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Sistemi operativi da fantascienza

Posted on Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

Backsposé 1 / Verrà l’iPhone

Posted on Settembre 15th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

Oggi l’articolo recuperato dal passato è la prima puntata della mia rubrica Exposé, uscito sul numero di novembre 2006 di MacWorld Italia. Exposé è una rubrica di rumors e anticipazioni sui prodotti Apple in arrivo. In questa puntata pronosticavo l’arrivo dell’iPhone, che uscì effettivamente nel luglio 2007. Quasi tutto giusto, solo un dettaglio sbagliato: quello più caro sarebbe stato quello bianco.

iPhone, and you?

Rumors! Che non sono suoni molesti, come talvolta crede qualche traduttore poco avvezzo, ma indiscrezioni, voci, chiacchiere da corridoio. Il mondo Apple è sempre stato chiassoso in questo senso, e lo è ancora di più da quando Steve Jobs, tornato al timone dell’azienda da lui fondata, ha imposto il segreto sui prodotti non ancora posti sul mercato. Una cortina impenetrabile o quasi, mantenuta con disciplina spietata che è già costata il posto e cause per danni a diversi impiegati dalla bocca troppo larga, lucrosi contratti a fornitori troppo entusiasti e persino denunce, poi rientrate, a giornalisti troppo solerti.

Il devoto applista ufficialmente condanna le indiscrezioni. Generano aspettative che spesso non possono essere soddisfatte, danneggiano le vendite dei prodotti in commercio convincendo le persone ad attendere la prossima-versione-più-potente che poi magari non arriva, e aiutano i concorrenti a stare al passo copiando le innovazioni prima ancora che arrivino sugli scaffali dei negozi.

Ma sappiamo benissimo tutti che il devoto applista - categoria alla quale ovviamente apparteniamo - cerca e si beve con gusto tutte queste fantastiche anticipazioni. Anche sapendo bene che molte di queste sono in realtà più la formulazione di desideri che reali fughe di notizie. Questo è il nostro spirito: in questa rubrica di volta in volta andremo alla scoperta di novità future della Apple, ma facciamo un patto: vi diremo tutto quello che sappiamo, che abbiamo scovato in rete o altrove, ma voi tenete sempre presente che questa non è la realtà. Potrebbe diventarlo come potrebbe non avvicinarvisi neppure. Come il gatto di Schrödinger, che sia vivo o che sia morto dipende dal momento in cui Steve Jobs salirà su un palco e dirà la formula magica che fa collassare gli infiniti universi ipotetici in un’unica realtà: One more thing

Non potevamo non dedicare la prima puntata di questa rubrica alla grande chimera che da diversi mesi è la protagonista di tutti i rumors che riguardano Apple. Da quando ha cominciato a girare ci sono già stati almeno tre o quattro keynote ai quali avrebbe dovuto essere annunciata, ma finora non è avvenuto: ora si parla di marzo 2007. Parliamo naturalmente dell’iPhone, ovvero del’entrata di Apple nel ricchissimo ma spietato mercato dei telefoni cellulari.

La prima esperienza di Apple nel campo della telefonia è stata il ROKR, il telefonino con iTunes incorporato realizzato da Motorola. E’ stato un mezzo disastro, per vari motivi; non ultimo certamente il fatto che Apple è sembrata tirarsi indietro dal progetto, probabilmente anche a causa dei cattivi rapporti con Motorola che sarebbe stata di lì a poco abbandonata anche come fornitore di processori.

Da quel momento però si è capito che anche se Apple non aveva creduto al telefonino di Motorola non significava che avesse abbandonato l’idea di produrre un telefonino. Anzi.

Forse negli Stati Uniti, dove i telefonini e gli smartphone non sono così diffusi come in Europa, è un po’ meno evidente che da noi il fatto che questo oggetto sta diventando il centro mobile della digital life, così come il computer ne è il centro domestico. E se l’iPod ha avuto un enorme successo anche grazie alla sua specializzazione, un oggetto che fa una cosa sola ma la molto bene, è stato evidente fin da subito che questa situazione non poteva durare. Un iPod è infinitamente migliore di un telefonino per ascoltare musica: può contare su più memoria per archiviare le canzoni, è più facile da utilizzare, ha una qualità audio migliore. Tutti vantaggi però che l’avanzare della tecnologia nel ricco settore dei telefoni cellulari restringe sempre di più. La paura è che il telefonino possa fare all’iPod quello che ha fatto ai palmari: soppiantarli.

