Entries from Dicembre 2008 ↓

Differenze Culturali

1. “Perchè vedi, mamma, la zuppa di lenticchie è per i vegetariani e quindi niente pancetta, e non so come darle sapore senza la pancetta.”
“Ma scusa, non puoi mettere dentro la pancetta e poi toglierla?”



“No, mamma, non funziona così.”
“Oh insomma, ma quanto è difficile questa gente. Mica la devono mangiare, no?”

2. Alex: “Mi ha sempre irritato questa cosa di chiamare le scuole private “Public Schools”. Confonde le idee.”
Io: “E’ perchè una volta c’erano due tipi di scuole: le scuole della Chiesa e quelle aperte a tutti gli altri, cioè pubbliche.”
Alex: “Si si, la so l’origine della parola, ma rimane il fatto che confonde le idee. E’ che noi inglesi siamo sempre attaccati alle cose, prima di lasciarle andare ci mettiamo secoli…”
Io (entusiasticamente): “Esatto! Come le due bocchette separate per l’acqua fredda e l’acqua calda! Una volta c’era una buona ragione di avere due diverse bocche per…”
Alex (perplesso e sulla difensiva): “Perchè? Cosa c’e’ che non va nei lavandini con due bocchette?”

3. Italiano trapiantato: “Tazza di tè?”
Ospite inglese: “Oh, volentieri!”
Italiano trapiantato: “Allora, ho del Darjeeling First Flush Whittard, del Lapsang Suchong, del Sencha, dell’Oolong…”
Ospite inglese (disorientato): “Non è che avresti del tè normale?”
Italiano trapiantato, tirando fuori la scatola di PG Tips con un sospiro: “Latte e zucchero?”

4. Inglese: “Tazza di tè?”
Italiano (perplesso): “Alex, ci sono trenta gradi fuori…”
Inglese: “E allora?”

5. Io (a mio zio, in visita a Londra): “Le riunioni dei fantascientifici? Beh, sai, qui funziona così: quando uno arriva nel pub, si avvicina agli amici e offre un giro, e tutti quelli che non hanno il bicchiere pieno ordinano e il nuovo arrivato torna con le sue cinque o sei pinte, e dopo un po’ o arriva qualcun altro o uno della compagnia originaria si alza e fa, io vado a prendermi una pinta, volete qualcosa? E così alla fine tutti offrono un giro e si paga più o meno lo stesso tutti quanti e…”
Mio zio: “Una pinta sarebbe mezzo litro, vero?”
Io: “Più o meno, sì.”
Mio zio: “E la bevi tutta?!?”

Vita nella terra senza Papa

Fra i molti vantaggi del vivere nel Regno Unito (particolarmente per un fantascientifico), ce n’è uno che ridiventa di scottante attualità ogni volta che torno in patria, anche se spesso percola anche da un’occasionale lettura della Repubblica: niente Papa.

Niente Papa al lunedì. Niente Papa la domenica. Niente Papa nei giornali, alla televisione, negli editoriali. Gli obbligatori dieci minuti di Papa in occasione dell’Angelus? Niente. Gli obbligatori due minuti di Papa nel telegiornale in un qualunque giorno feriale? Niente.

Di tanto in tanto Rowan Williams, quanto di più vicino ad un Papa esista nella fede anglicana (la Regina è il capo della Chiesa nello stesso modo in cui è il capo del Governo, cioè stando rigorosamente zitta), dice qualcosa, e c’e un breve dibattito. Ma l’ultimo intervento che ricordo risale a due anni fa. Per il resto, le chiese fanno le loro cose, di tanto in tanto Peter Hitchens (fratello religioso di Christopher) litiga con Dawkins, e morta lì. Ogni giorno ci sono la “preghiera del giorno” e il “pensiero del giorno”, che ruotano fra la varie confessioni, metodista, anglicana, evangelica, cattolica, musulmana, sikh, hindi, buddista, quacchera, unitaria, più qualche ateo e agnostico.

La domenica, con mia irritazione, il solito programma di varia attualità del mattino viene sostituito da un’intera ora di religioni. Ma il papa latita perfino lì. Ci sono dibattiti etici, con l’obbligatorio religoso (inteso come persona di fede, non sacerdote), ma niente Megafono Papale. Anche perchè essendo il Regno Unito diviso fra le varie confessioni di cui sopra, non c’è tempo.

Non è che non ci siano cattolici nel Regno Unito, ci sono eccome. Ma no sono ossessionati con il Papa quanto gli italiani.

