[Ripreso dallo Strano Attrattore 1.0, edizione del 22-11-2005. Integrato con nuove considerazioni personali.]

La nuova collana da libreria della Delos Books, Odissea Fantascienza, è partita a razzo. Dopo Vernor Vinge (I simulacri) e Nancy Kress (Mendicanti in Spagna), usciti a metà ottobre, a distanza di un mese è arrivato il turno di Harry Turtledove (Dramma nelle Terrefonde) e di Walter Jon Williams, con questo romanzo breve vincitore del premio Nebula 2004: The Green Leopard Plague. Ed è su questo che voglio concentrare la mia attenzione, visto che ritengo L’Era del Flagello una delle letture più interessanti fatte negli ultimi tempi.

La trama, in poche battute, vede una protagonista molto sui generis, Michelle, impiegata in una ricerca storica condotta con mezzi informatici (la rete, non troppo diversa da quella a noi nota), che col proseguire delle indagini si trasformerà in uno scavo nelle radici stesse della sua società. Perché Michelle è una postumana, una mutante nata dopo che uno sconvolgimento bellico, biologico e politico ha sovvertito l’ordine del pianeta Terra.

Il mondo che ne è risultato è talmente diverso da quello a cui siamo abituati da apparirci alieno. Individui modificati geneticamente, tecnologie di backup della memoria e della personalità, clonazione e nanoingegneria sono parte integrante della quotidianità. Con la conseguenza che l’immortalità è praticamente a portata di mano e la conoscenza (specie del passato) raggiunge un’importanza di stretta attualità. Michelle, nata mutante, naturalista mutata in scimmia per amore, dopo la morte misteriosa del suo compagno si è sottoposta a un nuovo intervento che l’ha resa una sirena, un personaggio da mitologia, una leggenda vivente. Vive appartata sulla sua isola nel mezzo del Pacifico, finché un vecchio accademico la contatta per chiederle di svolgere una ricerca su Jonathan Terzian, filosofo politico e ideologo alla cui opera definitiva (la Teoria della Cornucopia) si devono i principi e i fondamenti di questo Mondo Nuovo del futuro. La storia di Terzian affonda nell’abisso della Guerra degli Anni Luce che separa la sua epoca (la “nostra”) da quella di Michelle: un baratro non solo temporale che ammanta la vita dell’illustre teorico nell’alone mitologico della preistoria. Per scoprire il segreto di Terzian e, incidentalmente, il mistero da cui si è originato il suo mondo (il Morbo del Leopardo Verde a cui fa riferimento il titolo originale), la donna-sirena deve percorrere un sentiero disagevole. La sua ricerca, con un tocco di ironica originalità, si svolgerà attraverso la rete, unico elemento del nostro mondo sopravvissuto alla rivoluzione senza essere stato declassato a fossile, un reperto archeologico perfettamente funzionante.

A questo breve accenno di trama aggiungo solo che in questo libro le capacità descrittive di Walter Jon Williams sono completamente asservite alla storia così che, abbandonato il barocchismo di altri suoi lavori, ne risulta un prodotto intrigante. L’intreccio è gestito in maniera apprezzabile attraverso una struttura a incastro che sovrappone i due piani temporali di Michelle (che potremmo definire del “futuro remoto”) e di Terzian (il “futuro prossimo” o “anteriore”). La convergenza delle due linee si compie nella mente e nell’animo di Michelle, con una scoperta in grado di regalare a lei (e solo a lei) la consapevolezza (forse illusoria, forse perfino mendace) del suo mondo e del suo passato. Lo schema narrativo non è poi lontano da uno dei lavori più illustri di uno dei maggiori modelli a cui sembra fare riferimento Williams: La Ballata di Beta 2 del grandissimo Samuel R. Delany, con la ricerca di una verità che si perde nelle nebbie del tempo e la cui conoscenza potrebbe gettare nuova luce sulla storia di un popolo intero.