Dopo le considerazioni, veniamo ai fatti.

All’inizio del 2006 viene pubblicata su alcuni siti di settore un brevetto Apple registrato alla fine del 2004 per un sistema che consente a apparecchio wireless portatile di scegliere e acquistare prodotti digitali su un “online media store”. Il brevetto cita come esempi canzoni, suonerie, libri elettronici. Negli stessi giorni compare un altro brevetto Apple per un’interfaccia completamente audio, che consenta di navigare in un riproduttore musica tramite comandi vocali. Un’idea poi abbandonata per l’iPod Shuffle, che non ha lo schermo? Un momento, ma lo Shuffle non ha un microfono. Che tipo di oggetto potrebbe avere un microfono? Un telefono?

In maggio alcuni giornali economici giapponesi pubblicano la notizia che Softbank (la proprietaria della Vodafone giapponese) sta sviluppando un telefono cellulare insieme con Apple. Softbank smentisce.

In luglio, alla presentazione dei dati fiscali, un giornalista chiede al direttore finanziario di Apple Peter Oppenheimer cosa ne pensa del successo della linea di telefoni-player Mp3 della Sony Ericcson che riprende il glorioso nome Walkman, e Oppenheimer risponde che Apple non se ne sta certo seduta a guardare senza far nulla.

Nel software di aggiornamento dell’iPod uscito sempre in luglio vengono trovati strane parole chiave come t_feature_app_PHONE_APP, kPhoneSignalStrength, clPhoneCallModel, clPhoneCallHistoryModel, prPhoneSettingsMenu.

All’inizio di agosto, pochi giorni prima della WWDC (dove secondo qualcuno avrebbe dovuto essere annunciato l’iPhone) salta fuori foto e pubblicità dell’iChat Mobile. “Tutto ciò che ti aspetti da un Mac, su un telefono”. E’ chiaramente finta, ma realizzata con stile. Poco dopo compare su YouTube anche un filmato dimostrativo, nel quale si possono apprezzare le dimensioni non indifferenti dell’iChat Mobile.

Qualche giorno dopo arriva anche l’iCall, una versione “slide” dotata persino di tastiera alfanumerica.

In settembre si ricomincia a parlare di iPhone: secondo l’analista Shaw Wu Apple sarebbe ormai pronta al lancio.

Ciò che blocca ancora il progetto, a questo punto, non sarebbe più lo sviluppo tecnico, ma il lancio da parte dell’operatore di telefonia mobile americano Cingular della rete HSPDA. Questo standard, High-Speed Downlink Packet Access (accesso a pacchetti ad alta velocità) è una versione avanzata dell’UMTS e sta diventando disponibile in molti paesi europei (in Italia è già attiva da alcuni mesi su tutti e quattro gli operatori), è probabilmente richiesto per interfacciare il telefonino con l’iTunes Store. Se ricordiamo, più volte Jobs ha dichiarato che uno dei motivi per cui un iPod telefonino non aveva senso era l’impossibilità di scaricare musica a causa della lentezza della rete telefonica. Lentezza che l’UMTS (che però in USA è praticamente assente) e l’HSPDA rendono un ricordo del passato.

Sempre all’inizio di settembre salta fuori un’altro brevetto Apple, per un apparecchio con antenna e interfaccia completamente virtuale. L’idea sembrerebbe quella di un oggetto con un grosso schermo sul quale compaiono pulsanti e indicatori relativi alle funzioni di un dispositivo - ad esempio un lettore Mp3 tipo iPod - ma facendo scorrere si passa all’interfaccia di un telefonino o di un palmare o di una console portatile di videogiochi. Non sembra una cosa così originale rispetto a un normale palmare. La rivelazione è comunque sufficiente e far annunciare a gran voce l’arrivo dell’atteso iPod Video a pieno schermo all’evento previsto per il 12 settembre. Che però il 12 settembre non viene affatto annunciato.

Nel frattempo però accade qualcosa anche nel mondo reale. Microsoft presenta il suo iPod killer, lo Zune. Non è ancora sul mercato e non si sa ancora bene cosa farà, ma si sa che permetterà di comunicare con altri Zune e di scambiarsi canzoni.

