Leggendo le prime battute di Guerreros, un mese fa, mi ero lasciato incantare dal ritmo musicale della prosa di William Gibson (prima connessione, seconda connessione), dalla sua bravura nell’orchestrare i personaggi tirandoli in situazioni anomale in grado di illuminare di riflesso il nostro quotidiano, dalla sua grandezza nel plasmare con le parole un clima di cupa oppressione e di paranoia. Da quelle prime pagine emergeva la promessa di interessanti retroscena legati all’attualità geopolitica. A lettura ultimata, posso dirmi soddisfatto nell’aver visto la promessa mantenuta fino in fondo.

Riporto nel seguito alcune considerazioni sul romanzo rimaste fuori dalla recensione per banali ragioni di spazio o per alleggerire il tasso di spoiler.

Veduta satellitare dello Stretto di Malacca: il fenomeno della pirateria
in questo tratto di mare innesca il meccanismo spionistico di Guerreros.

Guerreros riproduce il meccanismo collaudato che già con i suoi primi libri poteva essere riconosciuto come un marchio di fabbrica di Gibson. Le azioni dei personaggi ruotano intorno a una nuova tecnologia che si appresta a uscire, oppure è stata appena portata fuori, dai laboratori di qualche ente governativo o militare o di una multinazionale. In Neuromante e nella Trilogia dello Sprawl si trattava di IA e di interfacce neurali, in Luce Virtuale e nella Trilogia del Ponte eravamo di fronte all’affermarsi di una rete sempre più pervasiva e all’esplosione delle nanotecnologie. Dopo l’anticipazione di YouTube e delle sottoculture catalizzate dal web 2.0 regalataci da L’accademia dei sogni, Gibson prende ora in esame una tecnologia che è già nel nostro quotidiano (il sistema di localizzazione satellitare che tutti conosciamo come GPS): la rivolta - per usare le parole dei suoi personaggi - presentandocene applicazioni che vanno da una innovativa forma d’arte da strada (installazioni virtuali fruibili attraverso opportuni visori, quasi un nesso tra Luce Virtuale e L’accademia dei sogni) al tracciamento di oggetti, merci e… soldi.

E i soldi di Gibson sono soldi sporchi. Molto sporchi. Contanti da profitti illeciti che sporcano la coscienza del governo americano e che qualcuno ha per questo destinato a un sofisticato sistema di riciclaggio. Finché un’ex-spia, un reduce dei vecchi tempi ossessionato dalle scelte sbagliate del suo Paese, non architetta un piano altrettanto sofisticato per renderne impossibile la ripulitura. Problema: abbiamo 100 milioni di dollari sporchi in tagli da 100, 1 tonnellata di banconote stivate in un container. Come renderli inutilizzabili? La risposta escogitata da questo epigono ludlumiano di William Burroughs è drastica e illuminante per il suo impatto sovversivo: irradiandoli con proiettili calibro 30 di cesio per applicazioni mediche.

La legge del contrappasso non risparmia gli esportatori di democrazia. Anche se nel frattempo 12 miliardi di dollari sono usciti dalle Federal Reserve Bank (2,4 in una sola spedizione dalla Federal Reserve Bank di New York) con destinazione Baghdad. Come terapia, la trovata del vecchio si applica a un nuovo tipo di cancro, che se non contrastato adeguatamente rischia di fagocitare le basi della nostra società. Per la carica allegorica di un espediente simile, Guerreros merita di essere annoverato tra i lavori più politicizzati di questi ultimi anni. Di sicuro un nuovo stadio nella presa di coscienza post-11 settembre, un atto di coraggio che potrebbe contribuire a un risveglio di massa. Non è mai troppo tardi.