[Un racconto-bonsai ispirato dal plenilunio di questa notte e dalla prima Luna dal profumo estivo di quest'anno. Un tentativo estemporaneo di autodisciplina, per un logorroico incontinente come il sottoscritto: 760 parole, nemmeno 5.000 battute. Un piccolo scorcio dal fronte della Transizione, dove qualcosa sembrerebbe essere andato storto, originando una piccola Apocalisse al contempo privata e collettiva. Senza rumore. Buona lettura.]

All’inizio sembrò che nessuno potesse togliersi dalla mente il lento e inesorabile compiersi di quell’apocalisse cosmica. Tutti pensavamo che non avremmo mai dimenticato quella notte, la notte in cui tutto cambiò.
Quello che forse più impressionò, all’epoca, fu il silenzio totale in cui parve piombare il mondo nella sua interezza. Le auto si fermarono per strada, ovunque si trovassero, in qualunque posto fossero dirette e per qualsiasi motivo fossero in viaggio. Il controllo aereo rimase paralizzato per lo stupore dei supervisori di turno, gli aerei inchiodati a terra. I treni restarono fermi nelle stazioni. Non è eccessivo dire che il mondo si fermò.
Incapaci di fare altro, tutti rimasero col naso per aria e gli occhi puntati sulla scena del cataclisma.
Considerate le circostanze, sarebbe stato lecito aspettarsi un rumore di qualche tipo: se non il fragore di un’esplosione atomica, almeno l’eco del cataclisma, attenuata dagli abissi siderali che ci separavano dall’evento. E molti aspettarono sul serio l’arrivo del fronte sonoro dell’apocalisse. Attesero di venirne investiti e magari sperarono che il contraccolpo servisse a ridestarli dal torpore emotivo in cui tutti eravamo sprofondanti, volenti o nolenti; gli stessi si aspettavano, magari, che un boato di qualche tipo rivelasse che si era trattato solo di un caso di allucinazione, magari un fenomeno di illusione di massa. Credo che in ognuno di noi ci fosse una briciola di speranza che potesse essere solo un brutto sogno e così, in una misura o nell’altra, tutti attendevamo di risvegliarci dall’incubo. Ma attendemmo invano.
Non ci fu nessun effetto sonoro, nessuna onda acustica ci riportò a una realtà diversa da quella che nel breve volgere di qualche minuto ci strappò alle nostre radici, portandoci via un pezzo della nostra storia e, con quella, di quello che eravamo ed eravamo stati, senza brusche soluzioni di continuità, fin dalla notte dei tempi.
Quella notte, la notte in cui perdemmo la Luna, tutti ci confrontammo per un istante con il dubbio che il satellite che si andava via via sgretolando stesse pagando per le nostre colpe. Guardavamo la palta grigia divorarla un millimetro dopo l’altro e non ci rendevamo conto che i millimetri erano in realtà chilometri e che la distanza, in quel momento così tragico, non attenuava solo l’urlo d’agonia della Luna ma anche la reale portata dell’evento. Assistemmo impotenti alla sua disgregazione e sublimazione in qualcosa d’altro: uno sciame cosmico, secondo i termini in cui ne avrebbero poi parlato gli esperti, che ignorò la Terra e si diresse oltre, puntando verso l’orizzonte alieno di una frontiera che potevamo solo immaginare.
Nemmeno la distanza servì invece a ridimensionare le proporzioni dell’impatto psicologico. Ognuno cercò di reagire come meglio poté. Nei giorni che seguirono cominciò una lenta terapia collettiva di rimozione, che operò a un livello profondo, penso addirittura di coscienza di specie, perché d’un tratto fummo tutti costretti a fronteggiare – insieme – la perdita di qualcosa che i nostri padri e i padri dei nostri padri prima di loro avevano dato per scontato. L’ordine delle cose si era infranto e, con esso, una parte della nostra sicurezza e della nostra audacia. Ma niente di definitivo.
A volte il ricordo riaffiora ancora. E mi ritrovo a pensare alla Luna e al suo tocco argenteo sulle montagne, alla Luna e ai pleniluni arrossati sopra i tetti delle città, alla Luna e alla poesia che, nel corso dei secoli, non aveva mai smesso di ispirare negli uomini. Forse è questa potenzialità, questa essenza intrinseca che non necessita forzatamente di un’espressione per rivelare la sua immensità, la cosa che più mi manca.
A partire da quella notte abbiamo finito per convincerci che il cielo stellato fosse tutto quello di cui avevamo bisogno. Niente Luna, niente fasi lunari, niente maree, niente giustificazioni per gli sbalzi d’umore. Il cielo stellato, con Orione a dominare incontrastato l’inverno, e il sentiero luminoso della Via Lattea a risplendere sulle notti d’estate, al di là delle stagioni è cristallizzato in un eterno novilunio. È tutto ciò che ci resta. Il cielo stellato e nient’altro.
Ma qualcuno ancora si domanda cosa ne sarà di quello e se le stelle sapranno meritarsi un destino dverso. Il nostro crimine ha proiettato l’ombra oscura di un’eclisse irreversibile verso nuovi, sconosciuti orizzonti esposti, da quel momento, a una nuova, sconosciuta minaccia. E quei pochi che ancora ricordano la falce crescente o la luna calante come un sorriso un po’ triste aperto sul volto della notte, non possono non provare una stretta al cuore al pensiero della storia, della bellezza, del mistero, di cui siamo rimasti orfani la notte che, distrattamente, perdemmo la Luna.

[Credits: l'immagine di apertura è tratta dal celebre film muto di Georges Méliès "Le Voyage dans la Lune" (1902). La luna di chiusura è invece presa dal sito dell'Unione Astrofili Italiani.]