Che Zune sia o meno un pericolo per iPod lo deciderà il mercato quando il prodotto di Redmond arriverà sugli scaffali, ma certo non può essere sottovalutato: iPod prima o poi dovrà fare un salto in avanti.

L’ultima puntata - per il momento - dice che certamente l’iPhone sarà annunciato al MacWorld di San Francisco, l’8 gennaio (segnatevelo sul calendario). Avrà una macchina fotografica da 3 megapixel, uno schermo da 2,2 pollici, il software iTunes ovviamente senza il limite delle cento canzoni che aveva il ROKR, e sarà disponibile in tre modelli. Il rumor non lo dice, ma ci sentiamo di aggiungere che il modello più caro sarà sicuramente nero.

Il php delle nevi: problemini con Snow Leopard per i web developer

Posted on Settembre 2nd, 2009 in Exposé | 5 commenti »

Snow Leopard, il nuovo sistema operativo per Mac - nome ufficiale OS X 10.6 - è uscito da circa una settimana, ma a me è arrivato solo ieri: l’ho ordinato cinque minuti dopo che è stato reso disponibile su Apple Store, ma sono stato taccagno e ho chiesto la spedizione per posta invece di quella per corriere.

La novità di questa versione del sistema è che… non ha novità. Non di facciata, almeno. La vera novità è che è stato ottimizzato, corretto, sistemato, perfezionato, e che quindi una volta installato anziché trovarsi con un computer più lento e meno spazio sul disco, come da mondo è mondo accade quando si installava una nuova versione di un sistema operativo, ci si ritrova invece con un sistema più snello e più veloce. E più stabile.

Ogni tanto giusto per il piacere di farlo “quitto” Mail. Prima ci metteva due o tre minuti buoni a uscire, tanto che spesso “annullava” lo spegnimento del computer a causa del time out. Ora quitta così velocemente che non riesco a togliere il dito dalla “Q” che la lucetta sotto l’icona è già spenta. Che godimento. E riparte quasi altrettanto rapidamente. Wow.

Però, qualche problemino l’ho incontrato comunque. Non tanto problemi del sistema quanto di applicazioni non compatibili (di Little Snitcher ho dovuto installare una beta; Sapiens non funziona più bene; Linotype Explorer mi aveva incasinato le font e ho dovuto toglierlo).

Nel mio caso in particolare l’impatto più grave è stato con il php. Snow Leopard installa la versione 5.3 di php, contro la 5.1 (o giù di lì) che installava Leopard. Già con Leopard era stato un mezzo trauma, perché mi aveva costretto a rendere tutto il mio software php compatibile con php 5.0, mentre fino al giorno prima lavoravo tranquillamente col 4.

Con il 5.3 i signori della Zend hanno deciso di rompere le balle in modo pesante. Hanno deciso per esempio che nel php.ini va inserita una riga che dica date.timezone=”Europe/Rome”, altrimenti ogni volta che viene usata un’istruzione che abbia a che fare con tempo e date ti spara a video un warning, anche coi warning disabilitati.

Ancora meglio, hanno deciso che “split” adesso è deprecata. E perciò ogni volta che c’è split ti viene fuori il messaggio sulla pagina che l’istruzione è deprecata. Puoi usare preg_split se vuoi usare un’espressione regolare, o explode se lo splittaggio è semplice. Split veniva usata in entrambi i casi, quindi non te la cavi con un “cerca e cambia”; devi guardare ogni singola occorrenza e decidere. Ho provato a fare una ricerca con BBEdit nella mia directory dei lavori php e le occorrenze erano più di 2500; tra l’altro anche in software non miei, tipo PhpBB.

Poi hanno deciso che non puoi usare parole chiave come nomi dei metodi. Io in una mia classe fondamentale avevo usato goto, e ora non lo posso più fare. Devo cambiare la classe e andarmi a cercare tutti i posti in cui veniva chiamato quel metodo.

E poi ho trovato anche un buggettino: mysql_num_fields mi ritorna “5000″ invece del corretto numero di campi di una tabella. E il php letteralmente crasha quando il ciclo cerca di accedere al campo successivo all’ultimo. Ci ho messo un po’ a beccare questo problema, perché non dava nessun messaggio d’errore: pura e semplice pagina bianca.

Insomma, grazie, diciamo che ho trovato lo stimolo giusto a patchare il mio software in modo da farlo girare su php 5.3.

