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Come non si reagisce ad una recensione ovvero lo stato delle lettere

Lo ammetto, quando se la prendono con i miei amici tendo a incavolarmi. Però, come da bambina mi incavolavo quando la maestra mi dava un brutto voto ma riconoscevo di essermelo meritato, e come quando mi rifiutano un racconto mi rifugio in un angolo singhiozzando ma comprendo che l’editore ha le sue ragioni, così so bene quando un mio amico viene criticato  a ragione o no.

Fra ieri e oggi dunque ho provato molto personale fastidio per le critiche subite dal mio amico Giorgio, ma non mi sarei mossa a scriverne se non fosse per la forma e il contenuto di queste critiche.

Si da il caso che Giorgio abbia letto Bad Prisma, una antologia di racconti italiani edita da Mondadori. Non gli è piaciuto. Non gli è piaciuto tanto. Giorgio giudica la cura editoriale insufficiente, e ne ritiene responsabile l’editore. Rileva una serie di errori nei racconti, per esempio la comparsa di una t-shirt dell’Uomo Ragno negli anni 40-50, quando tale tipo di indumenti era completamente ignoto in Italia, e per lo più nei dintorni della A23, la cui costruzione è iniziata nel 1966, e così via. Giorgio non fa molti esempi tanto specifici, il che è un peccato perchè io mi ci diverto, ma l’impressione è che non voglia infierire.

Per tutto questo usa un linguaggio deciso: dice che l’antologia, “è indecente (sì sì, ho scritto proprio indecente) soprattutto in quanto prodotto editoriale nel suo complesso”, dice di un racconto in particolare che “solo a ripensarci c’ho i conati”, e finisce dicendo: “Ma lì in Mondadori non avete proprio nessuna vergogna?”

La sostanza della recensione è più composta, ma altrettanto negativa: “Parliamo dei racconti. La qualità generale è davvero bassa.” Giorgio si ferma e parla in modo lusinghiero di due racconti (nei commenti poi ne cita un terzo). Del resto dice: ” ma la maggior parte dei partecipanti si accontenta del compitino più o meno dignitoso, più o meno - solitamente molto meno - originale.”

Mi fermo per notare che anche io a volte ho constatato con tristezza questa caratteristica nei racconti italiani (e non solo, ma ahimè i racconti italiani sono in questo più regolari). Sono compitini, senza guizzi, senza scatti, goffi, a volte puliti ma privi di anima. E molto spesso, troppo spesso, sono rimasticature delle stesse storie, degli stessi temi, delle stesse ossessioni. Ricordo bene il disappunto che prese me e gli altri giudici di un premio letterario quando ci capitò di leggere racconto dopo racconto dopo racconto dopo racconto dopo racconto sulla predazione di organi. Lo scrittore italiano generalmente e’ tecnofobo, quindi La Malvagia Multinazionale Anglosassone è regolarmente impegnata a intrappolare poveri popolani, o ad allevare cloni, o a rapire alieni, per strappargli organi vitali. (Uno degli altri giudici, tanto per dare un’idea completa della situazione, era un signore vivo solo grazie ad un recente trapianto di rene. M’immagino la sua letizia.)

Forse il tema specifico cambia con gli anni, ma quello che sorprende è quanto poco questi scrittori fossero consci della poca originalità della loro idea. In parte questo deriva da uno dei problemi della fantascienza italiana: la mancanza di un gruppo di scrittori che si incontrano e si criticano regolarmente. Nel mio gruppo di scrittura la discussione spesso verte su: “La Le Guin ha scritto un racconto bellissimo su questo tema, l’hai letto?”, “Hai letto Blindsight di Peter Watts? Watts ha dei vampiri completamente fantascientifici, assolutamente niente di soprannaturale, e hanno tutto, bevono sangue, vengono presi dalla convulsioni quando vedono un angolo retto…”, oppure: “Hai letto i racconti della Tiptree? Perchè sono sicuro che ti piacerebbero.”

