Il 19 giugno Carmilla ha pubblicato un importante articolo di Claudio Dionesalvi: una riflessione lucida e puntuale, che parte dalla fotografia di una situazione in corso per tracciare un parallelo impietoso tra i destini di due popoli. Forse non è nemmeno esatto parlare di “popoli”, in questo caso, e di sicuro i miei occhi, forse assuefatti a tanti anni di marginalità, in Bassitalia come altrove, di popolo ne vedono uno solo, formato da persone unite in una comune condizione di emarginazione. Che poi sia proprio una parte della gente di questo popolo a caricarsi del diritto di marginalizzarne un’altra è più che mai un dettaglio, che rivela solo la scarsissima disposizione all’apprendimento dell’italiano medio (o quello che si vuol far passare come tale).

L’odissea dei rom calabresi è emblematica. La mobilitazione delle associazioni di volontariato e assistenza qualcosa di cui non si dovrebbe mai dubitare, anche se la lezione della brava gente di Napoli peserà per un po’ sulle nostre coscienze (almeno spero). E quando si cominciano a rimuovere in blocco pezzi della nostra storia diventa difficile, come fa notare Dionesalvi, far passare una verità banale.

Quello che preoccupa, semmai, è non riuscire a trarre il minimo insegnamento dalla situazione attuale. Ricordo che al liceo il professore di Storia e Filosofia (prof. Camillo Testa, personaggio difficile da dimenticare) ci parlava spesso del mondo come sistema a due velocità. Tra gli effetti della globalizzazione ci illustrava la frattura tra le zone marginali e i centri nevralgici, nodi dell’economia, del sapere e del benessere. Un semplice passo in avanti ci permette oggi (a distanza di 10 anni da quelle lezioni) di estendere il concetto su scala crescente, con la distinzione a un numero sempre maggiore di livelli tra “sacche di marginalità” e “nodi della rete”, portando la dicotomia tra un primo e un terzo mondo a tutti i livelli di risoluzione: dalla nazione (l’Italia si trovava a giocare con ottime premesse) alla regione (si veda la Campania in piena crisi rifiuti), dalla provincia alla città (si veda la crisi rifiuti a Napoli e nell’hinterland), fino al quartiere e, se vogliamo, alla nostra stessa strada (con l’emarginazione di comunità e/o famiglie di immigrati o, come nell’istantanea cosentina, di etnie rom).

Come conseguenza di questo processo che potremmo chiamare di frattalizzazione, ovunque giriamo gli occhi, oggi, non è difficile cogliere tracce di marginalità. Eppure sembriamo non averne ancora abbastanza e ci adoperiamo, ognuno nel proprio piccolo, per tenere in piedi le barriere, se non addirittura erigerne di nuove.

Siamo un popolo operoso. Ricco di risorse. E incapace di metterle a frutto.