Superiphone

Posted on Marzo 5th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | niente commenti »

Questo articolo è uscito su MacWorld di marzo, attualmente in edicola. Ne propongo un brano, consigliando ovviamente l’acquisto della rivista, che contiene molte altre cose interessanti :-)

Alche che iPhone nano. Un nuovo iPhone è in arrivo, e sarà una belva. Almeno, questa l’indicazione che i nostri cacciatori di indizi hanno ricavato da dettagli apparentemente insignificanti.

iPhone nano in una vetrina in un negozio a BangkokNotiziona: Apple sta preparando una nuova versione di iPhone!
Come? Non ci trovate nulla di strano? In effetti è comprensibile: iPhone 3G è uscito lo scorso luglio, a un anno di distanza dal primo modello. È evidente che Apple stia lavorando con grande impegno a sviluppare il settore che le sta dando in questo momento le maggiori soddisfazioni.
Però ugualmente noi fan della Apple andiamo in fibrillazione quando capita di scoprire un misterioso “iPhone 2.1” in giro per le strade della California.
La Pynch Media è una società che concede in licenza un pezzo di software da inserire nei programmi per iPhone che permette allo sviluppatore di avere delle statistiche sull’uso del suo prodotto da parte degli acquirenti; una sorta di Google Analytics per programmi iPhone. Queste statistiche registrano anche il modello che fa girare il programma, e pare che a partire dallo scorso ottobre abbiano cominciato ad apparire sporadicamente un tag “iPhone 2,1”. Da dicembre queste segnalazioni sono diventate molte di più: almeno una dozzina di dispositivi, tutti concentrati nella zona della California a sud di San Francisco (Silicon Valley, insomma).
Una cosa “gustosa” è rappresentata proprio dal numero. Se il primo iPhone era 1,1 e il 3G era 1,2, qui si passerebbe a 2,1, insomma una “major release” con differenze più significative di quelle che hanno segnato il passaggio dal primo al secondo modello. Ma quali potrebbero essere?
Secondo AppleInsider, la differenza la potrà fare l’uso di chip sviluppati ad hoc dalla PA Semi, il produttore di semiconduttori recentemente acquisito da Apple. Si questi processori custom, progettati per accelerare l’elaborazione di media con  l’esecuzione parallela e multicore, Apple potrà implementare le tecnologie PowerVR di cui ha acquisito la licenza, e rendere disponibili agli sviluppatori funzionalità avanzatissime come l’elaborazione video in tempo reale e il riconoscimento vocale. Senza contare che l’alta velocità di elaborazione renderà l’iPhone e l’iPod Touch sempre più competitivi nel settore delle console da videogiochi tascabili.

E l’iPhone nano? Bene, Jobs è in congedo provvisorio, Tim Cook ha preso il timone, e la prima cosa che ha fatto cos’è stata? Smentire completamente la scorsa puntata di questa rubrica! A proposito del rumoreggiato iPhone nano, Cook ha detto “ci conoscete, non abbiamo intenzione di competere nel mercato dei telefoni a basso costo. Non fa parte della nostra identità. Non è la nostra ragion d’essere. Il nostro scopo non è vendere il maggior numero possibile di apparecchi, ma quello di costruire il telefono migliore possibile.” E in effetti era un po’ quello che pensavamo anche noi.
Un discorso analogo l’aveva fatto anche Jobs sul netbook, i computerini da poche centinaia di dollari che dopo il successo dell’EeePC stanno spopolando. Secondo Jobs, gli scopi per cui vengono usati questi apparecchi sono coperti quasi tutti dall’iPhone stesso. Ma Jobs lascia aperto uno spiraglio: “vedremo come evolverà questo segmento di mercato. Nel caso, qualche idea interessante ce l’abbiamo”.

Requisiti minimi Windows XP

Posted on Dicembre 21st, 2008 in Exposé | 6 commenti »

Ho preso qualche giorno fa il dvd di Il cavaliere oscuro, che offre in bonus, così dice il bollino sulla confezione, una “digital copy”. Leggendo le specifiche all’interno, ho trovato la classica frasetta “Requisiti minimi Windows XP”. O superiore. Mi sono detto: Ok, io uso MacOS X. È decisamente superiore a Windows XP. Quindi dovrebbe funzionare, no?