E dai gruppi di scrittura possiamo passare anche all’altra grande carenza del panorama fantascientifico italiano: la completa mancanza di familiarità con il concetto di critica. Giorgio scrive di un racconto:

Poi c’è il grande nome, ovvero Alan D. Altieri, con un racconto che spacca il culo ai passeri you blooda muthafucka (cioè, ok… era per adeguarmi al suo stile) ma che insomma mi ha lasciato un paio di dubbi: perché i suoi personaggi passano con tanta disinvoltura dall’italiano all’americano? A ’sto punto non era meglio lasciare tutti i dialoghi in lingua?. E poi per quale motivo in un racconto il cui fulcro è il pessimismo apocalittico di una realtà devastata dall’intervento armato dell’uomo si presentano armi e tecnologie belliche con tanto declamatorio entusiasmo? Sono l’unico che avverte una qualche morbosa contraddizione?

Ora questa particolare osservazione non è di per sè molto originale, ma un recensore non è costretto a essere originale, il suo compito è di sollevare domande. E quando una domanda è fondamentale e si ripropone spesso nella letteratura, viene fatta ripetutamente.

Di fatto la contraddizione implicita fra condannare la violenza e gloriarsi nella sua rappresentazione è al centro di almeno un romanzo recente, l’eccellente Black Man di Richard Morgan, in cui una società largamente libera dall’istinto violento prima deve ricrearlo in umani artificiali, poi si trova a emarginarli e a sradicarli, facendo intollerabile violenza nei loro confronti.

La migliore riflessione all’interno di un romanzo di fantascienza che ho trovato al proposito si trova in “L’altro Universo” di Iain M Banks, in cui una delle navi comincia a riflettere sulla tensione fra il suo riconoscere che la violenza è male e la sua funzione di macchina da guerra - e finisce per commettere suicidio, incapace di risolvere il conflitto.

Quindi insomma, la domanda di Giorgio non era peregrina, e magari meritava una risposta.

Invece.

Invece la reazione dei fan dell’autore è questa - e cito così come sono, nella loro interezza, perchè ci si faccia un’idea del tono generale:

Reperto A) “domanda : perchè il terribile recensore, che definisce “indecente” il libro, non si sbatte e scrive LUI una raccolta? Dal tono è evidente che LUI saprebbe farlo…..altro quesito…perchè questo illustre signor nessuno non è nel direttivo di qualche grande azienda editoriale ? E’ altrettanto evidente, sempre dal tono che LUI saprebbe come fare bene le cose…….ma perfavore…”

Reperto B) “In Italia oltre 60 miliono di Commissari Tecnici per la Nazionale di Calcio abbiamo anche mazzetti di editor e scritori nascosti :-)
Mi piacerebbe vedere quali sono i capolavori che legge…”

Reperto C) “Già hai ragione Beppe…..è che un conto è sentire una critica espressa in maniera educata e circostanziata, un altro è vedere qualcuno che evidentemente sfoga le sue frustrazioni prendensela col lavoro degli altri.”

Reperto D) “Recensire in quel modo è fin troppo facile, basta essere sprezzanti e far cadere dall’alto qualche considerazione banale. Per fare un lavoro decente bisogna impegnarsi un minimo, pare sia meno divertente…”

Reperto E) “Sull’argomento mi sono espresso qui, su FB, al telefono, al foro romano, in piazza sotto casa mia.
Mi viene ancora in mente che chi sta tanto attento a studiare il particolare nei lavori degli altri, poi invece utilizza termini grevi con immane leggerezza.
“indecente”
Mi sembra quantomeno gratuito.
E’ ovvio che ci si fa notare di più sparando a zero sul lavoro degli altri.
C’e’ molta gente che si da un tono, facendo il severissimo cassatore e riuscendo sempre a esporre i lati negativi di ogni opera anche quando poi è ritenuta dalla maggioranza diffusamente godibile.”

