L’altro giorno Anisotropie ha segnalato sul blog dei Galileiani un articolo di un ricercatore serbo, M.M. Cirkovic, che si sofferma sulle possibili evoluzioni delle società post-biologiche, sia postumane che extraterrestri. L’articolo è accessibile su Arxiv.org e si intitola, in maniera molto evocativa di un certo immaginario fantascientifico, Against the Empire. Così lo riassume Anisotropie:

Nell’articolo vengono presentati due modelli di societa’ post-biologiche, applicabili a societa’ sia postumane che extraterrestri: l’impero (espansione e colonizzazione) e la citta’-stato (espansione limitata e ottimizzazione delle risorse).
L’autore pone l’accento sul fatto che quasi sempre si analizzano i possibili comportamenti delle societa’ post-biologiche senza tener conto del fatto che in tali societa’ gli imperativi derivanti dalla biologia perderanno la loro importanza.
Partendo da questa considerazione e passando per molte altre, arriva alla conclusione che il modello di citta’-stato, centrato sull’ottimizzazione delle risorse, e’ quello preferibile, e che probabilmente il modello impero non sarebbe cosi’ diffuso in societa’ post-biologiche (siano esse terrestri oppure no).

Anch’io, come Anisotropie, dovendo immaginarmi una società postumana farei fatica a visualizzarne una monolitica, e la mia sensazione risponde a due ordini di considerazioni.

1. Diversificazione e postumanesimo. A un livello più immediato, troverei quanto meno “bizzarro” che l’uomo riuscisse a sviluppare un’unica tecnologia postumanizzante nel vasto ventaglio delle soluzioni possibili, o che prima o poi finisse comunque per adottarne una sola. La diversificazione, ci insegnano a scuola, aumenta le possibilità di sopravvivenza. Ed è molto più facile arrivare a una diversificazione da una situazione di partenza piuttosto omogenea, che non il viceversa (è la vecchia storia dell’aumento della complessità, applicabile alle strutture emergenti come ai sistemi organizzati). La cristallizzazione, in altre parole, coincide con un vicolo cieco evolutivo. Altrimenti l’evoluzione non cessa di sperimentare alternative.

Questa, mi rendo conto, è una considerazione che muove dal tacito assunto che le civiltà postumane conservino il loro retaggio biologico. Diciamo pure che una “civiltà postumana completamente postbiologica” (e con questa locuzione voglio intendere una civiltà postumana generata da un’altra civiltà postumana già di per sè poco o per niente biologica, come per esempio potrebbe essere una “civiltà di terzo livello” prodotta da un sistema di Intelligenze Artificiali) sarebbe a tal punto aliena da non indurmi nemmeno, almeno per il momento, a osare di penetrare nei suoi meandri segreti. Pur considerando una prospettiva di deep time, concentriamoci sulla prossimità, almeno nella scala cosmologica dei tempi.

Ritengo quindi plausibile l’emersione, anche in momenti diversi dislocati nel periodo che va da 10 a 100 anni nel futuro, di un certo numero di tecnologie in grado di mettere alla portata dell’uomo il superamento dei suoi limiti biologici attuali: estensione delle capacità di memoria, chip neurali, tecnologie di interfaccia wireless tra il nostro SNC e una rete ubiqua/globale, aumento della longevità, nanotecnologie ristrutturanti dei tessuti biologici o amplificatrici dello spettro sensoriale, genetica invasiva, intelligenza artificiale. Sono le prime ipotesi che mi vengono in mente, e ognuna di essa potrebbe richiedere un tempo specifico per raggiungere la maturità (dai 30 ai 300 anni) e venire incontro ai bisogni e/o all’attitudine di un certo numero di persone. Qualcuno potrebbe accettare per esempio l’estensione della proria vita ma non la digitalizzazione della propria coscienza, o viceversa. Altri potrebbero preferire l’interferenza della tecnologia con il proprio corpo, ma escludere la pianificazione genetica della propria discendenza. E naturalmente non sono da escludere sovrapposizioni tra tecnologie diverse.

Anche ipotizzando di partire da un numero limitato di queste tecnologie postumanizzanti, un semplice calcolo statistico esclude che la totalità dell’umanità finisca per abbracciare la stessa variante. Ci sarà plausibilmente una buona fetta dell’umanità che preferirà chiamarsi fuori dal balzo epocale, per ragioni legate al proprio credo religioso, a una scelta politica o alla semplice diffidenza. C’è da augurarsi che una civiltà sull’orlo della frammentazione postumana sia sufficientemente evoluta anche dal punto di vista etico da escludere l’opzione della guerra per livellare differenze al cui confronto scomparirebbero le differenze oggi evocate come spettri da alcune fazioni politiche e/o religiose.