Digital CopyVa be’, battute a parte, sul foglietto è comunque specificato esplicitamente che il prodotto non è compatibile con sistemi Apple Macintosh (il che in effetti è scorretto, perché il termine “Macintosh” non è più in uso da parecchi anni) e iPod. Lascio eventualmente agli utenti Linux, i quali usano anche loro un sistema superiore a Windows XP, lamentarsi con la Warner.

Inatnto, la digital copy non è in effetti contenuta nella confezione; dentro alla scatolina del dvd c’è un foglietto con un indirizzo web e un codice univoco. Andando sul sito con Mac dice che il sistema operativo non è supportato.

Va be’, essendo superiore sono andato su VMWare Fusion e ho digitato l’indirizzo in Explorer 7, e mi sono scaricato il file, che poi è un programmino che si chiama “Digital Copy”, il quale dovrebbe scaricare poi il film vero e proprio. Ma qui l’inghippo: Digital Copy richiede Windows Media Player 11, che richiede a sua volta Windows XP Service Pack 2. Quindi attenzione: non basta Windows XP puro e semplice come indicato sul foglietto e sul bollino.

Ho scaricato e installato Windows Media 11, con alcuni simpatici intermezzi, come l’ineffabile sicurezza di Microsoft che mi chiede se mi voglio fidare di un file scaricato dal sito di Microsoft (avrei risposto “ovvio che non mi fido, ma tanto questa è solo una scatola virtuale e tanti danni non li puoi fare”, ma c’erano solo scelte sì/no e ho risposto sì, incrociando le dita come quando si promette per finta) o la barra di scorrimento che ti dice che manca un secondo alla fine dell’operazione, e continua a dirlo per due minuti. E naturalmente alla fine è necessario riavviare.

Rilancio Digital Copy e questa volta mi dice che devo aggiornare le componenti di sicurezza. Non mi è ben chiaro il motivo per cui un programma scaricato da internet bello fresco un minuto prima abbia bisogno di essere aggiornato; un motivo ci sarà. Aggiorniamo la sicurezza.

Fatto, clicco avanti e mi chiede di inserire il codice. Lo inserisco e ottendo un messaggio di errore: codice invalido. Caspita, penso, poverino. Avrà avuto un incidente? Avrà diritto a una pensione e all’assistenza a domicilio?

Correggo la U con la V (certo che se per stampare il codice del foglietto evitassero di andare nei musei a cercare le stampanti ad aghi e usassero una normale stampante digitale forse ne perderebbe un po’ l’aspetto steampunk ma ne guadagnerebbe la leggibilità) e arrivo finalmente ai temini e condizioni, dove vengo avvisato su tutto quello che posso o non posso fare accedendo al presente Sito. Ho un dubbio: perché il sito dovrebbe scriversi maiuscolo? Forse è un nome proprio? Il signor Sito?

Forse è un altro nome del programma che sto usando. Ipotesi già più plausibile, anche perché non sono certamente su un “sito” con la s minuscola: ho aperto Digital Copy, un programma scaricato sulla scrivania di Windows, il quale non si è collegato a internet - almeno non in modo esplicito - e non sto visitando nulla via web. Almeno, io per sito in genere intendo quello.

Comunque tutto si chiarisce andando avanti nella lettura. Viene finalmente specificato di che sito si tratta: dice infatti che i «Termini di Utilizzo disponibili sul sito [URL] (il “Sito”)». Quindi ora è chiaro che il “Sito” è quello che ha l’indirizzo “[URL]“. [URL] non l’ho messo io per non far vedere l’indirizzo vero; si tratta semplicemente di un segnaposto di un template che qualcuno si è dimenticato di compilare.

Più avanti la EULA descrive le norme relative al servizio (pardon, Servizio) relativo alla copia digitale, che consistono in questo: voi siete tenuti a usarla solo ed esclusivamente come diciamo noi. Da parte nostra non siamo tenuti ad assolutamente nulla, che il Servizio non funzioni, non vi piaccia, vi danneggi il pc o semplicemente non sia accessibile o disponibile, son solo cavoli vostri. Insomma, una EULA standard.

Dopo questa viene mostrata una mascherina in cui mi chiedono tutti i dati personali per rompere le balle a vita con la pubblicità, ma basta cliccare avanti e per fortuna procede senza tediare oltre.

