[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 29-12-2007.]


“Live”, opera di John Picacio.

Negli ultimi tempi questo blog non ha offerto contributi significativi sul fronte della riflessione ideologica (o anche solo filosofica) che attiene al postumanesimo. A dire il vero, anche l’attività “dietro le quinte” è un po’ latitata, causa overflow da impegni e sempre meno tempo da investire nello sforzo dell’estrapolazione. E mi dispiace molto, perché alcuni mesi fa avevamo avviato un dibattito molto stimolante su alcuni degli aspetti più controversi del cammino verso il “superamento dell’umanità” (consiglio in particolare di buttare un occhio qui, qui, qui e qui a chi volesse recuperare il filo del discorso).

Come che sia, l’annuncio del ritorno di Greg Egan al romanzo (con Incandescence, di cui sono venuto a conoscenza grazie a Estropico) e un recente post di Bruce Sterling sull’argomento (segnalatomi da Zoon) gettano benzina altamente reattiva sul fuoco fatuo dei miei neuroni… E così credo che sia arrivato il momento di riprendere finalmente il discorso laddove lo avevamo interrotto.

Innanzitutto: perché “postumanesimo”? In Italia si sente spesso parlare di postumanismo, traduzione dell’equivalente inglese “posthumanism”, che ne mantiene l’assonanza e recupera quel suffisso in -ismo che nel corso del Novecento è stato associato tanto alle avanguardie artistiche quanto alle varie dottrine politiche che si sono avvicendate per tutto il secolo. Postumanesimo, a mio vedere, racchiude un’accezione più ampia, che non ha niente a che vedere con presunte vocazioni evangeliche, ma che aspira comunque a una dimensione ecumenica, globale, totale. Come dicevo nell’articolo sul filone postumanista pubblicato su Robot,

questa parola, a ben guardare, concentra nella sua costruzione una molteplicità “singolare” di significati. Il prefisso non solo conserva l’affinità con il postcyberpunk, di cui la nuova corrente risulta diretta emanazione, ma dà anche il senso del superamento che essa dovrebbe incarnare: superamento del passo segnato dalla vecchia fantascienza, nonché scavalcamento – in pieno spirito postmoderno – delle barriere del genere e delle letterature nazionali. E la rievocazione dell’umanesimo, accezione vaga e sibillina adottata per indicare l’antitesi al cyberpunk (quello che nel nostro Paese, insomma, ha invece sempre rappresentato la componente dominante dell’espressione letteraria, fantascientifica e non), pone un termine di paragone preciso: la nuova fantascienza viene dopo il cyberpunk e dopo l’umanesimo e anzi li supera entrambi, lasciandoseli alle spalle.

Ma astraendoci dalla dimensione puramente letteraria della fantascienza, l’umanesimo è anche il pilastro portante della nostra cultura occidentale, una sensibilità che ha avuto nel classicismo e nella centralità dell’uomo nel cosmo i suoi capisaldi. E’ quindi da questo che possiamo partire per tracciare le coordinate dell’entità ancora sfuggente ed enigmatica che corre sulle bocche di molti, a volte evocata come uno spettro da cui trovare scampo, altre come un manifesto in cui identificarsi. Malgrado i buoni propositi e le conquiste che noi tutti dobbiamo allo spirito umanista, è anche vero che l’umanesimo è stato spesso piegato e strumentalizzato dai cattivi maestri di cui è costellata la storia dell’Occidente: l’emarginazione delle culture orientali prima, e la colonizzazione poi, hanno rappresentato le pagine più buie della sua storia.

Nella sua vocazione al superamento, il postumanesimo dovrebbe quindi mirare a “oltrepassare” i limiti intrinseci nell’attitudine dell’umanesimo di muovere da una posizione centrale, partendo invece da una costellazione policentrica per distillare - attraverso un procedimento di convergenza - una sensibilità di cui tutte le singole componenti siano veramente partecipi, senza l’obbligo di riconoscere alcun diritto di predominanza o egemonia. Il postumanesimo dovrebbe farsi latore di un’ampiezza di vedute veramente globale, in grado di abbracciare l’orizzonte cosmico sul quale l’uomo si accinge ad affacciarsi, non solo fisicamente ma anche metaforicamente. L’uso massivo delle nuove tecnologie sta già adesso rivoluzionando in continuazione le nostre abitudini e il nostro stile di vita, attraverso una ridefinizione continua delle coordinate del progresso, e presto ci costringerà a valutare nel nostro computo variabili nuove, che allo stato attuale delle cose possiamo solo cercare di intuire.

Definire cosa sia umano e cosa non lo sia diventerà sempre più problematico una volta che avremo a disposizione strumenti di simulazione abbastanza raffinati. Ancora più complesso diventerà comprendere dove cominci e dove finisca il concetto che oggi è veicolato dal termine “vita”, quando un domani le nanotecnologie metteranno alla nostra portata la possibilità di interferire con la materia a un punto tale da manipolare i meccanismi stessi che sono alla base della sua emergenza. Ha senso parlare di vita artificiale? E’ moralmente giustificato parlare di simulazioni di coscienza? Fin dove è legittimata l’interferenza dell’uomo con i processi che fino a oggi sono stati prerogativa della natura e del caso? Già oggi questi sono interrogativi che sollevano dibattiti accesissimi. Quando si passerà dalla teoria alla pratica, il rischio di un conflitto diventerà concreto e forse inevitabile.

Il postumanesimo deve cercare una soluzione oggi, per prevenire possibili scontri domani. Il postumanesimo deve quindi identificarsi fin da subito con una corrente di pensiero univoca che abbia nella tolleranza, nell’intraprendenza, nello slancio verso il futuro e nella piena coscienza morale delle proprie potenzialità i suoi punti cardinali. Solo in questo modo riuscirà davvero a far fronte alle sfide del domani, senza correre il rischio di tramutarsi in una passiva accettazione del progresso e delle sue ricadute. Al postumanesimo spetta un ruolo di guida, ma per esercitare il pieno controllo sul timone deve acquisire subito coscienza del suo ruolo. Che, come dicevo poc’anzi, deve essere di impronta soprattutto morale, perché è vano aspettarsi che l’avvento di una fantomatica Singolarità (o di qualche suo surrogato) porti con sé la risoluzione ai problemi e alle difficoltà che l’umanità oggi sperimenta a causa del malgoverno sempre più diffuso: la marginalizzazione dei giovani, il processo di proletarizzazione delle classi medie nel mondo occidentale, lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo, la precarizzazione di fasce sempre più estese della nostra società e l’inasprirsi delle tensioni politiche su scala planetaria non lasciano ben sperare.

Per questo occorre muoversi subito. Senza timori.

I conservatori vedono nel futuro una minaccia, i moderati si accontentano di una speranza. I progressisti confidano in un’occasione; i rivoluzionari cercano l’ultima possibilità.