, le scene erotiche sono delle parentesi inserite in un contesto probabilmente molto più lesivo per la dignità del Partito: quello che emerge dalla pellicola non è tanto la graduale sottomissione di Wong Jiazhi alla sua preda divenuta dominatore (e lo sfogo della ragazza di fronte ai suoi referenti della Resistenza assume piuttosto la valenza di una implicita rivalsa sul giovane che l’ha coinvolta nell’operazione, condannando la sua vita e il loro possibile futuro assieme), quanto l’atto di accusa alla corruzione, al potere esercitato calpestando i diritti dei propri concittadini, all’ossessione del dominio, del controllo e della segretezza.

Forse, colpire direttamente un film che pure ha recato lustro alla Repubblica Popolare nelle rassegne di mezzo mondo avrebbe potuto rivelarsi troppo esplicita come mossa. E quindi la censura della Sarft, l’agenzia che si occupa di monitorare l’informazione su radio, cinema e televisione cinesi, si è abbattuta sull’icona Tang Wei. Le emittenti cinesi hanno ricevuto l’invito a cancellare il suo volto da qualsiasi trasmissione, ritirando tutte le inserzioni con la sua presenza proprio ora che l’attrice aveva appena siglato un contratto con dei noti marchi dell’industria cosmetica e della moda. La soluzione, adottata alla vigilia dell’8 marzo, è emblematica della considerazione che il sedicente Partito Comunista Cinese riconosce ai diritti delle donne. Ma la notizia nella notizia è che un giornalista del Beijing Morning Post ha deciso di bucare la coltre di omertà. E questo oggi ci ha dato modo di parlarne, regalando un po’ di esposizione al film e alla bellezza della coraggiosa Tang Wei. Un’occasione anche per rivolgere, sebbene in ritardo, un augurio a tutte le donne che capiteranno da queste parti.