Vista da fuori, la reverenza italiana per il Papa di turno pare strana. Quando mi sono trapiantata qui, Wojtila era già morto e quindi non so se la relativa oscurità del pontefice sia dovuta a una minore popolarità del Papa tedesco. Però ne dubito. Semplicemente, il Papa è un signore che vive in Vaticano e di cui non si sa molto.

Nei rari casi in cui si parla del Papa, lo si fa in un inciso: “e naturalmente i soliti sospetti, come il Vaticano e l’organizzazione degli stati islamici, si oppongono a questa risoluzione…”.

Ahhh, la liberazione. Liberati dal peso e dall’imbarazzo dell’ossessione vaticana sul sesso, i cattolici, compresi i cattolici atei come me, possono dedicarsi a parti più rilevanti del messaggio cristiano, come quelle sull’amore, la tolleranza, il perdono, lo sfamare gli affamati e vestire gli ignudi e così via. Di conseguenza, pur restando atea, non sono mai stata cattolica come da quando mi sono trasferita qui. Mi sorprendo perfino a citare i Vangeli. A ricordare con affetto San Francesco. A riflettere benignamente sul comandamento dell’amore.

Per dire la verità, non è che non rifletta benignamente sui principi del sikhismo e del buddismo, e non è che non abbia scoperto la silenziosa grandezza dei Quaccheri. Ma diciamo che a vivere lontano dal Papa il cattolicesimo sembra più attraente.

D’altra parte Macchiavelli lo aveva già detto: “Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi”.

Il futuro e gli italiani ovvero il pessimismo è reazionario

Come prima introduzione a questo blog, riposto qui un lungo commento che avevo mandato alla lista di fantascienza:

Ok, ho appena letto un interessante articolo sulla Repubblica che tratta del silenzioso abbandono da parte delle società della cura del cliente. Il cliente affezionato, è la persuasione che si sta diffondendo strisciante, comincia a perdere valore marginale - conosce i canali di comunicazione e li usa ripetutamente, costituendo un costo per la compagnia. Di conseguenza si tolgono i numeri di telefono dai siti web, si interpongono ostacoli di tutti i tipi come multipli operatori telefonici, lunghe attese, complicati menù eccetera eccetera.

L’articolo finisce così:

“Se poi qualche nostalgico insiste nel rivendicarsi cliente, nel pretendere l’antica gratificazione del “solo perché è lei”, si rivolga pure alla signorina online, all’”assistente personale che ti darà le risposte che desideri”. L’hanno già assunta parecchi fornitori, si presenta da una finestrella, sorridente, ti guarda negli occhi, pronta e disponibile, spesso ha un nome, qualche volta perfino una voce. È solo una replicante, naturalmente, un androide elettronico, un’immagine animata, ma che pretendiamo di più? Siamo clienti virtuali, ci spetta al massimo un interlocutore sintetico.”

Leggo, di seguito, il primo commento, che comincia così:

“E così se ne va un altro rapporto umano.”

Al che una piccola lampadina si accende sulla mia testa. Non riguarda il contenuto del commento, ma il suo tono. Mi viene spontaneo chiamarlo “Che tempi signora mia”, ma una volta formulato in questo modo mi ricorda un tono molto simile:

“Che roba contessa, all’industria di Aldo
han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti;
volevano avere i salari aumentati,
gridavano, pensi, di esser sfruttati.
E quando è arrivata la polizia
quei pazzi straccioni han gridato più forte,
di sangue han sporcato il cortile e le porte chissa quanto tempo ci vorrà per pulire…”.
“Sapesse, mia cara che cosa mi ha detto
un caro parente, dell’occupazione
che quella gentaglia rinchiusa lì dentro
di libero amore facea professione…
Del resto, mia cara, di che si stupisce?
anche l’operaio vuole il figlio dottore
e pensi che ambiente che può venir fuori:
non c’è più morale, contessa…”

Quello che il commento fa (Contessa fa altre cose più complicate) è prendere un trend e immediatamente saltare ad una conclusione esistenziale.

