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Rabbia e schifo

O dovrei dire disgusto? Vergogna? Generalmente considero l’Italia con quel misto di rabbia e rassegnazione, di “si ride per non piangere”, che ha fatto grande la nostra Nazione. Ma oggi sono tutta Britannica: non ho voglia di ridere, non ho voglia di fare dell’ironia, non ho voglia di alzare gli occhi al cielo.

Ho voglia di sputare sul mio paese natale, e sui suoi cittadini, e chiedere a gran voce, contro il mio interesse, che sia cacciato a calci dall’Europa.

Mi è arrivata un paio di giorni fa la notizia che una coppia di amici miei, una coppia “mista” italian-neozelandese, si è vista rifiutare il diritto di vivere assieme in Italia. E una coppia stabile, che resiste se ho ben fatto i conti da otto anni, una famiglia solida e cementata dall’amore e dalla solidarietà, che ha resistito a due malattie gravissime e a vari altri problemi minori.

In Nuova Zelanda il coniuge italiano ha il permesso di soggiorno, in quanto parte di una coppia di fatto. In Italia, la parte neozelandese non solo non ha diritto di soggiorno, ma secondo l’ultima sentenza che ha negato il permesso non ce l’ha perchè concederlo sarebbe contrario all’ordine pubblico.

Mi fermo perchè ho un momento di fottone, e perchè vorrei che chiunque abbia amato qualcuno e abbia voluto costruire una vita insieme si fermi ad assaporare questo concetto: il fatto che voi e la persona che amate domandiate il diritto di vivere sotto lo stesso tetto è contrario all’ordine pubblico.

Ripeto, qui non si tratta della colf cinese che sposa il datore di lavoro in un matrimonio di convivenza. Qui si tratta di un rapporto quasi decennale, documentato da foto, testimonianze, conti correnti in comune, lettere, e una convivenza ininterrotta e stabile, con assistenza in ospedale, e frequentazione delle rispettive famiglie allargate, mamme suocere cognati nipoti nuore.

I miei amici si sono visti rifiutare il permesso di vivere legalmente nella casa che hanno acquitato e restaurato perchè non sono sposati e, di fronte alla legge italiana, un convivente non ha i diritti di un familiare, nessuna eccezione.

Al che immagino che qualcuno fra i miei lettori farà un sorrisetto e dirà, va be’, che si sposino, no?

Cosa che forse farebbero, per quanto non è carino sposarsi per adempiere ad un dettato burocratico, se potessero. Ma la legge italiana, a differenza che in molti paesi europei fra cui il Regno Unito, non gli consente di formalizzare il loro status di famiglia all’anagrafe, perchè i miei amici sono entrambi maschi.

Sono bastati tre anni fuori dall’Italia per far sì che reagisca a questa notizia con un rombo alle orecchie, una nebbia rossa davanti agli occhi, e la voglia di fare del male a qualcuno. Nel paese in cui vivo, rifiutare l’adozione ad una coppia omosessuale è un reato. La Shell ha un suo carro al Gay Pride. E così la polizia, i vigili del fuoco, i buddisti, e la Royal Navy. Le banche della City organizzano incontri e dibattiti in occasione del mese dell’orgoglio gay.

Nel paese in cui vivo due uomini o due donne si possono salutare con un bacio prima di separarsi alla fermata di un autobus. Ovviamente, si possono sposare.

Nel mio paese natale, il paese di Michelangelo, di Leonardo, di Giulio Cesare e di Pierpaolo Pasolini, due uomini che si amano, due persone che si amano, non possono vivere assieme, e il fatto che rivendichino il diritto di essere uguali di fronte alla legge come la Costituzione detta viene liquidato come assurdo, e peggio, come contrario all’ordine pubblico.

E la cosa peggiore è che questo non è un pronunciamento del solito governo Berlusconi, quello della donna fatta ministro per ragioni che, tanto per ricitare Pasolini, tutti sappiamo ma non possiamo provare. No, questo pronunciamento viene da una Corte di Cassazione, da quella magistratura che tanto spesso sembra l’ultimo baluardo di civiltà in questo paese.

Vivo a Londra da tre anni e mezzo. Mi manca ancora un anno e mezzo prima di poter domandare la cittadinanza britannica.

E voi cosa state aspettando?