Fino all’altro giorno l’Irpinia era la terra dei lupi. Adesso sui monti capita di rado di vederne e in genere a parlarne sono voci di seconda mano. In compenso l’Irpinia sta diventando terra del Kipple. Se si presume che uno scrittore di fantascienza debba sapere dar voce al suo tempo, anticipandone le conseguenze future, ammetto di non avere dato prova di adeguata futuribilità: in Sezione π² come sfondo per la piaga del Kipple sono andato a scegliere Napoli, una città che non conosco, quando invece mi sarei potuto soffermare sui miei luoghi per mettere in scena il collasso ambientale che avevo in mente. Da adesso al 2059 molte cose potranno cambiare, ma nonostante i margini di miglioramento non credo che saranno molte le situazioni che si avvieranno verso una soluzione. E con le premesse attuali, le prospettive si fanno ancora più cupe.

La Crisi dei Rifiuti ha messo in ginocchio una regione. Non una regione qualsiasi, ma la seconda regione italiana per peso demografico e una delle più vitali in settori chiave della nostra economia come il turismo e l’industria agro-alimentare. Impossibile quantificare i danni, che sicuramente surclassano le stime peggiori. L’unica cosa che è possibile valutare al momento è il danno d’immagine, per un Paese che ha deciso di passare da vetrina dell’incapacità di gestire l’emergenza (incapacità che non ha risparmiato nessuno, istituzioni locali, regionali e nazionali) a palcoscenico per una prova muscolare del nuovo governo. Che la situazione fosse al collasso era evidente per tutti, meno forse che per le istituzioni stesse. Con la decisione di assicurare la risoluzione della crisi mediante l’intervento delle forze armate si è arrivati all’implicita ammissione delle stesse autorità della loro inadeguatezza a fronteggiare il problema.

La chiusura degli orizzonti è tradita dalla solita megalomania a cui ci hanno abituati i nostri politici. Termovalorizzatori, carcere per i dissidenti, un tripudio di discariche. Passando sul corpo del Paese. Impresa per altro facile, trattandosi di un Paese ormai cadavere, svuotato di ogni coscienza civile e di ogni spirito di umanità. E questo era dove ci eravamo lasciati. Malgrado non sarei stato disposto a riconoscere una briciola di fiducia al nuovo governo uscito dalle urne, la conferma dei timori lascia un senso di amarezza. Un’impressione che si somma all’impotenza, di fronte allo scempio che verrà fatto delle aree prescelte come “siti di interesse strategico nazionale”: invece di appoggiarsi alle discariche già esistenti per tamponare la crisi e procedere parallelamente con un deciso intervento a favore della raccolta differenziata, del recupero dei materiali e del risveglio delle coscienze, si preferisce tirare su 10 nuove discariche e trattare i dissidenti come nemici dello Stato. Come se quanti ci hanno portati a questo terribile empasse ne fossero stati degni custodi…

E questo è il punto da cui partiamo. Nelle settimane scorse ho cercato di spiegare quanto fosse errata la convinzione che un territorio lontano dalla città dovesse per forza essere vuoto e morto, ma che al contrario avesse una sua innocenza da difendere, una integrità da salvaguardare con tutte le forze. Resta la speranza inutile e del tutto fine a se stessa che domani, di fronte al fallimento della strategia imposta ai territori, non sarò il solo a rimpiangere la sacralità perduta di quei luoghi.

 Rovine del borgo di Conza della Campania, distrutto
dal sisma del 1980 (foto di
Angelo Verderosa)