[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 14-11-2006.]

Lo speciale sul cyberpunk di Fantascienza.pod ha originato un lungo e acceso dibattito su cosa sia cyberpunk e cosa sia davvero significativo all’interno della corrente. Se volete ripercorrere tutta la discussione, la trovate sul Ten Forward: si va avanti ormai da giorni, ma è bello trovare altri appassionati competenti in materia e curiosi con cui confrontarsi. Una delle questioni cruciali emerse dalla disputa è, per esempio, se Greg Egan possa essere considerato o meno cyberpunk, il che mi ha servito su un piatto d’argento l’occasione per dilungarmi un po’ sulla mia visione delle cose…

Dal mio intervento del 10 novembre 2006, ore 13:50:

Personalmente credo che al di là dei meriti estetici e delle peculiarità stilistiche di cui si è parlato nel podcast e in questo thread (l’affinità con lo sperimentalismo letterario di Burroughs, a cui possiamo aggiungere la libertà di registro di Pynchon), il cyberpunk abbia portato un rinnovamento nell’uso di modelli letterari abusati. Mi spiego meglio: la tecnologia è sembre stata al centro della fantascienza, fin dalla sua nascita sulle riviste pulp degli anni Venti (e se vogliamo lo era pure nel precursore storico, il Frankenstein di Mary Shelley). Però era una tecnologia da laboratorio, una tecnologia funzionale alle esigenze del protagonista della storia, una cosa pulita, insomma, anche quando serviva da bersaglio per un monito. Con il cyberpunk, invece, la tecnologia diventa un affare da strada, perché è sulla gente della strada che ricade dopo essere uscita dalle stanze asettiche della scienza, persone comuni che cercano di servirsene come possono e spesso devono soccombere all’uso che ne viene fatto da qualcuno più forte (che il burattinaio sia una multinazionale, un governo o una IA - “strumento senziente di se stesso”… mi sento molto Ghezzi - poco importa). Con il cyberpunk la tecnologia entra nei corpi e nel sangue, laddove il massimo della fantascienza pre-cyberpunk (escludendo appunto pochissimi nomi: Delany, soprattutto, e in una certa misura Ballard e Bester) ammetteva un condizionamento esterno, ma mai una vera e propria integrazione/fusione. E infatti l’icona del cyberpunk è il cyborg (organismo integrato con impianti tecnologici, funzionalità organiche estese da protesi cibernetiche) che si muove in un paesaggio elettronico mutante. La tecnologia diventa così strumento di oppressione e di ribellione, riacquista la sua neutralità rispetto alla fantascienza classica dove veniva considerata sempre come un bene (soprattutto le origini) oppure come un male (il filone distopico fiorito di seguito), ma il suo controllo assurge a un ruolo di primo piano, perché attraverso il controllo della tecnologia passa il controllo del mondo (il famoso know how nelle mani delle corporation, trafugato dagli hacker…).

Ricordo che un po’ di tempo fa se ne parlava anche da queste parti. E intanto torna anche John Shirley con il suo capolavoro: dopo la fugace apparizione in Urania, approderà presto nelle librerie Eclipse, selezionato come classico nella nuova collana di fantascienza della Hobby&Work. Se non è una notizia questa…

Lunga vita alla Nuova Carne!