[Come promesso, pubblico una bozza riorganizzata con le riflessioni che ho portato a Firenze per "La penna del Magnifico", la rassegna curata da Giovanni Agnoloni. Malgrado la scarsa affluenza di pubblico, l'incontro di ieri è stato ricco di spunti di riflessione, grazie all'esperienza personale portata da ciascuno dei partecipanti e alle considerazioni del professor Giuseppe Panella sullo stato attuale della letteratura in Italia. Il discorso ha abbracciato un campo molto più ampio di quello che emerge dalle righe che seguono ma, ne sono sicuro, non mancheranno occasioni future per riprenderne le file. Intanto, molto presto dovrebbe essere messo on-line un doppio video-documento del pomeriggio. Seguiranno aggiornamenti.]

Appartengo a un nuovo Movimento culturale, fondato poco più di tre anni fa insieme a due vecchi amici di penna: Sandro Battisti e Marco Milani. La scelta del nome ci ha orientati verso Connettivismo, che non è una novità assoluta (essendo stato coniato per la traduzione italiana di un vecchio romanzo di fantascienza di Alfred E. van Vogt, Crociera nell’Infinito, dove appariva il nexialism, questa scienza multidisciplinare in grado di raccogliere e sintetizzare esperienze e conoscenze dai settori più diversi), ma condensa nella sua relativa immediatezza una molteplicità di significati degna di attenzione.

Da alcuni anni l’era dell’informazione è entrata in una fase nuova: la Rete, nell’incarnazione del Web 2.0 di cui i blog, YouTube, Wikipedia e Second Life sono solo quattro delle prime manifestazioni che mi saltano in mente, ci ha sbalzati nello stato della connessione interattiva, annullando di fatto le distanze e le barriere tra il volere e l’essere. Viviamo ormai in un paesaggio a integrazione elettronica sempre maggiore e non credo che sia ancora così lontano il giorno in cui il virtuale valicherà l’ultimo ostacolo e si riverserà nel mondo fisico della materia (i chip RFID promettono questo e molto di più). D’altronde, una parte sempre più significativa delle nostre giornate già oggi si svolge in un luogo che non è possibile confinare in un punto ben preciso, ma risulta dalla proiezione di milioni di server interconnessi in ogni angolo del pianeta, un non-spazio in cui si intersecano i sogni e le parole di macchine e operatori.

La Rete ha portato stravolgimenti in ogni campo dell’attività umana e non sarà certo il dominio della cultura a restarne immune. La frontiera dell’informatizzazione non è poi così nuova, ma ha dimostrato nel tempo una capacità di auto-rinnovamento senza paragoni. Le evoluzioni del paesaggio virtuale comportano ripercussioni nel panorama globale: sono i rapporti stessi tra le persone a esserne condizionati e, di conseguenza, si impone una ridefinizione della dimensione sociale e del ruolo culturale di ciascuno di noi in questo nuovo contesto.

La fantascienza è sempre stata trattata come letteratura di quart’ordine. Anzi, in Italia, complice un retaggio che ci portiamo dietro dai tempi di Croce e Gentile, tutto ciò che ha una qualche attinenza con la sfera della scienza, della tecnica o della tecnologia viene sistematicamente emarginato a favore della presunta superiorità della cultura umanistica. È questa componente quella che in Italia ha egemonizzato la cultura nello scenario di frattura ben riepilogato da Charles Percy Snow nel concetto delle Due Culture. Alcuni dei più grandi scrittori della nostra letteratura si sono impegnati nel tentativo di sanare questa ferita, si pensi a Italo Calvino o a Primo Levi. Ma è un fatto che si siano sempre incontrate resistenze a una risoluzione definitiva del conflitto. Prese di posizione ancora più drastiche hanno sancito una netta chiusura delle porte della letteratura ai generi, e in modo particolare alla fantascienza e al fantastico, inquadrati in ottica anti-realistica e per questo declassati a dominio della pura evasione e del semplice intrattenimento.