Reperto F) “mah, non so… ho letto la recensione ma mi sembra che la stessa definizione del recensiore e dei suoi sostenitori come .. alienati… sia sufficiente.
di fatto mi farebbe piacere che tutti quelli che frequentano FB andassero a cercare la nota di marilù oliva su cosa significa scrivere una recensione.
riassumo qui il mio pensiero che è discutibile ma quantomeno professionale.
a mio avviso se un libro non mi piace non ne parlo. lanciarsi in una filippica(tra l’altro scarsamente motivata)come fa Jo Iguana mi sembra tradire soprattutto acredine verso una casa editrice che ha rifiutato di pubblicarti.
secondariamente credo che una recensione sia uno strumento per il lettore in modo che possa capire che, se il suo gusto è in linea con un determinato filone, in quel particolare libro possa trovarci le cose che cerca.
del gusto, della volontà di mettersi in mostra, di farsi un nome alle spalle di chi scrive veramente, devo dire che non mi importa molto. e questo vale anche per i critici “paludati”che da ben altre tribune bocciano o promuovonocon acredine o entusiasmo per motivi non sempre chiari.
e poi, alla fine, io credo che ogni narratore, famoso o meno, bravo o mediocre, sappia dentro di sè se ha partecipato a un’antologia perchè gli faceva comodo piazzare una roba che aveva nel cassetto o se ci ha messo un po’ di cuore. e, quando la polvere si posa, è quello che conta. quello con cui chi scrive ,alla fine, deve farei conti. critiche o elogi a parte.

e adesso che ho fatto il serioso lascio la parola a un amico di poche parole… chi è?

<Immagine di Bud Spencer che tira un pugno>”

Reperto E) “Credo che Bud abbia espresso la summa del pensiero di tutti noi.”

Yep, come dicono qua. Ce dell’altro sul blog di Urania, se siete interessati, ma non cambia di molto, se non che Giorgio risponde.

Ora, prima di tutto quello che mi colpisce è il fatto che in Italia non è facile distinguere fra una critica e un attacco. Tante cose anche della politica italiana si spiegano se si tiene presente questo. Non siamo una società meritocratica, siamo una società che funziona con i rapporti amizicia, lealtà e aiuto reciproco fra persone, e la cosa non è di per sè negativa. Abbiamo famiglia premurose e solidarietà fra amici - d’altra parte, abbiamo anche la raccomandazione e la Mafia.

In una società basata sulla meritocrazia, se il tuo libro ha dei difetti questi vengono sviscerati in pubblico, le orecchie ti bruciano un po’, ma stai zitto e sorridi. Capisci che quello che è stato valutato (a torto o a ragione) è la tua prestazione, non la tua persona. Perchè la tua prestazione è la tua faccia pubblica, quello sulla base di cui vieni promosso, remunerato, rispettato e così via. La tua prestazione non è una qualità personale e non è fissa: puoi migliorare, o peggiorare, e comunque non ha nulla a che fare con la tua vita emotiva e interiore.

In una società basata sui rapporti di amicizia e lealtà reciproca, quello che conta è la tua persona (spesso, il tuo onore), la tua reputazione. Una critica quindi è una ferita alla tua personalità, una offesa personale. Siccome successo e remunerazione (non solo in denaro) dipendono dal fatto che sei rispettato e benvoluto più che dal fatto che sie bravo o no, una critica è una dimostrazione di inimicizia.

Per questo la reazione ad una critica è: ma questo perchè ce l’ha con me?

Altri tipi di reazioni che sono spiegabili in questa luce sono: Ma questo pensa di essere meglio di me? si noti - la critica ad una prestazione è tecnica, ma la critica alla persona è una valutazione, e quindi la critica non viene letta come “pensa che il mio racconto sia indecente”, ma come “Pensa che io sono indecente.” Al che la ritorsione: “indecente sarai tu!”

Un altra caratteristica di questo atteggiamento emerge bene dal Reperto F, il cui autore sostiene che se un libro non piace bisogna tacerne, perchè parlare male di un libro è, nella sua mente, indistiguibile dall’offendere una persona. Allo stesso modo, la critica non è una valutazione dei contenuti, forme, problemi, temi, soluzioni e discorsi che un libro ha o adotta nei confronti di altri libri - è semplicemente una questione di gusti. E’ insomma un fatto emotivo, intimo, personale.

Gli ostacoli posti al riconoscere la funzione di una critica alla prestazione sono tali che dalla confusione dolente nasce, in mancanza di meglio, l’ipotesi di motivi occulti. Se questo critica, deve avere delle ragioni di risentimento. Magari è uno scrittore fallito. Magari l’editore gli ha fatto uno sgarbo. Magari la moglie non gliela da’ (o se donna, avrebbe bisogno di una bella scopata) - quest’ultima ipotesi soprattuto ventilata in privato ma mai troppo distante dalla superficie.

