[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 28-07-2007.]

Nei giorni scorsi Amedeo Balbi ha postato sul suo blog un intervento sulla presunta morte della fantascienza (che riprendeva un post di Luca De Biase). Visto che si parlava di fantascienza proprio lo scorso week-end, l’occasione mi offre la possibilità di dire la mia e di postare, sull’esempio di Amedeo, una splendida copertina, che nel caso in questione è quella del numero 42 di ROBOT, dopo aver letto il quale ho maturato il serio proposito di diventare - davvero - uno scrittore di fantascienza (e a cui sono quindi comprensibilmente affezionato).

Riporto qui sotto il mio commento al post di Keplero, riservandomi di ampliare poi il discorso.

Squillo di trombe e rullo di tamburi, perché questa è la prima volta che esprimo il mio punto di vista sull’argomento science-fiction da quando sono diventato uno scrittore di science-fiction (va bene, non ci credo neanche io, ma per fortuna o per sfortuna - sua - c’è qualcuno che se ne è convinto e piano piano la psico-guerra sta penetrando la resistenza di default del mio firewall neurale). Quindi…
Non ha alcun senso sostenere che la fantascienza debba prevedere il futuro, come si saranno resi conto tutti quelli che abbiano letto in vita loro almeno una dozzina di (buoni) libri di fantascienza. La previsione (intesa come estrapolazione) tocca alla scienza, non alla fantascienza. La fantascienza deve immaginare panorami, scrutare nel buio, speculare sul futuro. Il che la porta a essere molto simile alla scienza, assumendo la sua stessa tendenza alla precognizione, ma preservando una propria peculiarità. Il metodo scientifico si basa sui dati. La fantascienza deve immaginare i dati. E non può spararli lì, deve essere estremamente attendibile nell’immaginare i dati di domani per spingere lo sguardo fino al giorno successivo. E’ la sua essenza, che così la porta a mescolarsi con l’immaginario. Perché quando ci piglia (e con Clarke, Dick, Pohl, Gibson, finora ci ha preso, e presumo ci prenderà presto anche con Vinge, Morgan, Stross, Egan, MacLeod, etc.) la fantascienza fa sentire il proprio impatto sul mondo. Mutandolo a propria immagine e somiglianza…
E sì: è l’impatto sociologico della tecnologia che ci interessa. E’ da quello che dipende il futuro. Oggi come oggi, non vale la pena pensare ad altro…

Per essere più precisi, quello che De Biase contestava alla fantascienza era di essersi fatta sopravanzare dai tempi. Nella sua analisi, fulminante ma non del tutto precisa, non tiene infatti in conto un elemento cruciale: un tempo l’evoluzione della tecnologia e il progredire della conoscenza scientifica seguivano andamenti pressoché lineari. Fino alla fine degli anni ‘70, il ritorno del progresso non aveva ancora portato a quell’impennata che oggi contraddistingue il suo tasso di avanzamento. L’effetto è semplice: se un tempo era possibile spingere lo sguardo venti anni nel futuro per interpretare i prossimi dieci, oggi uno scrittore di fantascienza che voglia creare scenari tecnologicamente (e, di riflesso, scientificamente) attendibili deve avere il coraggio di scrutare nei prossimi secoli per capire dove possiamo andare a finire da qui a un decennio. E’ il paradosso di questi tempi moderni, che ci obbligano a sfidare la profondità della prospettiva vincendo le vertigini.

Il rischio è logico e facilmente intuibile: proprio perché bisogna spararle grosse, le probabilità di dire castronerie risultano amplificate. L’ambizione, tuttavia, a volte ripaga. E quando ci riesce, il futuro somiglia sorprendentemente alla sua visione.