Il futuro è il territorio delle potenzialità e le possibilità che potrebbero diventare realtà domani sono i sogni di oggi. Nelle settimane scorse non mi sono risparmiato, parlando della mia terra e del suo presente, e quello che ne è venuto fuori è uno scenario senz’altro desolante, che offre ben pochi spiragli di miglioramento ora che il Governo ha deciso di fronteggiare la crisi che paralizza tutta la Campania facendo valere “la forza dello Stato”. La paventata svolta autoritaria delle istituzioni per ora ha sortito un unico effetto: inasprire l’opposizione e la resistenza dei territori interessati dal piano governativo. Quello che non mi convince di alcune strategie emergenti dal tessuto, per altro magmatico, del movimento di opposizione alle discariche è una certa mitizzazione del proprio territorio.

Ne parlavo appena un mesetto fa sul vecchio blog. L’Alta Irpinia, che dei territori interessati è quello che conosco senz’altro meglio, è tutto fuorché un piccolo mondo antico da conservare intatto nella sua situazione attuale. L’Irpinia orientale, con le sue propaggini, solo erroneamente può essere identificata con la zona orientale della provincia di Avellino: raccoglie invece nel suo bacino comuni dalle limitrofe province di Foggia, Potenza e Salerno, ed è una rete - a maglie molto larghe - di comunità che quotidianamente si scambiano braccia e teste. La localizzazione degli istituti scolastici, delle aree industriali, delle zone commerciali, solo in parte coincide con i confini amministrativi ereditati dalla Prefettura. Non è una situazione anomala, questa, ma la accomuna a un po’ tutte le terre di confine in Italia.

Una trentina di comuni, nessuno dei quali con più di 8000 abitanti. Una densità demografica media di poco più di 50 abitanti per chilometro quadrato. 1500 kmq di boschi, altopiani e acque, che dai 500 metri della valle dell’Ofanto si inerpicano fino ai 1809 metri della vetta del Cervialto. Qui è dove la terra ha tremato il 23 novembre del 1980, lasciando ferite visibili ancora oggi. E questa è la terra del saldo demografico in netto passivo, di migliaia di emigranti partiti per il Nord, per l’Europa o per le Americhe, e mai tornati. Preservarla nel suo stato attuale significherebbe abbandonarla a se stessa, condannando il territorio e la sua gente a una lenta morte. Vogliamo contare i giovani che sono partiti per le università del Centro e del Nord che non faranno mai ritorno?

Emblematica dell’Irpinia è la sua ferrovia: la linea Avellino-Rocchetta. Una delle più antiche d’Italia, datata 1895. 119 km di serpentina lungo la valle dell’Ofanto, percorsi in 2h 23min (lo stesso tempo necessario per coprire i 258 km che separano Salerno da Roma, dati Trenitalia). 119 km, di cui 75 tra queste terre: da Montella a Rocchetta, 18 stazioni servite da un treno al giorno in ciascuna direzione. Una linea morta, o meglio suicidata, come testimoniano gli edifici abbandonati presso la stazione di Conza-Andretta-Cairano, concepita come scalo merci nel corso della ricostruzione post-Terremoto e mai aperta al traffico. Una cattedrale nel deserto, come tante altre da queste parti. Il movimento passeggeri è pressoché inesistente, a causa della collocazione delle corse praticamente inutile a sostenere o agevolare il pendolarismo su rotaia. Il treno da Avellino parte alle 6:40 per arrivare a Rocchetta alle 9:14, il treno di ritorno parte alle 9:25 per arrivare ad Avellino alle 11:53. Altre 4 corse collegano Lioni con Avellino, lasciando di fatto scoperti i restanti 55 km della tratta. La distanza media degli scali dai centri abitati di riferimento si aggira sui 5-10 km, i casi delle stazioni in paese sono episodi rarissimi, fortunati, forse fortuiti. Tutto il movimento della zona si ritrova così a essere scaricato sull’asfalto, su stradine dissestate che confluiscono nell’unica arteria stradale degna di questo nome, la Statale Ofantina Bis (SS 400), teatro in tutte le stagioni di incidenti, spesso disastrosi.

Ma questi 1500 kmq sono stati la culla dell’energia eolica in Italia. A Bisaccia e Andretta, nel 1991, la Regione mise in marcia i primi impianti, e da allora decine di società si sono riversate qui da tutta la penisola. L’Eden del Vento? Non proprio. La rete di trasmissione che serve la zona è ovviamente preistorica e congestionata: i suoi vincoli strutturali, inadeguati a sostenere la volubilità di una fonte non programmabile, rappresentano allo stato attuale il principale limite allo sviluppo ulteriore dell’eolico. In condizioni idonee, i 150 MW di potenza attualmente installata (sufficienti a coprire il fabbisogno di centomila famiglie) potrebbero diventare il nucleo di un distretto energetico basato sull’integrazione con il territorio, fonte di collocamento per la gente del luogo.

Il fotovoltaico potrebbe completare l’indipendenza energetica delle comunità locali. E una rete ferroviaria adeguata, insieme al superamento del digital divide, potrebbe forse risollevare le sorti delle iniziative industriali penalizzate da un posizionamento marginale. Ma al momento sembrano scontrarsi due visioni del domani: la prima vorrebbe fare dell’altopiano del Formicoso una discarica per la città di Napoli e provincia (l’Alta Irpinia è già autonoma nello smaltimento dei propri rifiuti); la seconda sembrerebbe volere opporre alla minaccia commissariale nient’altro che l’immobilismo. Dal canto mio, resto fermo nelle mie convinzioni: tutte le discariche esistenti in Campania dovrebbero offrire la propria disponibilità a smaltire i rifiuti accumulati, mentre in parallelo andrebbe incentivata in tempi rapidissimi la disciplina della raccolta differenziata e del recupero dei materiali. Il futuro non può che viaggiare sulle rotaie dello sviluppo, integrando risorse paesaggistiche, salvaguardia della natura e nuove tecnologie.

Quanto all’Irpinia, mantenere congelata una situazione già ferma a venti anni fa non è una soluzione e non rispecchia il futuro che questa terra meriterebbe.