Devo dire che più rileggo il pezzo di Giorgio, più avrei voluto una critica più dettagliata, feroce ma fredda. Non avendo letto il libro, posso solo fidarmi di Giorgio nel suo giudizio - e siccome sono italiana anche io, tendo a farlo. Ma siccome so che non sempre io e Giorgio la vediamo allo stesso modo (spesso, ma ehi, non sempre), vorrei davvero una critica più dettagliata, con citazioni e numeri di pagina. Anche se le mie chance di mettere le mani sul libro sono pressochè nulle e la mia voglia di leggerlo piuttosto scarsa.

A questo punto però vorrei affrontare alcune cose nel dettaglio:

Reperto A) “domanda : perchè il terribile recensore, che definisce “indecente” il libro, non si sbatte e scrive LUI una raccolta? Dal tono è evidente che LUI saprebbe farlo…..altro quesito…perchè questo illustre signor nessuno non è nel direttivo di qualche grande azienda editoriale ? E’ altrettanto evidente, sempre dal tono che LUI saprebbe come fare bene le cose…….ma perfavore…”

Intanto, perchè una raccolta non si scrive, a meno che non sia un’antologia personale. In questo caso, visto che è la cura editoriale di cui si parla, le abilità in questione sono la capacità di scegliere un racconto, revisionarlo, ottenere un contratto da un editore, supervisionare il personale che si occupa della preparazione del libro come oggetto fisico, per esempio correttori di bozze, impaginatori, stampatori, artisti per la copertina, grafici per il layout, eccetera, eccetera, eccetera.

La ragione per cui Giorgio non è nel direttivo di una casa editrice è che di professione fa il grafico, un lavoro in cui è bravo e da quel che so ben considerato.

Reperto B) “In Italia oltre 60 miliono di Commissari Tecnici per la Nazionale di Calcio abbiamo anche mazzetti di editor e scritori nascosti :-)
Mi piacerebbe vedere quali sono i capolavori che legge…”

Perchè ovviamente, per giudicare la performance di una squadra bisogna avere personalmente giocato per vent’anni e poi allenato un serie A… nel qual caso c’è sempre qualcuno che ti dice, perchè, quanti scudetti hai vinto tu?

O in altre parole, non è necessario saper fare una cosa per giudicarla. Altrimenti staremmo tutti davanti alla Cappella Sistina facendo, “Uh? Posso avere un po’ di patatine?” Capisco la tentazione di dire, ma prova un po’ tu! Che però è più giustificata quando a dirlo è qualcuno che in effetti ha fatto la cosa in questione.

Per il Reperto C) mi limito a segnalare che Giorgio non mi è mai parso particolarmente frustrato, anzi: è una persona attiva e ottimista, in grado di godersi la vita (deh, vive a Modena), e fa, espone e vende fotografie di notevole livello tecnico e artistico, il bastardo. Peraltro, Giorgio è uno dei pochissimi fantascientifici italiani che non scrive, non ha mai scritto, non ha mai avuto intenzione di scrivere.

Per il Reperto F) ho già detto; per il Reperto E), nel leggere di “un’opera diffusamente godibile” ho sorriso al ricordo nostalgico di un momento chiave della lista di fantascienza.

Dunque, era successo che un partecipante alla lista si era piazzato mi pare al sesto posto in un concorso letterario. Fiero e contento (con qualche giustificazione, poverino) aveva condiviso un link al suo racconto.Tutti in lista avevano mandato un mesaggio di congratulazioni, dicendo “Bravo! bellissimo racconto!” “Racconto eccezionale!” “Bel racconto! Congratulazioni!”.

Io avevo letto il racconto in questione ed ero rimasta zitta. Avevo però mandato un’email a un mio caro amico, giovane ma bravo scrittore e intelligente lettore, chiedendogli, “Sono pazza io o si sbagliano loro?”

Poi ero uscita.

Al mio ritorno avevo trovato una serie di sei o sette email, progressivamente più indignate. Parafraso:

1. “OH mio Dio!”

2. “Ma questo racconto è orrendo!”

3. “Ma COME FANNO questi a dire che gli piace?”

4. “Senti, ho composto una critica, me la puoi leggere?”