2. Diaspora e disgregazione. Come passo successivo, mi viene da associare l’evoluzione postumana con la colonizzazione spaziale. Lo spazio come Frontiera potrebbe rappresentare quel punto di frattura con il passato capace di agevolare l’adozione delle summenzionate tecnologie. Ricordando McLuhan, “gli uomini sulle frontiere, siano esse spaziali o temporali, abbandonano le loro vecchie identità. I vicinati danno identità. Le frontiere le strappano via“. Quali condizioni più favorevoli all’evoluzione postumana, dunque, che l’assalto di massa alla Nuova Frontiera Spaziale?

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, la diaspora umana su altri pianeti esterni al sistema solare non farebbe altro che indebolire i reciproci legami e influssi tra le varie comunità. Le distanze in gioco sarebbero tali da comportare una drastica riduzione della banda di comunicazione e un lag culturale di un certo peso. Anche limitandoci a considerare solo i sistemi stellari più vicini (una cinquantina nel raggio di 5 parsec, ovvero 16 anni-luce), senza un qualche tipo di collegamento più veloce della luce (FTL) ci troveremmo di fronte a separazioni dell’ordine di decine di anni di attraversamento. La NFS risulterebbe così estremamente incentivante sul fronte della “postumanizzazione” come anche della disgregazione della matrice dell’umanità. A questo proposito sono esemplari i lavori di Samuel R. Delany (che in Babel 17 mette in scena una frammentazione di tipo linguistico e culturale) e di Bruce Sterling (che nel sontuoso universo della Matrice Spezzata parte dalla frattura dell’umanità in Mechanists e Shapers per progredire nella disintegrazione tra cladi e fazioni fino a livelli parossistici).

A meno di qualche scoperta o invenzione che ci permetta di infrangere la barriera della luce e contrarre così le distanze tra i diversi avamposti della postumanità, la colonizzazione interstellare condurrà a una crescente frammentazione che potrebbe semplicemente rappresentare la naturale evoluzione della situazione già disgregata di partenza, in uno scenario che richiama l’organizzazione in città-stato a cui si riferisce Cirkovic. Fermo restando che lo stesso sistema potrebbe ospitare più insediamenti di fazioni diversi, in una sorta di gioco frattale di autosomiglianza di scala.

Questo discorso non vuole comunque escludere la possibilità che vengano mantenuti dei canali privilegiati, tra comunità di una stessa fazione o, con maggiore coraggio di iniziativa, tra fazioni diverse. La diatriba sarà tra spirito corporativo e spirito cooperativo.

Questione di scala. Il cosmologo russo Nikolai Kardashev mise a punto nel 1964 un metodo di classificazione delle civiltà sulla base del livello tecnologico raggiunto. Il sistema prese il nome di scala di Kardashev, e ho avuto modo di parlarne sia su Next che su Divenire. Sinteticamente, Kardashev individua 3 punti di transizione per diversificare il livello di evoluzione di una ipotetica civiltà interplanetaria. La prima transizione conduce a una Civiltà di Tipo I, capace di sfruttare una quantità di energia confrontabile con quella disponibile sulla Terra (per una potenza di 1,74 ×1017 W); la seconda a una Civiltà di Tipo II, in grado di ricavare energia da una stella per sostenere il proprio fabbisogno (4 ×1026 W); la terza a una Civiltà di Tipo III, di proporzioni galattiche (4 ×1026 W).

Per intenderci, attualmente il flusso di energia utile impiegata dall’uomo è stimato in 15 TW, 11.600 volte meno del punto di prima transizione. Sulla scala logaritmica di Kardashev, meritiamo un valore pari a 0,71. Una civiltà di Tipo II sarebbe 11.600 miliardi di volte più in là di noi. Una civiltà di Tipo III: 11.600 miliardi di miliardi di volte più “potente” di noi. Sono numeri da dare le vertigini, come un senso di vertigine cosmica è quello che ispira questa mappa navigabile della Via Lattea realizzata dalla NASA. Pur con tutte le migliori intenzioni, è difficile credere che su scale simili risultino esorcizzate mire egemoniche e totalitarie. Dopotutto, “idrogeno e idiozia sono gli elementi più comuni dell’universo” (© Harlan Ellison).

 Immagini: “Scarlet o1″ di Andrés Cerebradinamo Recondo; “Nearby_Stars_14ly_Radius”, Wikipedia; “MilkyWay-full-annotated”, NASA.