Ieri Fantascienza.com ha pubblicato questa bella e come di consueto informatissima recensione di Gianpaolo Rai. Oggetto della disamina è forse il romanzo di fantascienza più controverso di sempre: già noto agli appassionati con il titolo di Fanteria dello Spazio, a questo giro della ruota l’editore ha preferito optare per il titolo originale, contando sulla forza di richiamo dell’omonima trasposizione cinematografica curata da Paul Verhoeven nel 1997.

Si tratta della nona edizione italiana del romanzo. A quanto è dato capire, fin dalla sua prima pubblicazione uranica (correva l’anno 1962…), Fanteria dello Spazio ha alimentato le discussioni degli appassionati. Solo da quando esistono i gruppi di discussione e i forum, in almeno 3 occasioni mi ci sono ritrovato io stesso coinvolto, a dimostrazione di quanto potente sia la sua facoltà di attizzare gli animi, ancora oggi a distanza di 49 anni dalla sua stesura. Questo è forse il titolo su cui vengono formulate con maggior tenacia le accuse di ideologia militarista e destrorsa al suo autore. Dal canto mio, posso impostare la mia difesa di Heinlein (che di sicuro tutto era fuorché un progressista) su una duplice linea di argomentazioni:

- Virtus, ovvero responsabilità civile (più che militare). Il mondo che Heinlein mette in scena è connotato in maniera decisa e inequivocabile come una società militare. Si tratta di una democrazia rappresentativa, ma all’esercizio del diritto di voto attivo e passivo possono accedere solo i cittadini che abbiano prestato servizio di leva. Solo loro sono i cives della res publica heinleiniana, la Federazione Terrestre. Come si sia arrivati a questo stato delle cose non è poi così importante: Johnny Rico nasce in questa società e l’uscita dall’adolescenza lo pone di fronte al problema di definire il proprio ruolo nel suo contesto sociale. L’arruolamento volontario testimonia di una acquisizione di coscienza e della sua presa di responsabilità, più che di una iniziazione alla vita. In condizioni diverse, Rico avrebbe potuto essere un pioniere coinvolto nello sforzo di conquista della Frontiera, oppure uno scienziato consacrato alla conoscenza. In un mondo in guerra permanente è invece un soldato. Uno stato che non si appella alla leva coatta e non restringe in alcun modo le libertà della popolazione (siano essi cittadini o meno) manca di un particolare caratterizzante delle società autoritarie: l’irregimentazione. Ma allora come si spiega la classe dirigente della Federazione, composta esclusivamente da reduci? Ecco, forse, uno dei paradossi più sottili del romanzo: se Heinlein abbia voluto o meno fustigare i politici del suo tempo, quelli che - per dirla alla Altieri - mandano a morire i giovani del loro paese facendoli pagare per la propria stupidità, è una cosa che mi sarebbe piaciuto chiedergli. Dal canto mio, mi piacerebbe credere che una classe politica di uomini e donne sopravvissuti in prima persona agli orrori della guerra potrebbero non volere altro per la propria gente che la pace.

- Endurance, ovvero volontà di sopravvivenza. La guerra che si trova a combattere l’umanità nel romanzo di Heinlein è una battaglia per il proprio futuro: in discussione è infatti la conquista umana dello spazio, fortemente osteggiata dagli aracnidi e dai loro alleati. La competizione è uno dei processi alla base delle dinamiche naturali. Quando a opporsi non sono due individui, ma due gruppi (due nazioni, due civiltà, due specie) lo sbocco più naturale è il conflitto. Da questo punto di vista il romanzo non è nemmeno troppo idealista, quanto piuttosto realista: le menate sulla volontà di potenza servono solo a mascherare un impulso meccanico e deterministico. Sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore razionalità da parte di specie sufficientemente evolute da affacciarsi sulla frontiera galattica, ma il dialogo presuppone uno dei requisiti fondamentali della comunicazione: una base comune di convenzioni su cui intavolare la discussione. E tra uomini e Ragni manca qualsiasi canale di comunicazione. Lo scontro viene quindi spogliato di qualsiasi sovrastruttura ideologica: è un noi contro loro, non per accaparrararsi delle risorse ma solo per difendere un diritto. Il proprio diritto al futuro.

Sul tema della guerra la fantascienza ha prodotto un filone piuttosto ricco di titoli. Degni eredi di Heinlein sono David Gerrold (con la sua saga Guerra contro gli Chtorr), Lucius Shepard (Settore Giada, di cui ultimamente è stato ristampato il racconto ispiratore, Piste di guerra) e, in tempi più recenti, Richard K. Morgan (Angeli Spezzati e il Clarke Award ancora inedito in Italia Thirteen). Ma emblematica è stata la contrapposizione tra Fanteria dello Spazio e Guerra Eterna: fin dall’uscita di quest’ultimo, nel 1974, la sua chiave antimilitarista e il suo messaggio fortemente pacifista hanno portato Joe Haldeman (reduce del Vietnam) a essere visto come l’anti-Heinlein per eccellenza. In realtà a me sembra che i due romanzi, comunque due pietre miliari nella storia del genere, giochino su due piani diversi. Heinlein si pone su un livello metastorico, portando allo scoperto la forte componente istintiva, animale, ancora insita nel nostro DNA. Haldeman, invece, si concentra sulle contraddizioni degli apparati militari per congegnare quello che in sostanza è un lavoro di denuncia, contro la guerra del Vietnam e contro tutte le guerre. E’ per questo che non ho difficoltà ad amarli entrambi nella stessa misura.

In chiusura, una brevissima nota sul film di Verhoeven. Starship Troopers non è un capolavoro e non tiene certo fede all’ambizione del romanzo di Heinlein, ma non lo ritengo un film sprecato. Grottesco, eccessivo, iperbolico, è insomma puro Verhoeven. Forse avrebbe potuto riuscire meglio evitando le allusioni a un Quarto Reich dello spazio: il suo principale difetto è proprio quello di ricondurre a una prospettiva storica la visione cosmica, universale, che rende unica la Fanteria dello Spazio di Heinlein.