Pur non potendo condividere questa chiusura al dialogo, figlia di un pregiudizio e di una convinzione dogmatica che denunciava tutta l’ignoranza dei suoi artefici, credo tuttavia che la ghettizzazione della fantascienza in Italia non sia stata un male. Mi basta guardare allo stato in cui versano oggi le Patrie Lettere per convincermene. Mentre a causa della sua miopia la letteratura nobile si infilava nel vicolo cieco evolutivo del manierismo, del minimalismo, del borghesismo, scollandosi sempre di più dal mondo reale, i generi hanno avuto modo di preservare pressoché intatta la loro vitalità.

Come dimostrano i lavori di Buzzati, Calvino o Luce D’Eramo, il fantastico ha finito per configurarsi come un territorio di sperimentazione, a cui rivolgersi per affrontare temi e sfide solitamente preclusi al mainstream. Se la fantascienza non è ancora arrivata al pieno riscatto, negli ultimi tempi abbiamo tuttavia assistito a una fioritura senza precedenti di generi limitrofi, anche se caratterizzati da una più fedele aderenza all’attualità nelle rispettive rappresentazioni del mondo. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila il giallo e il nero hanno vissuto una vera e propria esplosione e credo che questo sia un ottimo auspicio: presto arriverà il momento di rialzare la testa anche per la fantascienza, è meno distante da loro di quanto si possa immaginare.

Infatti, se il noir ci offre la sensibilità più adatta per affrontare i dilemmi e le tensioni sociali di questi tempi, la fantascienza ha senz’altro la scatola degli attrezzi (la toolbox di cui parla Stephen King nei suoi saggi sul mestiere di scrivere) meglio fornita per interpretare il cambiamento. Se la tecnologia e la scienza occupano un ruolo sempre maggiore, che prima o poi finirà per rivelarsi preponderante, nelle nostre vite, che senso ha mantenere la frattura tra le Due Culture? E quale genere si presta meglio della fantascienza nel dar voce a questa sintesi?

È da questa constatazione che nasce il Connettivismo. Che non è un progetto definito nei suoi contorni, ma tende piuttosto a sfuggire a qualsiasi tentativo di definizione e catalogazione nel suo progressivo evolvere. L’elemento che ne preserva l’essenza e ne contraddistingue l’identità è la sensibilità: eclettica, variegata, aperta alla sperimentazione come potevano esserlo le avanguardie della prima metà del Novecento (futurismo, surrealismo), anticonformista come i beatnik, enciclopedica come il postmoderno, coraggiosa nell’estrapolazione come solo la fantascienza è stata finora capace di essere.

Molti tra i maestri riconosciuti del Novecento, in qualche fase della loro carriera, hanno sentito il bisogno di ricorrere al linguaggio della fantascienza per condurre la loro indagine del mondo e del reale: William S. Burroughs, Kurt Vonnegut, James G. Ballard, Anthony Burgess, Thomas Pynchon, Don DeLillo, Marge Percy, William Gibson. In Italia siamo ancora lontani da una simile acquisizione di consapevolezza, ma la Rete ci sta aiutando a colmare il divario.

Gli scrittori nati nell’era di Internet, come me che pur essendo un imbrattafogli elettronici condivido il loro stesso milieu, non potranno più fare a meno del lessico e delle immagini, come pure dell’approccio analitico, che sono patrimonio acquisito della fantascienza. In questi tempi più che mai le sfide che si prospettano all’uomo – bioetica, globalizzazione, progresso tecnologico – obbligano a ricorrere al bacino di esperienze e a quella sensibilità che alla fantascienza – non necessariamente la “fantascienza migliore” – non sono mai mancati.

Il Cambiamento è già in atto.

Noi connettivisti cercheremo di non farci cogliere impreparati.

[Immagine di apertura: Mario Schifano, I Futuristi]