[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 23-02-2006. Si rimanda al post originale per l'interessante dibattito che ne seguì, uno dei momenti più vivaci di quella prima incarnazione del blog. Purtroppo ho perso il riferimento delle immagini, che dovevano provenire da qualche sito dedicato a Tokyo e da Wikipedia.]

La replica a questo post dell’Iguana esige un post dedicato. Qual è la faccia del cyberpunk? Domanda ardua, che temo si presti a una varietà di risposte illimitata proprio in virtù dell’essenza intrinseca del movimento. Niente, almeno nella storia della fantascienza, ma probabilmente anche nel panorama più ampio della letteratura contemporanea, deve essersi basato sull’apparato iconografico come il cyberpunk. Gibson, Sterling, Maddox, Kelly, Di Filippo, Shirley, Rucker, Banks, McDonald: leggendo le loro pagine, ho come la sensazione che ognuno di loro fondasse la propria scrittura sull’impatto dell’immagine. Lo stesso Gibson ha ammesso a più riprese i suoi debiti rispetto all’iperrealismo e alla cultura pop, che sull’immagine si fonda. E allora, per me, cyberpunk è una strada di notte…

Strida di clacson, vociare di passanti, volti anonimi confusi nella folla. E, a echeggiare sopra ogni cosa, il profumo della notte al neon del Sol Levante che si perde nell’impassibilità di un cielo vuoto. Come lo schermo di una TV sintonizzata su un canale morto.

Una notte accelerata, da vivere in preda a un delirio psicochimico, sulle ali di una melodia rock del secolo passato. Lou Reed, o David Bowie nel periodo berlinese.

Le note che si intrecciano in una nenia che sa di blues, le luci che perpetuano la danza antica della vita e della morte.

Fino al miraggio di una nuova alba.