5. “Guarda, ti mando il testo, secondo te va bene?”

6. (Alla lista): “Un elenco incompleto e parziale dei difetti di questo racconto include: la grammatica, la sintassi, la cotruzione del periodo, la caratterizzazione dei personaggi, lo stile, la trama…”

Siccome il mio amico aveva mandato in copia tutto questo anche a Silvio Sosio, l’ultima email nella mia casella era di Silvio, che chiedeva sommessamente: “X, hai mai pensato di darti alla carriera diplomatica?”

(Ricordo anche con affetto la piccola lezione di Silvio su come comporre una critica che includa un elemento positivo: “Del tuo racconto mi è piaciuto in particolare il punto che chiude il secondo paragrafo. E’ piacevolmente rotondo e perfettamente inchiostrato.”)

Per dire che solo perchè una cosa è piaciuta a tanti non vuol dire che piaccia a tutti, non vuol dire che i tanti abbiano ragione, non vuol dire che sia vietato criticarla. Anche se il fallout di una critica onesta a volte è… divertente più per gli astanti che per i partecipanti.

Il futuro e gli italiani ovvero il pessimismo è reazionario

Come prima introduzione a questo blog, riposto qui un lungo commento che avevo mandato alla lista di fantascienza:

Ok, ho appena letto un interessante articolo sulla Repubblica che tratta del silenzioso abbandono da parte delle società della cura del cliente. Il cliente affezionato, è la persuasione che si sta diffondendo strisciante, comincia a perdere valore marginale - conosce i canali di comunicazione e li usa ripetutamente, costituendo un costo per la compagnia. Di conseguenza si tolgono i numeri di telefono dai siti web, si interpongono ostacoli di tutti i tipi come multipli operatori telefonici, lunghe attese, complicati menù eccetera eccetera.

L’articolo finisce così:

“Se poi qualche nostalgico insiste nel rivendicarsi cliente, nel pretendere l’antica gratificazione del “solo perché è lei”, si rivolga pure alla signorina online, all’”assistente personale che ti darà le risposte che desideri”. L’hanno già assunta parecchi fornitori, si presenta da una finestrella, sorridente, ti guarda negli occhi, pronta e disponibile, spesso ha un nome, qualche volta perfino una voce. È solo una replicante, naturalmente, un androide elettronico, un’immagine animata, ma che pretendiamo di più? Siamo clienti virtuali, ci spetta al massimo un interlocutore sintetico.”

Leggo, di seguito, il primo commento, che comincia così:

“E così se ne va un altro rapporto umano.”

Al che una piccola lampadina si accende sulla mia testa. Non riguarda il contenuto del commento, ma il suo tono. Mi viene spontaneo chiamarlo “Che tempi signora mia”, ma una volta formulato in questo modo mi ricorda un tono molto simile:

“Che roba contessa, all’industria di Aldo
han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti;
volevano avere i salari aumentati,
gridavano, pensi, di esser sfruttati.
E quando è arrivata la polizia
quei pazzi straccioni han gridato più forte,
di sangue han sporcato il cortile e le porte chissa quanto tempo ci vorrà per pulire…”.
“Sapesse, mia cara che cosa mi ha detto
un caro parente, dell’occupazione
che quella gentaglia rinchiusa lì dentro
di libero amore facea professione…
Del resto, mia cara, di che si stupisce?
anche l’operaio vuole il figlio dottore
e pensi che ambiente che può venir fuori:
non c’è più morale, contessa…”

Quello che il commento fa (Contessa fa altre cose più complicate) è prendere un trend e immediatamente saltare ad una conclusione esistenziale.

Esempi (inventati)

Aumenta del 50% il tempo passato sui siti di network sociale –> “A rapporti reali con persone reali si sostituiscono rapporti sintentici, basati sul mutuo isolamento”

Cala il consumo di sceneggiati televisivi, aumenta il consumo di videogames –> “Ormai abbiamo perso la capacità di prestare attenzione ad una trama e alla costruzione dei personaggi, e siamo solo capaci di reagire sul corto periodo, il nostro span di attenzione si è ridotto a pochi secondi…”

Il makeup non è più riservato alle donne: aumenta il consumo di cosmetici maschili, ed esplode il fenomeno dei saloni di bellezza maschili –> “E così la cultura del narcisismo, dell’adorazione dell’immagine, allarga inesorabilmente il suo campo d’azione…”

Notare che ognuno di questi esempi fittizzi puo’ essere considerato positivamente: è un bene se la gente parla con gli amici invece di andare a guardare le donnine nude o di rimanere consumatori passivi, è un bene che la gente si occupi in compiti attivi che stimolano la creatività invece di addormentarsi davanti a Beautiful, è un bene che gli uomini curino il proprio aspetto e dedichino del tempo alla, ehm, cura della propria persona.

