Oggi ho finalmente messo le mani sull’ultimo Gibson. Alla fine il Demiurgo di Segrate ha optato per un titolo più sibillino di quello annunciato in un primo tempo (Il paese delle spie, che già non era il massimo, ma almeno ci poteva stare) e per una copertina che esce decisamente sconfitta dal confronto con le edizioni in lingua inglese (qui come si mostra in USA, e qui come appare in UK). Se non altro, hanno aggiornato le note del risvolto di copertina, dove il Node è tornato a essere tale.

Pur avendo in lettura L’alba del disastro di Charles Stross (ormai alle battute finali), i due anni di spasmodica attesa per questo Spook Country hanno avuto la meglio: non ho resistito alla tentazione e mi sono immerso nel primo capitolo appena tornato a casa.

Prima considerazione: William Gibson non ha perso il tocco. Frasi affilate come coltelli, atmosfere avvolgenti come i ritmi blues del suo Sud. Fin dalle prime righe Guerreros proietta il lettore in un turbine di paranoia e mistero.

Seconda considerazione: ancora una volta una donna alle prese con una tendenza artistica da indagare. Proprio come Marly Krushkhova in Giù nel cyberspazio (1986) e, più tardi, Cayce Pollard nel sorprendente L’accademia dei sogni (2003), Hollis Henry ha un incarico da svolgere per un oscuro committente.

Terza considerazione: già si prospetta un nuovo livello di dettaglio nella trama frattale dei riferimenti che Gibson intesse intorno al lettore. Ancora una volta è l’immaginario a intersecare e compenetrarsi con l’universo narrativo plasmato dalle parole di questo profeta del XXI secolo.

Una telefonata nel cuore della notte e Hollis Henry, appena reclutata come giornalista del “Node”, si avventura in una deriva onirica lungo un Sunset Boulevard spazzato dal vento del deserto. Al termine della notte, in un’esperienza mediata da un’immersione nel virtuale, Hollis si ritrova al cospetto del cadavere di River Phoenix.

Anche i più giovani ricorderanno la figura dell’attore. Una delle ultime vere icone del cinema, prima che il cinema naufragasse sotto le luci della ribalta, River Phoenix ha incarnato forse l’ultimo sussulto del mito che già aveva vibrato in James Dean e in Marlon Brando. Dopo di lui, esiterei ad associare un nome o un volto a una carica iconografica tale da meritare l’inclusione nella mitologia mediatica. Con la parziale eccezione di Vincent Gallo, avrei difficoltà a individuare una figura capace di reggere il confronto nell’industria dello spettacolo attuale. Nato nel 1970, prima di venire fulminato a soli 23 anni da una dose letale di speedball nelle vicinanze del Viper Room, proprio sul Sunset, in circostanze ancora non del tutto chiarite la notte di Halloween del 1993, Phoenix recitò in alcuni ruoli che gli meritarono una popolarità straordinaria: Explorers, Stand by Me, Indiana Jones e l’Ultima Crociata (dove interpretava il giovane Indy), Belli e dannati.

Io lo ricordo per Le ragazze di Jimmy di William Richert (titolo originale: A Night in the Life of Jimmy Reardon, 1988), piccolo ma partecipato affresco di una provincia che forse già all’epoca non esisteva più. Prima di morire, River Phoenix aveva interpretato anche una piccola parte nel film I signori della truffa di P.A. Robinson (Sneakers, 1992), nel ruolo di un hacker.

Per ulteriori connessioni, ci aggiorniamo nei prossimi giorni.