Esempi (inventati)

Aumenta del 50% il tempo passato sui siti di network sociale –> “A rapporti reali con persone reali si sostituiscono rapporti sintentici, basati sul mutuo isolamento”

Cala il consumo di sceneggiati televisivi, aumenta il consumo di videogames –> “Ormai abbiamo perso la capacità di prestare attenzione ad una trama e alla costruzione dei personaggi, e siamo solo capaci di reagire sul corto periodo, il nostro span di attenzione si è ridotto a pochi secondi…”

Il makeup non è più riservato alle donne: aumenta il consumo di cosmetici maschili, ed esplode il fenomeno dei saloni di bellezza maschili –> “E così la cultura del narcisismo, dell’adorazione dell’immagine, allarga inesorabilmente il suo campo d’azione…”

Notare che ognuno di questi esempi fittizzi puo’ essere considerato positivamente: è un bene se la gente parla con gli amici invece di andare a guardare le donnine nude o di rimanere consumatori passivi, è un bene che la gente si occupi in compiti attivi che stimolano la creatività invece di addormentarsi davanti a Beautiful, è un bene che gli uomini curino il proprio aspetto e dedichino del tempo alla, ehm, cura della propria persona.

E mi dico, sì, magari gli italiani sono costituzionalmente pessimisti (e Dio sa che ne hanno ragione) e c’è “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”…. (ma faccio notare che Gramsci viveva sotto il fascismo, con la seconda guerra mondiale all’orizzonte, e più che pessimista era realista.)

Ma il modo in cui queste notizie sono costruite è una specie di imbuto per incanalare l’amarezza e il pessimismo. Per esempio, trattando di trend oggettivamente negativi, come il cambiamento climatico, si puo’ dire ‘tutto va male e siamo condannati all’estinzione” oppure si puo’ costruire il pezzo con “se non facciamo qualcosa ADESSO, come per esempio tagliare il numero dei voli, ridurre i consumi eccetera eccetera eccetera, siamo destinati a epocali cambiamenti climatici che avranno un costo economico e sociale devastante”. Insomma, invece di inanellare segnali tutti negativi, traendone una conclusione inevitabile e cosmica, si delinea il problema, si citano possibili soluzioni, si valuta quanto tali soluzioni sono probabili ed efficaci, e si invita all’azioni.

Non so quanto questa tendenza al catastrofismo sia nel DNA italiano. Perchè, dopo tutto, l’Italia ha sì tante ragioni per essere pessimista, ma è anche quel paese che tutti danno per spacciato e poi ritorna a galla a mo’ di turacciolo fra la costernazione (e a volte il dispetto) degli astanti. Quindi non è che siamo tanto dei disfattisti.

Una cosa che mi viene in mente, per finire, e magari adesso riesco anche a riallacciarmi alla fantascienza, è che a un certo punto un mio amico, coincidentalmente ma forse no un editor di una casa editrice di fantascienza americana, ha scritto in un post su Usenet che la mentalità reazionaria si incentra esattamente attorno a questa idea: che il futuro è nero e immutabile, e che l’unica possibile reazione razionale è abbandonarsi alla disperazione oppure coltivare un cinico distacco.

Ma questa, dice lui, è la reazione che il reazionario vuole da noi, perchè Dio non voglia che si possa pensare che degli umili pezzenti, dei semplici essere umani, possano avere una qualche influenza sul futuro. Da lì a fondare sindacati e società di mutuo sostegno, e magari perfino formulare piani per una società migliore, non c’è che un passo. E quindi, dice lui, il cuore della posizione progressista è questa convinzione: che un futuro migliore è immaginabile e costruibile, e che quindi agire per avvicinarlo non è sciocco idealismo ma un comportamento razionale.

Dico questo perchè sento spesso in questa lista circolare la seduzione della disperazione, l’idea che il futuro non possa che essere _inevitabilmente_ brutale, disperato e oppressivo, e che nulla sia possibile fare per combattere questa situazione. Non voglio dire che non si debba ipotizzare, scrivere o pensare a uno scenario del genere: vorrei solo indicare quali sono i meccanismi ahem, sovrastrutturali che ci infilano in questo imbuto.

Meditate gente meditate, come diceva quello.

Oh, e piccola appendice psicologica: il catastrofismo è una caratteristica tipica anche della depressione. Il depresso vede la realtà spesso con maggiore razionalità che il non depresso, ma la proiezione che fa della sua e di altri esistenza nel futuro è invariabilmente catastrofica, e questo è uno dei sintomi peggiori della malattia. Chi comincia a prendere antidepressivi ha spesso la strana esperienza di vedere le stesse cose, ma con spirito molto diverso. La depressione non fornisce, come pensano molti, una visione più chiara: distorce invece tutto quello che si vede interpretandolo come un portento di catastrofe. Che l’Italia soffra di una depressione collettiva?