[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 31-01-2008.]

Nella chiacchierata radiofonica con Giampietro Stocco, a suo tempo, espressi un’intuizione che mi va convincendo sempre più, mano a mano che il tempo passa e i tentativi di scrittura proseguono e si moltiplicano. Visti i tempi che ci troviamo a correre, tra lenti a contatto che ci permetteranno di navigare in una sovrapposizione di realtà e virtualità e computer quantistici pronti a sbarcare nella nostra quotidianità, si può ancora credere di avvicinarsi alla scrittura senza essere passati attraverso il filtro della fantascienza? La domanda è retorica. Non esiste un altro genere in grado di preparare all’indagine dei mutamenti che la nostra società sta attraversando.

Una bella conferma arriva dal programma di Rai 3 Megalopolis, di cui ho già parlato e che ieri sera è giunto alla terza puntata, dedicata al Cairo. Ebbene, la prossima puntata sarà dedicata a Shenzhen, città emblematica del boom cinese, sorta alle porte di Hong Kong laddove un tempo sorgeva un villaggio di pescatori e ben presto mutata in un mostro tentacolare in grado di surclassare la scomoda vicina. E proprio a Shenzhen, ormai quattro anni fa, ambientavo il mio racconto Io vivo per Su Li-Zhen (poi incluso nell’antologia Revenant). Ne riporto qui di seguito un breve stralcio:

Shenzhen: megalopoli sopravvissuta al Collasso, oppure nata con esso. Quando è parso evidente che per la Terra noi inquilini della superficie fossimo solo una specie come un’altra di parassiti, una legione perfino pericolosa per il suo equilibrio, il clima ha subito un tracollo. La stagione dei tifoni ha prodotto un numero incalcolabile di vittime, danni incommensurabili e milioni di sfollati. Sciami di profughi si sono riversati nelle città dalle campagne, rendendo necessarie misure di intervento diretto da parte delle autorità.

Prima delle inondazioni, Shenzhen era solo la vetrina cinese sorta alle spalle di Hong Kong: una città franca, aperta ai flussi del mercato, soggetta ai venti della corruzione. Dopo, ecco il risultato: sei milioni di abitanti nei confini urbani, altri otto accampati nelle zone di accoglienza appena fuori città, in attesa di regolarizzare la loro posizione e guadagnare il diritto alla residenza.

Una densità demografica di oltre venticinquemila abitanti per chilometro quadrato. Non basterebbe tutta la mia vita a passare in rassegna uno per uno ogni essere umano di questa città ricombinante. La nanoingegneria plasma senza sosta i palazzi mutando il volto dell’agglomerato urbano dal tramonto all’alba, nel volgere di una notte. Un flusso migratorio costante compensa con manodopera fresca le perdite consumate sulla catena di montaggio, caduti sull’altare del lavoro grazie alla fin troppo generosa legislatura in materia di sicurezza degli impianti. Nuove tecniche di manipolazione permettono di mascherare molti dei principali parametri di riconoscimento. Una marea di forze contrarie si oppone alla mia caccia.

Quello era uno dei primi racconti in cui provavo a fondere insieme le istanze di generi diversi. Non lo facevo in maniera cosciente, chiaramente. Troppo entusiasta, troppo sprovveduto. Ma le mie orecchie sentivano una musica di fondo che sarebbe stata perfetta per l’atmosfera di un vecchio noir. E i miei occhi scavavano nel futuro. Con avidità. Capita di prendere le decisioni giuste, quando si lotta per sopravvivere.