[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 18-03-2007. Avvertenze: il romanzo di cui facevo menzione all'epoca, al momento in cui scrivo si è concretizzato "solo" nel racconto Stazione delle maree, pubblicato sull'iterazione 08 di NeXT. E' una storia lunga, che si ricollega per lo sfondo a Orizzonte degli eventi e, quindi, all'altro progetto che ho ripreso in questi giorni. Non è morto ciò che in eterno può attendere, ribadivo poco tempo fa e quindi, in attesa di riprendere anche quel progetto, mi accingo a mettere on-line il racconto per l'estate. Pazientate solo qualche giorno ancora. L'articolo che menziono in chiusura di post, invece, è uscito sia su Next che su Divenire.]


Cieli postumani in una elaborazione di IguanaJo.

Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a riflettere spesso sugli scenari che potrebbero spalancarsi all’orizzonte dell’uomo dopo la Singolarità. Il primo input è arrivato da Vernor Vinge, che in una recente lezione tenuta lo scorso 15 febbraio ha preso in esame possibili alternative alla Singolarità Tecnologica, da lui stesso concepita nel 1993.

Le soluzioni prese in considerazione dal grande autore e matematico americano sono principalmente tre: 1. un ritorno alla follia, con cataclisma globale - tipicamente un inverno nucleare, vista la situazione politica internazionale ancora il più plausibile e concreto degli ostacoli che si frappongono tra l’umanità e il futuro - con conseguente estinzione di massa; 2. una nuova età dell’oro, resa possibile da una brusca ma non violenta compensazione tra bisogni dell’uomo e risorse della Terra - qualcosa del tipo di un arresto della crescita demografica a cui si accompagni uno sfruttamento più efficiente delle risorse energetiche - che combinata alla presa di coscienza che “più gente felice è una situazione preferibile a poca gente felice” permetta l’emulazione degli effetti della Singolarità sul lungo periodo (ovvero spalmandola su 20-50mila anni); 3. la ruota del tempo, uno scenario molto attendibile fondato com’è sulla natura dinamica dell’ecosistema Terra e sulla consapevolezza che la tecnologia può causare terribili distruzioni, che conduce quindi a una successione ciclica di disastri e ricostruzioni combinando gli esiti dei due scenari precedentemente illustrati.

Dovendo rinunciare alla Singolarità Tecnologica, presumo che molti di noi firmerebbero per la nuova età dell’oro, ma siccome sono intrinsecamente allergico e diffidente alle prospettive ottimistiche che non contemplano effetti collaterali, temo che se le nuove estrapolazioni di Vinge dovessero rivelarsi corrette l’alternativa sarebbe tra la catastrofe irreversibile e un qualche tipo di apocalisse in tono minore. Comunque, anche nel romanzo che ho ripreso a scrivere in questi giorni - che sarà una space opera fortemente influenzata da Delany, ma non solo - continuo a esplorare uno scenario post-Singolarità. Il nuovo lavoro non può dirsi direttamente collegato a Post Mortem, che si svolgeva proprio a ridosso dei Giorni-in-Cui-Tutto-Cambiò, ma potrebbe benissimo svolgersi nel suo stesso universo a distanza di qualche secolo o millennio.

7di9 ci ha segnalato nei giorni scorsi La nascita del nuovo Super Uomo, un interessante documentario di Rai3 che forse si concentra un po’ troppo sulle frange meno credibili del movimento transumanista, organizzazione al contrario seria e rigorosa rappresentata in Italia da Riccardo Campa. Proprio di Riccardo segnalo questo saggio sulla scienza pura e l’orizzonte postumano, che espone con lucidità e chiarezza esemplari le posizioni di diversi pensatori (scienziati e ingegneri) che con il loro lavoro si sono distinti nella filosofia del superamento dell’uomo: Minsky, Dyson, Tipler e altri. Il video e l’articolo mi hanno stimolato alcune considerazioni, derivate sia dalle letture fantascientifiche che mi hanno formato, sia dal lavoro che proprio di questi tempi mi accingo a intraprendere.

