[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 26-02-2006.]

Com’era prevedibile, la mia visione del cyberpunk (qui sotto) ha innescato un vero e proprio dibattito. I punti di convergenza che emergono dalle varie opinioni espresse sono fondamentalmente: la vita notturna, la città sporca, le sensazioni sgranate, la musica di fondo (che sia Lou Reed o Wim Mertens, comunque un sottofondo incalzante di frenetica inquietudine urbana). In questa percezione, perfino il ruolo giocato dalle tecnologie è relegato in secondo piano. Credo che nessuno di noi le abbia dimenticate, solo le abbiamo date talmente per scontate che era inutile nominare altro che non fosse l’invadenza fremente dei neon delle insegne. La musica riversata nelle nostre orecchie da un lettore digitale potrebbe essere interrotta da un momento all’altro dall’interferenza di un cellulare, e nessuno di noi se ne farebbe meraviglia: le (non più) nuove tecnologie sono parte integrante della nostra quotidianità.

Questa constatazione, mi rendo conto ora, ha ispirato il passaggio verso una nuova idea della fantascienza, in cui il nostro genere comincia a riappropriarsi di territori troppo a lungo concessi in gestione ai suoi cugini (l’horror, soprattutto, ma anche, in una certa misura, il noir): un territorio che non è proprio dominio del sovrannaturale, o almeno non ancora, ma che comunque si trova virato verso il polo metafisico nella gamma delle nostre percezioni. Una sorta di red-shift emotivo, se mi permettete il paragone audace.

Ormai non pare più tanto irreale che in un futuro nemmeno troppo lontano computazione quantistica e manipolazione della materia a livello atomico, ingegneria genetica e intelligenze artificiali sovvertiranno le consuetudini quasi dogmatiche su cui si fonda la nostra percezione del mondo. Arthur Shopenhauer sentenziava che “il mondo è la nostra rappresentazione“. Una verità malleabile che, presto, potrebbe diventare di scottante attualità.

Leggendo alcune delle uscite SF più recenti (da L’Anno dei Dominatori di Ian Watson a Creature dell’Inframondo di John Shirley, approdando infine allo splendido Luce dell’universo di M. John Harrison), ho creduto di individuare gli inconfondibili tratti genetici di una tendenza, che in fondo, un po’ presuntuosamente, cercavamo di codificare in questo documento