E mi dico, sì, magari gli italiani sono costituzionalmente pessimisti (e Dio sa che ne hanno ragione) e c’è “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”…. (ma faccio notare che Gramsci viveva sotto il fascismo, con la seconda guerra mondiale all’orizzonte, e più che pessimista era realista.)

Ma il modo in cui queste notizie sono costruite è una specie di imbuto per incanalare l’amarezza e il pessimismo. Per esempio, trattando di trend oggettivamente negativi, come il cambiamento climatico, si puo’ dire ‘tutto va male e siamo condannati all’estinzione” oppure si puo’ costruire il pezzo con “se non facciamo qualcosa ADESSO, come per esempio tagliare il numero dei voli, ridurre i consumi eccetera eccetera eccetera, siamo destinati a epocali cambiamenti climatici che avranno un costo economico e sociale devastante”. Insomma, invece di inanellare segnali tutti negativi, traendone una conclusione inevitabile e cosmica, si delinea il problema, si citano possibili soluzioni, si valuta quanto tali soluzioni sono probabili ed efficaci, e si invita all’azioni.

Non so quanto questa tendenza al catastrofismo sia nel DNA italiano. Perchè, dopo tutto, l’Italia ha sì tante ragioni per essere pessimista, ma è anche quel paese che tutti danno per spacciato e poi ritorna a galla a mo’ di turacciolo fra la costernazione (e a volte il dispetto) degli astanti. Quindi non è che siamo tanto dei disfattisti.

Una cosa che mi viene in mente, per finire, e magari adesso riesco anche a riallacciarmi alla fantascienza, è che a un certo punto un mio amico, coincidentalmente ma forse no un editor di una casa editrice di fantascienza americana, ha scritto in un post su Usenet che la mentalità reazionaria si incentra esattamente attorno a questa idea: che il futuro è nero e immutabile, e che l’unica possibile reazione razionale è abbandonarsi alla disperazione oppure coltivare un cinico distacco.

Ma questa, dice lui, è la reazione che il reazionario vuole da noi, perchè Dio non voglia che si possa pensare che degli umili pezzenti, dei semplici essere umani, possano avere una qualche influenza sul futuro. Da lì a fondare sindacati e società di mutuo sostegno, e magari perfino formulare piani per una società migliore, non c’è che un passo. E quindi, dice lui, il cuore della posizione progressista è questa convinzione: che un futuro migliore è immaginabile e costruibile, e che quindi agire per avvicinarlo non è sciocco idealismo ma un comportamento razionale.

Dico questo perchè sento spesso in questa lista circolare la seduzione della disperazione, l’idea che il futuro non possa che essere _inevitabilmente_ brutale, disperato e oppressivo, e che nulla sia possibile fare per combattere questa situazione. Non voglio dire che non si debba ipotizzare, scrivere o pensare a uno scenario del genere: vorrei solo indicare quali sono i meccanismi ahem, sovrastrutturali che ci infilano in questo imbuto.

Meditate gente meditate, come diceva quello.

Oh, e piccola appendice psicologica: il catastrofismo è una caratteristica tipica anche della depressione. Il depresso vede la realtà spesso con maggiore razionalità che il non depresso, ma la proiezione che fa della sua e di altri esistenza nel futuro è invariabilmente catastrofica, e questo è uno dei sintomi peggiori della malattia. Chi comincia a prendere antidepressivi ha spesso la strana esperienza di vedere le stesse cose, ma con spirito molto diverso. La depressione non fornisce, come pensano molti, una visione più chiara: distorce invece tutto quello che si vede interpretandolo come un portento di catastrofe. Che l’Italia soffra di una depressione collettiva?