Inizia il download e appare un messaggio che dice che l’altro programma è “busy” e bisogna spegnerlo. Quale altro programma? Ho appena riavviato il pc! Clicca “switch to” per attivarlo. Ok. Clicco. Si apre il menu Start. Il menu Start è l’altro programma busy? Come faccio a chiudere il menu Start? Proviamo con Retry. Dopo due o tre clicca e riclicca parte senza nemmeno un “scusa, avevi ragione tu”. Bon, comincia a scaricare. Sono due file, una versione PC e una versione “Portable” (immagino sia per Windows Mobile o robaccia simile). Il file per PC occupa 2 GB. Se riuscirò a vederlo eventualmente aggiornerò questo post con una recensione della qualità.

Certo è che usando l’altra soluzione per avere la copia digitale, quella non ufficiale, se cose avrebbero funzionato in modo molto più rapido, efficace e soddisfacente. Prima di occuparsi di questo, comunque, consiglierei ai legali della Warner di occuparsi di una revisione delle Licenze d’uso: così come sono in qualsiasi tribunale reggerebbero solo come intermezzo comico.

Aggiornamento. Il download è terminato; ho aperto WMP pensando di trovare il file già inserito nella libreria ma non c’era. Dopo un po’ di ricerche l’ho trovato in C:. La qualità del video è molto buona, l’audio molto basso, ma attenzione: il film è in inglese. Per me va anche bene, ma dubito che la maggior parte della gente che acquista un dvd in italiano sia contenta di avere una digital copy in inglese. Fra l’altro, almeno la versione ottenuta con l’altra soluzione è facilmente abbinabile a sottotitoli in italiano, o in inglese o in altre lingue. In definitiva, il mio giudizio finale sulla Digital Copy è che se questo è il modo di combattere la pirateria, la strada è buona, ma ancora molto, molto lunga.

La novità del MacWorld: non c’è Steve Jobs

Posted on Dicembre 19th, 2008 in Exposé | niente commenti »

È rimbalzata anche sui quotidiani generalisti la notizia, affidata alle agenzie dalla Apple qualche giorno fa, per cui Steve Jobs non farà il tradizionale keynote al MacWorld di San Francisco all’inizio di gennaio.

In realtà la notizia includeva anche il fatto che Apple ha deciso che non parteciperà più al MacWorld - decretando in sostanza la fine di questa fiera - ma i giornali hanno colto solo il primo punto, stabilendo immediatamente che la causa di tutto dev’essere la malattia di Jobs.

Questa teoria non convince per nulla neanche me, come non convince gli addetti ai lavori. Problemi di salute così gravi da annullare ora una conferenza che avrà luogo tra venti giorni avrebbero ben altre conseguenze, con ripercussioni anche legali essendo legate al valore delle azioni. Non potrebbero essere tenute segrete. Le motivazioni appaiono ben altre.

La prima cosa che ho fatto è stata collegare l’annunciata rinuncia al MacWorld da parte di vari protagonisti del mondo Mac: Adobe, Griffin, Google, rinunce motivate con la crisi che sta colpendo anche il mondo dell’informatica. Apple dunque avrebbe tolto la mano da un evento in crisi, non volendosi far coinvolgere in una manifestazione che poteva col suo alone negativo offuscare la luce del successo che emana dall’azienda di Cupertino. In queste ultime ore però circola anche l’ipotesi contraria: che Adobe, Griffin, Google e gli altri che hanno rinunciato l’abbiano fatto proprio perché sapevano che Apple avrebbe mollato il MacWorld.

Qualcuno ha fatto anche un’altra ipotesi: che, semplicemente, Apple non abbia nulla di nuovo da far vedere, e quindi Jobs non avrebbe avuto lo stimolo per fare un keynote. Può essere. Però bisogna anche dire che anche l’inezia più cretina - che so, il “copia e incolla” sull’iPhone? Incredible! - presentata da Steve Jobs sembra subito l’invenzione più geniale nella storia dell’umanità. In fin dei conti, almeno qualche cosa interessante sul nuovo Snow Leopard, che secondo alcuni uscirà nei prossimi mesi, si sarebbe potuta dire. Cool, uh?

Alla fin dei conti il MacWorld è un evento mediatico, ma è anche una convention di fan della Apple, e quando non ci sarà più resterà un vuoto. E certo non saranno contenti tutti quelli che si sono già iscritti da mesi, e hanno magari già comprato salati biglietti aerei, per andare a San Francisco. Invece di Steve Jobs vedranno  Phil Schiller: che obiettivamente è molto più simpatico, ma dal punto di vista dello spettacolo è tutta un’altra faccenda.

