[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 03-11-2006.]

Da qualche tempo sulla Lista si va discutendo della crisi della fantascienza, se si tratti di crisi di idee o di crisi d’identità. Negli ultimi giorni è emersa la possibilità, nemmeno troppo infondata, che a giocare a svantaggio della nostra Signora sia stata la denominazione italiana, che come fa giustamente notare Vittorio Catani è ingannevole, oltre che essere un ossimoro.

Di fronte a qualche goliardico tentativo di rinominare il genere, ho allora goliardicamente proposto di chiamarla “transrealismo”, à la Rucker. Quando Antonio Fazio (a proposito, potete leggere sull’ultimo Robot un suo eccellente intervento sulla presunta autoreferenzialità della fantascienza) ha osservato che il transrealismo è un’attitudine della fantascienza che la spinge a sconfinare talvolta nel fantastico (senza che nessuna delle due aree finisca però mai per prevalere sull’altra), e come concetto poco si adatta alla tassonomia, il suo post mi ha spinto a una riflessione, che riporto qui per condividerla con chi non partecipa alle discussioni del gruppo:

Posta in questi termini, la distinzione tra fantascienza e fantastico mi porta piuttosto a definire quest’ultimo come una sorta di “surrealismo” ovvero di “realismo magico”, non solo nell’accezione invalsa nel senso comune della scuola sudamericana.
Per come la vedo io, la prerogativa della fantascienza è proprio quella di operare una trasfigurazione del reale attraverso l’anticipazione (scientifica, tecnologica, ma anche umanistica, sociologica, antropologica) del futuro. Il fantastico si limita a prendere un dato reale di natura emotiva per operare un analogo processo di trasfigurazione, che però non ha alcuna pretesa di prospettiva storica.

Cosa di cui mi vado sempre più convincendo.

PS: Ora che ci penso, vedo la fantascienza come una macchina del tempo, il fantastico come un treno a differenza di fase.
Fortuna che è già venerdì ;-)