Il puntualissimo editoriale di Carmine Treanni intitolato Lo statuto postmoderno della fantascienza, apparso sull’ultimo numero di Delos (non a caso uno speciale estivo dedicato alla narrativa, di cui abbiamo già parlato), rappresenta un momento importante nel dibattito critico interno al genere, che va a collocarsi in un territorio contiguo alla discussione intorno al New Italian Epic che sta tenendo banco su Carmilla. Forse non è solo una coincidenza che Carmine prenda le mosse proprio dalle riflessioni di Valerio Evangelisti (fondatore e curatore di Carmilla) per sviluppare le sue considerazioni sulla fantascienza. Non ho esitazioni a definire “storico” questo articolo, per la lucidità d’analisi e le potenzialità insite in esso. La qual cosa mi induce a riprenderne il discorso, che merita di essere assimilato, sviscerato, discusso.

Carmine parte da una constatazione del Magister che fotografa bene la situazione del genere:

“[La fantascienza] è uscita dall’ambito strettamente letterario, fino ad impregnare letteralmente tutto l’immaginario, indebolendo fortemente l’oggetto letterario. Ciò significa una supremazia assoluta nel campo della narrativa di genere, e una assoluta appartenenza alla cultura del nostro tempo.
Evangelisti sottolinea tre elementi interessanti: la science fiction è una letteratura che è in grado di indagare sulla società e sull’uomo; ha impregnato tutto l’immaginario collettivo; questi primi due fatti hanno indebolito il suo ruolo ed il suo statuto letterario.”

Da questo spunto traccia una rapida panoramica della storia del genere, dallo slancio positivista degli albori alla rivoluzione della New Wave, passando per la fase letteraria e quella sociologica, tutte tappe che possono essere significativamente identificate con una rivista. Il culmine di questo percorso è al momento rappresentato dal cyberpunk, che negli anni Ottanta ha celebrato la piena integrazione funzionale tra l’immaginario fantascientifico e il paradigma postmoderno. Riprendiamo un altro passaggio dell’articolo di Carmine:

“Siamo ad un nuovo punto di partenza per la science fiction, ma ciò che conta è che il genere — per dirla con Evangelisti — si è definitivamente assunto il compito di raccontare la realtà che ci circonda ed in questo senso mantiene viva la sua funzione di specchio della stessa, ma anche strumento d’indagine.”

A questo punto, in maniera del tutto condivisibile, Carmine traccia un parallelo illuminante tra la collocazione letteraria della fantascienza e il concetto di non-luogo coniato dall’antropologo francese Marc Augé (”spazi che si frequenta in modo fugace, dove non ci s’incontra, dove l’identità di ognuno di noi viene incessantemente messa in discussione e ci si inoltra in una massa anonima“):

“Se l’immaginario collettivo si può definire come una determinata struttura sociale prodotta in epoche diverse e da diverse società, alla cui creazione partecipano tutti, ma di cui nessuno ne è in qualche modo proprietario, allora la fantascienza appartiene di diritto a questo immaginario. In altri termini, l’immaginario collettivo si pone come categoria fondante del rapporto tra il singolo individuo e la realtà circostante e consiste nella produzione di criteri di senso, di valori, di rappresentazioni a cui un’epoca o una società fa riferimento e fonda le proprie categorie fondamentali e le pratiche individuali e collettive.”

Con il Postmodernismo si afferma il ruolo della narrazione come motore di conoscenza: sancita la frattura con il Modernismo, lo slancio avanguardistico porta a percorrere i sentieri dell’anti-realismo fino all’esito estremo di respingere la concezione della letteratura come rappresentazione della realtà e dare invece, paradossalmente, la caccia alla chimera di un universo iperrealista. La letteratura diventa così un materiale come ogni altro, da fagocitare per strutturare questa nuova via (il carattere metaletterario e la vocazione enciclopedica sono, insieme con l’attitudine multimediale e la commistione di generi e di registri, alcune delle peculiarità più frequentemente citate in riferimento a questo panorama in continua trasformazione). Autocitandomi dall’intervento scritto a 6 mani sul New Italian Epic, “nell’architettura letteraria degli universi del Postmoderno si estrinseca un’urgenza di comprensione e di trascendenza letteraria, il bisogno di mettere a punto una formula per ridefinire l’interfaccia con il reale, portando il romanzo a essere un nuovo strumento di rappresentazione e simulazione da esplorare, indagare e interrogare per determinare limiti e forma del mondo. A questo riguardo il critico statunitense Fredric Jameson parla di nuove cartografie cognitive (cognitive mappings)”.

In un panorama in continua evoluzione, quale genere letterario meglio della fantascienza può farsi interprete dei mutamenti che, giorno dopo giorno, trasformano la realtà sotto i nostri stessi occhi? Il mutamento ne rappresenta la quintessenza fin dalle origini. Gli strumenti che le sono concessi hanno la non indifferente potenzialità di scrutare a fondo nelle pieghe nascoste, segrete, precluse al senso comune, del cambiamento in atto.

Per effetto di una sorta di contrazione relativistica, all’aumentare della velocità del progresso il raggio d’azione delle nostre capacità di sondare il domani si compatta sul presente. Viviamo sulla frontiera del progresso e davanti ai nostri occhi si innalza, simile a un orizzonte degli eventi, la barriera dell’ignoto. Ma la fantascienza è una letteratura di frontiera: esplora i margini dell’immaginario e dalle sue ricognizioni riporta indietro elementi in grado di illuminare, di riflesso, la nostra realtà. La fantascienza, come dicevo ieri, insieme a generi continui come il noir e la spy-story, ha le carte in regola per farlo. Non serve fornire risposte (quelle si possono al limite proporre, ma rimarranno sempre soggette a un processo di aggiornamento), ma sollevare domande, stimolare interesse, attizzare curiosità. Esercitare il senso critico. Le connessioni sono sentieri che l’autore mette a disposizione del lettore, ma deve essere il lettore a condurre l’esplorazione. Siamo tutti, indifferentemente, operatori dell’mmaginario.

Insieme alla scoperta letteraria della vertigine epica di cui si sta rendendo protagonista il New Italian Epic, sarà interessante vedere dove la nuova consapevolezza postmoderna  - filtrata attraverso le Alpi anche e soprattutto grazie alle rotte memetiche del cyberspazio - condurrà la fantascienza italiana.

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