[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 07-01-2008]

I caucus in Iowa hanno inaugurato la settimana scorsa una stagione politica che già si prospetta bollente per la Terra dell’Abbondanza e delle Opportunità, in vista delle Presidenziali di novembre. Il piccolo stato del Mid-West è in sè poco rappresentativo, come tutti abbiamo appreso in questi giorni: la natura prettamente rurale della sua struttura sociale, la netta prevalenza dei bianchi nella distribuzione della popolazione e la bassa affluenza che tradizionalmente contraddistingue la scelta dei candidati (benché quest’anno si sia rivelata superiore alle previsioni), rendono l’esito dei caucus passibili di mille interpretazioni divergenti. Ma ci sono segnali che emergono dai risultati e sui quali sembrerebbe che tutti i commentatori politici che hanno seguito l’evento si siano trovati d’accordo. In attesa di vedere come si comporterà il New Hampshire, dove nelle ultime ore sono iniziati a profilarsi possibili risultati clamorosi, vediamo di fare il punto della situazione.

Sul fronte democratico, l’affermazione di Barack Obama è sicuramente ricca di suggestioni. Un candidato afroamericano, di idee nettamente più progressiste della sua unica rivale al trono e per questo penalizzato nell’ambito del suo stesso partito (che è pur sempre più moderato del pur moderatissimo clone italiano di recente coltura), che raccoglie la maggioranza delle preferenze dei votanti in uno stato “bianco” è pur sempre una notizia. Forse i caucus hanno veicolato un certo disagio di fronte al dispiegamento di mezzi esibito dall’ex-first lady Hillary Clinton, un dispiegamento ben poco democratico quale che sia la consuetudine americana. Forse è invece un segnale ancora più forte indirizzato a quella che, con terminologia mutuata dal frasario politico nostrano, potremmo definire la “casta” di Washington. Dopo 20 anni di alternanza Bush/Clinton, forse il Paese delle Opportunità comincia ad avvertire il rischio del monopolio dinastico sulla sua vita politica. Che capiti in un paese tornato di recente a sostenere apertamente la propria vocazione imperialista è una bella notizia. Almeno quanto la rimonta del senatore Obama negli ultimi sondaggi sulle primarie del New Hampshire.

Sul fronte repubblicano, l’evangelista battista Mike Huckabee, governatore dell’Arkansas partito come outsider, riesce a spuntarla sul mormone Mitt Romney, già suo omologo nel Massachusetts, dato in principio per favorito. E’ bene ricordare che in Iowa mancavano quelli che forse sono i due favoriti alla guida del Gop, ovvero il governatore dell’Arizona John McCain e l’ex-sindaco di New York City Rudolph Giuliani (per quanto la sua popolarità tra i repubblicani sia in forte regresso). In attesa di vedere quanto decisiva si rivelerà per gli equilibri del partito dell’elefante l’eventuale discesa in campo di Bloomberg, riconosco la mia inquietudine di fronte ai risultati dell’Iowa. I due candidati che si sono giocati la vittoria riflettono la figura dell’uomo di fede, duro, puro, integralista, pur con le rispettive sfumature. Due predicatori, non dissimili da quelli tramandatici da tanta letteratura di fantascienza.

Leggevo negli ultimi giorni del 2007 quella che, a conti fatti, si è rivelata una delle letture più significative dell’anno. Parlo de L’anno del sole quieto di Wilson Tucker (sul quale segnalo questo appassionato profilo redatto da Lanfranco Fabriani), un autentico capolavoro. Su questo blog e altrove mi sono spesso dilungato in lodi a Samuel R. Delany e William Gibson, due stilisti della scrittura, due esteti capaci di veicolare i loro contenuti attraverso testi di una raffinatezza impeccabile. Ebbene Tucker (classe 1914), questo artigiano scomparso il 6 ottobre 2006 al termine di una carriera lunga 55 anni, merita elogi sullo stesso tono malgrado il suo approccio del tutto antitetico. Quello che riesce a fare con la sua storia, attraverso una invidiabile economia di mezzi, ha del prodigioso. Se in Delany, Gibson o Bester è spesso lo stile a esaltare il potere d’impatto di una certa immagine o trovata, in Tucker la vertigine è tutta nel narrato, agli artifici della narrazione si deve ben poco.