Mentre vado abbracciando la visione di Kurzweil dei ritorni accelerati, la posizione “fantascientifica” di Tipler (o se vogliamo de Chardin) mi sembra sempre meno infondata e sempre più “improbabilmente possibile”. Dopotutto, la storia ci ha già insegnato che proprio quando l’improbabile sfiora l’impossibile tende a realizzarsi (il Cristianesimo, da setta osteggiata da tutti a principale fede religiosa dell’uomo; la democrazia come sistema politico; la svolta postcapitalista della Cina comunista…).

Ma - bando alle ciance - l’articolo mi ha anche ispirato qualche riflessione sul possibile sbocco dell’eventuale Singolarità. Se da una parte mi sembra davvero poco plausibile che l’uomo possa continuare a dominare le macchine in un futuro post-Singolarità, a meno di non passare per una fase di reciproca integrazione, mi sembra di contro plausibilissimo che la Singolarità possa condurre a un frazionamento dell’umanità. Parlando da appassionato di fantascienza (e memore della lezione di Bruce Sterling, del duo Ayerdhal-Dunyach, o ancora di Ken MacLeod, Greg Egan, Richard K. Morgan e - non ultimo - dello stesso Vinge), si potrebbe passare facilmente per una iniziale diversificazione tra postumani e umani all’antica (o se preferite primitivi).

A questo proposito, nella serie di “Hyperion”, Dan Simmons descrive uno scenario del futuro quasi-remoto (diciamo situato intorno al quinto millennio, se non erro), in cui umani divisi dal ceppo originario e partiti alla conquista dello spazio esterno, dopo avere sviluppato incredibili prerogative postumane, tornano indietro e portano il loro attacco agli “umani all’antica”, che nel frattempo si sono diffusi su un mezzo migliaio di sistemi stellari originando la Rete dei Mondi ma che ai loro occhi continuano a sembrare come un’anomalia anacronistica, il relitto di un passato ormai cancellato. Un po’ come i primi Sapiens devono aver guardato ai Neanderthal… Una situazione analoga a quella descritta da MacLeod nel suo ciclo della Rivoluzione d’Autunno.

Oggi come oggi, mi sentirei di giudicare invece molto più credibile una situazione in cui saranno gli stessi “umani all’antica” a condurre contro i postumani la loro crociata. Non voglio definirli luddisti, perché tra le loro schiere troverebbe posto una varietà di posizioni e pensiero che sarebbe riduttivo e ingiusto ricondurre al semplice fondamentalismo anti-tecnologico. Il punto è che l’uomo - parafrasando Minsky - è poco più di uno “scimpanzè che se ne va in giro vestito”, e porta nei suoi geni il consolidamento di 3 milioni di anni di istinto biologico (lotta per la sopravvivenza e conseguente logica della competizione incluse). L’evoluzione potrebbe aver trovato il modo per aggirare questo meccanismo di sicurezza esprimendosi su una scala temporale di lungo periodo, operando quindi sulla dilatazione cronologica del mutamento (non è solo la Marvel a illuminarci sul trattamento che in genere viene riservato ai “mutanti”…). Ma cosa accadrebbe se grazie alla tecnologia (Singolarità à la Vinge o Transizione di Kardashev*) compattassimo il suo effetto in un salto improvviso? Possiamo davvero credere che di fronte al timore di venire soppiantati dall’oggi al domani gli umani che oggi “noi tutti” siamo se ne resteranno a guardare mentre la nuova generazione di postumani sorge all’orizzonte?

E adesso il mio proposito: cercare di illustrare narrativamente gli scenari prospettati da questi e altri interrogativi. Ma ne riparleremo presto, a partire da Fiuggi.

* La scala di Kardashev sarà l’argomento della prossima puntata di Tempi Moderni, appena concluso il ciclo del paradigma olografico. Appuntamento quindi con l’iterazione 08 di NeXT.