[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 07/07/2007. Alla luce della discussione lanciata da Alberto Priora su Orfani della connessione e la sua presunta ascendenza luddista, questo articolo assume una nuova valenza.]

Nel suo saggio del 1984 (una delle rarissime incursioni critiche della sua produzione) Thomas Pynchon affronta col suo fare scanzonato e provocatorio il tema dello sviluppo tecnologico e la sua intersezione con l’immaginario, la cultura popolare e la società, dalla Rivoluzione Industriale in poi. I Luddisti, non credo ci sia bisogno di ricordarlo, furono agitatori che emersero in massa nell’Inghilterra di inizio Ottocento. Il loro nome deriva da Ned Ludd, che si dice fu il primo a scagliarsi contro una macchina tessile per protesta, riducendola in rottami (l’episodio viene datato in genere al 1779, sebbene non esistano prove sull’effettiva esistenza del personaggio, che molti ritengono di pura invenzione). Quello che in genere i libri di storia trascurano di dire è che i Luddisti non erano quella manica di reazionari primitivisti che potrebbero sembrare a ridurre la loro storia in due parole.

I Luddisti furono i primi a sollevare questioni che sarebbero poi diventati i cavalli di battaglia del primo movimento sindacale (adeguamento salariale, lavoro femminile, sfruttamento dei minori e le condizioni lavorative nelle fabbriche furono argomenti centrali nell’azione delle Trade Unions). E furono combattuti come nemici della patria, con condanne severissime che andavano dalla pena capitale alla deportazione in Australia. Tra i pochissimi personaggi politici che ne sostennero le ragioni si può però annoverare una figura d’eccezione del calibro di Lord Byron. A dimostrazione di quanto complesse fossero in realtà le basi e la causa del movimento luddista. Per una discussione letteraria dell’argomento rimando obbligatoriamente a La macchina della realtà di William Gibson e Bruce Sterling, a cui ho accennato poco tempo fa.

Nel suo articolo Pynchon parte dalla frattura tra cultura umanistica e scientifica che caratterizza la storia dell’Occidente secondo la nota distinzione tracciata da C.P. Snow nel suo The Two Cultures and the Scientific Revolution (1959), per approdare a un discorso che abbraccia la nostra civiltà su un arco di due secoli, dai primi vagiti del Romanticismo alla letteratura di fantascienza, vista come ultimo rifugio degli scrittori e dei visionari durante la decadenza del mainstream determinata dalla Guerra Fredda e dalla repressione maccartista, ma anche come ideale punto di contatto tra le due tradizioni.

Domandarsi oggi se abbia senso essere un Luddista non ha molto più senso di quanto ne avesse nel 1984, quando Pynchon redigeva il suo articolo, all’alba della Rivoluzione Digitale. Il progresso è indispensabile, ma non possiamo limitarci a subirne le ricadute. Il timone dello sviluppo deve restare sempre nelle mani salde del navigatore (kybernetis) uomo. Ma è davvero sorprendente notare come il concetto di “Singolarità Tecnologica” fosse stato intuito dal Nostro già dieci anni prima della sua piena elaborazione.

If our world survives, the next great challenge to watch out for will come — you heard it here first — when the curves of research and development in artificial intelligence, molecular biology and robotics all converge. Oboy. It will be amazing and unpredictable, and even the biggest of brass, let us devoutly hope, are going to be caught flat-footed. It is certainly something for all good Luddites to look forward to if, God willing, we should live so long. Meantime, as Americans, we can take comfort, however minimal and cold, from Lord Byron’s mischievously improvised song, in which he, like other observers of the time, saw clear identification between the first Luddites and our own revolutionary origins. It begins:

As the Liberty lads o’er the sea
Bought their freedom, and cheaply, with blood,
So we, boys, we
Will die fighting, or live free,
And down with all kings but King Ludd!