La storia di Brian Chaney, futurista (come viene definito nel libro) e biblista, ingaggiato dall’Ufficio Programmazione del governo americano per la prima missione nel tempo, è quanto di più memorabile mi sia capitato di leggere. E mi preme sottolineare che, dopo la stagione tutta italiana di inflazione narrativa di storie incentrate su macchine del tempo e ucronie come quella da cui proprio in questi anni usciamo, l’effetto - a prescindere dai meriti della storia - non era poi così scontato. Il viaggio nel tempo è uno dei topoi consolidati della fantascienza, dopotutto, e scriverci attorno qualcosa di originale o significativo diventa, col tempo, impresa sempre più ardua. Senza stravolgere la materia in questione, Tucker riesce nell’impresa, narrandoci una storia di rivalità e amore, di speranza e disinganno, che racchiude in sè il meglio di quanto la letteratura abbia da offrirci.

Il volume pubblicato lo scorso luglio in Urania Collezione è per altro corredato dalla sceneggiatura inedita di Alan D. Altieri, ricavata dal romanzo. Una lettura istruttiva anche per apprezzare l’innesto delle tematiche di un autore sulle argomentazioni di un altro, come giustamente rileva Giuseppe Lippi nella sua precisa introduzione.

A lettura ultimata ormai un paio di settimane fa, conservo ancora sul palato un retrogusto agrodolce per gli eventi narrati da Tucker. Così che non mi riesce difficile comprendere lo slancio che deve avere indotto Altieri a riprendere quella storia e “farla sua”. Più volte, leggendo, ho provato l’impulso a fare lo stesso, a riprendere la storia di Chaney e piegarla ai miei intenti, a mia volta. Riscrivendone il finale come avrei voluto che fosse, al di là della sorpresa riservataci da Tucker. E forse è questa la magia più grande operata dalla sua scrittura. Essere riuscito a creare una storia che tutti possono sentire come propria, che tutti possono vivere come propria, attraverso una sapiente orchestrazione dei timori e delle illusioni, della rimembranza e del sogno.

Se può sembrare paradossale sperimentare come autobiografica una storia di fantascienza altrui, ancora più singolare è l’intersezione con la realtà che The Year of the Quiet Sun sta operando a 38 anni dalla sua prima edizione. I pericoli di una presidenza debole dopo gli anni di rigore della guerra al terrorismo, i rischi della svolta autoritaria di un presidente ottenebrato dall’oppio della religione e ossessionato dal potere, la radicalizzazione dei conflitti sociali strumentalizzati dalle centrali del terrore: cronaca di questi giorni o lungimirante prospettiva dell’autore? Ammettere l’esistenza di un veicolo di dislocazione temporale renderebbe più facile risolvere l’arcano.

PS: Per seguire in tempo (quasi) reale l’evoluzione della situazione politica americana: lo Speciale del Corriere della Sera.
PPS: Per ritrovare le suggestioni di Wilson Tucker: di Jericho, la serie rivelazione della scorsa stagione, abbiamo già parlato diffusamente in
questa sede. In vista del ritorno sugli schermi, annunciato per il prossimo 12 febbraio in America, segnalo il sito web ufficiale, ricco di spunti e materiali inediti, da cui ho attinto per la mappa satellitare e la stars and stripes alternativa che corredano questo post.
UPDATE: Alla fine, come tutti saprete, l’hanno spuntata Obama e McCain. Saranno loro a giocarsela il prossimo Election Day di novembre. Se Obama non farà passi falsi, sono convinto che riuscirà a spuntarla. Con qualche sofferenza, ma la sua strategia dei 50 stati sta già dando i primi frutti. Nel caso dovesse invece imporsi McCain, sarà interessante scoprire il nome del suo candidato vicepresidente: un falco della vecchia guardia (Condoleeza Rice o qualche altro fedelissimo del Bush Bunch) potrebbe garantire la continuità che l’attuale Amministrazione va cercando per consolidare l’egemonia americana sull’ormai nemmeno tanto Nuovo Secolo. E un eventuale ripescato dalla corsa alla
nomination non migliorerebbe certo le cose, considerata la forte impronta religiosa di cui parlavamo. Segnalo per un’analisi approfondita della Situazione attuale la documentatissima fotografia scattata per Carmilla proprio dal big boss Sergio Altieri in persona e intitolata, in maniera piuttosto eloquente, AmeriKa dämmerung?. Felice Armageddon!