Michelle, lo si sarà capito, non è la classica eroina. È poco partecipe all’azione, essendo il suo un ruolo essenzialmente di ricerca e documentazione, e, per di più, non è nemmeno umana. A dire il vero, di eroine postumane la storia della fantascienza non è avara: si pensi alla Ellen May Ngwthu di Ken MacLeod (La Divisione Cassini) o alla Tchicaya di Greg Egan (La Scala di Schild), senza dimenticare tutta la galleria di donne o simil-donne del cyberpunk (da Gibson a Kadrey passando per Banks). Ma Michelle ha qualcosa in più: fascinosa, intrigante, tenace e volitiva, è un personaggio indimenticabile e la sua storia personale, svelata per gradi, a mano a mano che la sua quest avanza, è una storia nella storia, che rivela una personalità complessa e la rende un personaggio – come si suol dire – tridimensionale.

Altrettanto riuscita è la figura di Terzian. Il filosofo in crisi per la scomparsa prematura della moglie che si trova invischiato nelle spire di un complotto il cui obiettivo è visionario e terribile al contempo, riesce a metabolizzare nel corso degli eventi la possibilità di un mondo diverso, superando le proprie istintive perplessità (radicalizzate fino quasi all’estremismo conservatore) e divenendone addirittura il teorizzatore ufficiale. Una svolta rivoluzionaria, quella di Terzian, che esalta questo libro con uno slancio sovversivo prodigioso. La prospettiva che ne emerge è quella di un mondo agalmico, non dissimile dagli scenari presentatici da Charles Stross con Accelerando. A questo proposito, è di notevole interesse la sintesi concettuale lasciataci da Robert Levin (alias lilo), pioniere del software libero e open source, purtroppo prematuramente scomparso nel 2006 a causa di un incidente d’auto: in The Marginalization of Scarcity, Levin definisce bene una società agalmica come un sistema a) cooperativo e non competitivo, b) antitetico alla nostra economia della scarsità, c) basato su abbondanza delle risorse e su equa allocazione delle stesse, d) a somma positiva (ogni guadagno non implica una perdita, ma il guadagno individuale spesso si accompagna a un profitto collettivo), e) decentralizzato e non autoritario (e, verrebbe da aggiungere, adhocratico). In un sistema agalmico il profitto non viene quantificato in un valore monetario, ma viene invece misurato attraverso parametri quali la conoscenza, la soddisfazione personale e un beneficio economico spesso indiretto.

L’agalmia è richiamata ne L’Era del Flagello dalla Teoria della Cornucopia di Terzian, che rappresenta anche indirettamente un omaggio al Morbo di Mida (Mida’s Plague, esplicitamente richiamato nel titolo originale) di Frederik Pohl (e le cornucopie ritornano anche nell’universo eschatonizzato di Stross). Niente di straordinariamente innovativo, come ammette lo stesso Levin, perché dopotutto lo stesso processo di civilizzazione, il progresso stesso dell’umanità, è una attività agalmica. Eppure, le pagine internet indicizzate da Google che fanno riferimento al tema sono davvero poche. Per la precisione:

  • agalmics: circa 1770;
  • agalmic: circa 500;
  • agalmia: circa 307;
  • agalmica: circa 92;
  • agalmico: 7 (in 6 delle quali c’è lo zampino del sottoscritto).

Il rapporto di forze con il concetto di economia è a netto vantaggio di quest’ultima, con un fattore di proporzione nell’ordine di grandezza del milione (economy: 250.000.000; economics: 145.000.000; economia: 81.400.000). Viene quindi da chiedersi come mai un’idea simile goda di così scarsa popolarità.

Dal sito agalmic.com:

agalmics (uh-GAL-miks), n. [Gr. "agalma", "a pleasing gift"]
             The study and practice of the production and allocation of non-scarce goods. 

agalmic actor, n.
             An individual or organization engaged in agalmic activity. 

agalmic software, n.
             Computer software written and distributed as an agalmic activity. 

agalmia, n.
             The sum of the agalmic activity in a particular region or sphere. Analogous to an “economy” in economic theory.