Ho visto i primi tre episodi della nuova serie The Leftovers e sono rimasta disgustata. Malgrado la buona volontà degli attori le storie fanno schifo.

C’è un sentimento che proviene dall’esperienza dell’11 settembre: ricordare i propri morti, onorarli, non lasciarli andare, trasformarli in eroi e vivere come se fossero ancora con noi. Questo secondo me denota un’incapacità a gestire le emozioni e le esperienze, a elaborare il lutto e ad accettare la realtà della vita. Una caratteristica della cultura americana. Il mito del grande pioniere del passato d’altronde si basa sull’idea che con forza e coraggio si possano cambiare le cose, trasformare la propria vita e riuscire ad avere successo lì dove gli altri falliscono. Ma un avvenimento come quello raccontato nella serie, dove l’1% della popolazione scompare misteriosamente, non lo si riesce ad accettare, non lo si può cambiare e quindi la società americana entra in crisi.

Secondo la serie quasi ogni famiglia ha avuto una persona scomparsa al suo interno e questo rende tutti molto solidali anche se ci sono tensioni su come affrontare questa perdita: c’è chi organizza parate commemorative (il sindaco), chi denuncia i criminali scomparsi insieme alle persone innocenti (il prete), chi cerca di sopravvivere malgrado la terribile perdita (una donna) ecc.

Il protagonista maschile, lo sceriffo della città, ha perso la moglie non perché è scomparsa ma perché si è unita a un gruppo organizzato come una setta e formato da dissidenti che organizzano contro-proteste allee parate commemorative ecc. Vivono come in una comune ma hanno regole abbastanza strette, come per esempio mantenere il silenzio, che per me personalmente sarebbero fin troppo difficili e icnomprensibili da seguire. Purtroppo dopo aver visto solo tre episodi non si riesce bene a capire quale sia il ruolo di questa chiamiamola ’setta del silenzio’ ma non credo che lo capirò a breve perché non ho intenzione di continuare a seguire la serie, neanche per dovere di cronaca, mi ha disgustato troppo.

Intorno allo sceriffo ruotano alcuni personaggi femminili molto interessanti che tradiscono fin troppo bene il concetto che i media americani e i produttori hanno delle donne in questo momento. La moglie dello sceriffo per esempio, benché interpretata da una bravissima attrice, è costretta al silenzio e comunica con gli altri dentro e fuori la setta solo con bigliettini scritti a mano. Il personaggio è chiaramente una donna di mezza età con figli adolescenti e capita spesso che il ruolo delle donne mature nella società americana venga sminuito perché ridotto al silenzio. Se non hai il diritto alla parola non puoi esprimere quello che pensi e quello che provi e quindi conti meno di niente. Questo significa anche che le donne dopo una certa età, quando non sono più fertili, non contano più, non rivestono più alcuna importanza, sono fantasmi bianchi che non sono più neanche in grado di sussurrare.

La figlia invece è la tipica adolescente americana, quindi ribelle e non ancora ben inserita nella società patriarcale. Va in giro con l’amica a combinare guai malgrado le raccomandazioni del padre, lo sceriffo, e il loro rapporto in un certo senso mi ricorda un po’ quello di Twilight.

L’episodio che vede protagonista Christopher Ecclestone nella parte di un prete che deve trovare soldi per ricomprare la propria parrocchia che gli viene espropriata mi ha convinto che la serie è un completo fallimento. La stupidità della trama è un insulto all’intelligenza del pubblico e poco può fare il nostro ex-Doctor Who per risollevare le sorti della storia. Non c’è proprio niente da fare, non c’è via di scampo.

Conclusioni: guardate la serie solo se non avete proprio niente altro da guardare e soprattutto se avete una gamba rotta e siete immobilizzati a letto.