Che cosa accadrà davvero quando il petrolio sarà esaurito?
Cosa sarà dell’uomo quando ogni parte del suo corpo potrà essere sostituita da dispositivi cibernetici?
Come sarà la vita nelle colonie che la Nasa progetta nello spazio?

Parte da qui la mostra sulla Storia Fantastica del Futuro, inaugurata al Parco Oltremare di Riccione il 21 giugno scorso e in scena fino al 27 settembre, ma si propone di scavalcare questi interrogativi per presentare ai visitatori, ”attraverso un’ampia e rappresentativa galleria illustrata, le ipotesi più interessanti e spettacolari fin qui formulate dal mondo scientifico, ma anche dal cinema, dalla televisione, dai fumetti”. Progettata e curata dalla Scuola Superiore del Loisir (piccolo inciso personale: bella cosa, l’ozio… avercene! Fine dell’inciso), la mostra è prodotta da Oltremare e dal suo Dipartimento Fantastico Scientifico, sotto la responsabilità di Sergio Brancato.

Personalmente, sono rimasto colpito da questo brano del comunicato stampa della manifestazione:

“La storia del futuro inizia in una data precisa, nel 2019 di Blade Runner, il film culto di Ridley Scott che racconta di un mondo popolato da replicanti e governato dai codici dell’informatica e della bio-ingegneria, e prosegue sulle rotte di Star Trek, la serie che più a lungo (ha compiuto da poco 40 annni) e meglio di qualunque altra ha saputo raccontare, al cinema e in tivù, la conquista dello spazio valicando l’ultima frontiera.”

Credo che contenga una verità profonda, almeno dal mio punto di vista personale. Una verità che mi ha costretto a fermarmi e rifletterci sopra. Fin dal 1993 (c’è una ragione per ricordarmi la data, ma non chiedetemi il perché), ho vissuto nella prospettiva del 2019. Era un punto di arrivo, guardato con gli occhi di un ragazzino: la fine del presente, il compimento - non il trionfo, nemmeno all’epoca ero troppo ottimista - della lunga marcia che ci avrebbe traghettati nel futuro.

Trovo singolare questa coincidenza, perché ho sempre creduto che al di là del suo impatto sull’immaginario comune l’importanza che Blade Runner aveva giocato nella mia crescita e nella formazione di quella passione che mi ha portato qui, ora, fosse stato un evento del tutto accidentale, cruciale solo nella mia prospettiva individuale. In tutta evidenza sbagliavo. La qual cosa mi ha spinto a riconsiderare lo stato di crescente insoddisfazione che si respira tra la gente. Solo nostalgia del futuro? Non credo…

Ridley Scott non aveva previsto Internet (al suo posto, proprio in quegli anni, ci stava pensando già William Gibson), che è pur sempre la tecnologia di massa più importante dell’ultimo mezzo secolo se non di tutta la storia dell’umanità, almeno per il momento. Eppure il suo futuro degradato e piovoso, dominato dalle multinazionali, oppresso dai giochi politici (indimenticabile la battuta del capitano Bryant: “Conosci come vanno le cose. Se non sei nella Polizia, non sei nessuno!“), minacciato da un controllo che rischia di stritolare se stesso insieme al mondo intero, malgrado tutto, attraverso gli anni ‘80 e i primi ‘90 ha continuato a rappresentare uno scenario vagamente auspicabile. Dopotutto avremmo avuto gli spinner per evitare il traffico, l’ESP per navigare nelle fotografie e, soprattutto, i replicanti. Oggi che la maggior parte delle persone non può esimersi dal manifestare senza pentimento le più varie gradazioni nello spettro della xenofobia, forse la figura del replicante è un po’ appannata, ma non credo che il rapporto istituzionalizzato tra servi e padroni codificato in questa icona del XXI secolo abbia perso l’appeal. Ormai, chi ci fa più caso alla valenza metaforica del discorso, ai simboli e ai sottotesti?

La constatazione che oggi, malgrado Internet, tanta gente rimpianga le visioni del domani portate sullo schermo da Ridley Scott, conduce a una conclusione profondamente inquietante: il nostro presente è già molto peggiore di quello di Deckard. E al 2019 mancano ancora 11 anni.