Motori d’altri tempi

Posted on Ottobre 25th, 2008 in Exposé | niente commenti »

Oggi viviamo nell’era di Google. Siamo abituati a usare Google per cercare qualsiasi cosa, usiamo verbi come “googlare” o anche “autogooglarsi” per vedere chi parla di noi.

Ma c’è stato un tempo in cui Google non c’era ancora, e i motori di ricerca erano altri. Quando internet era ancora una cosa “piccola” andavano di moda le directory, elenchi più o meno ragionati di siti. Yahoo e Virgilio hanno cominciato così. Poi è arrivato Altavista, della Digital (gloriosa azienda di informatica in seguito inghiottita da Compaq in seguito inghiottita da HP). Altavista per la sua epoca era straordinario. Mancava la capacità di Google di dare un corretto ranking alle pagine, ma trovava tutto, e questo era già un bel risultato.

Più o meno in quel periodo andavano per la maggiore anche Lycos, Excite e qualche altro motore; all’epoca lavorare sul posizionamento nei motori di ricerca significava fare in modo di essere su più motori possibili, non, come oggi, essere piazzati bene nell’unico motore che conta.

Molti di questi siti hanno fatto in tempo a fare fortuna con la bolla della new economy. E i più grossi esistono ancora: Lycos usa un motore Google; Altavista appartiene a Yahoo; ed Excite è passato attraverso mani diverse e oggi è un portaletto di quelli che vorrebbero fare un po’ di tutto ma che in definitiva non hanno una vera ragione d’essere.

È proprio Excite che mi ha spinto a scrivere questo post, quando abbiamo trovato una pubblicità su Fantascienza.com, negli annuncini Google, che diceva “Cerchi fantascienza? Visita il Blog con pagine dedicate!” e mandava a un indirizzo “magazine.excite.it/fantascienza”.

Curiosamente, cliccando sul link si arriva a una pagina inesistente che rigira poi all’home page di Excite. Ok, un errore capita a tutti. Ma, incuriosito, ho voluto fare il mio solito “test” per motori di ricerca. Ho scritto “fantascienza” nella buca di ricerca di Excite e ho cliccato “cerca”.

Allora, il primo risultato fornito è una pagina su un sito con dominio numerico, che sfortunatamente non risponde. La seconda è una pagina web ma un rss di Excite stesso. La terza è la pagina non di Wikipedia ma del Wiktionary, che spiega che fantascienza significa science fiction.

Seguono pagine secondarie di altri siti vari. Per trovare un link a Fantascienza.com bisogna arrivare alla seconda pagina, e non è un link alla home page ma a una news qualsiasi (del settembre 2006, tra l’altro). Le due righe di testo descrittivo della pagina illustrano la data di registrazione in tribunale della testata: difficile trovare due righe meno significative.

Un pochino meglio, dibbiamo dirlo, va se cerchiamo con l’opzione “solo italiano”. Che però non è l’opzione di default (siamo su Excite.it, ricordiamolo). Qui Fantascienza.com è al secondo posto, dopo Carmilla, segue il sito dello Stic e al quarto posto il sito di Fabio Faminò. Senza la “ò”: queste cose aliene come i caratteri accentati non ci si può aspettare che vengano riconosciuti.

Ho provato anche a cercare “Gelmini”, tanto per fare un test sull’attualità. Il primo riferimento al ministro dell’istruzione era nella seconda pagina di risultati, ed era una pagina di un blog datata maggio che rimandava a una pagina di un altro sito datata dicembre 2007, quando la Gelmini era una qualsiasi portavoce di Forza Italia.

Insomma, povero Excite, ha un motore di ricerca che forse avrebbe potuto soddisfare un utente nel 1995, ma oggi può servire a malapena per farsi due risate. E ad apprezzare di più la fortuna che abbiamo di poter utilizzare Google.

Apple, made in China

Posted on Settembre 26th, 2008 in Commenti, Exposé | 10 commenti »

Nei giorni scorsi tutti i siti tecnologici e Mac hanno riportato la decisione di Apple di proibire ai programmatori la pubblicazione delle lettere di rifiuto di Apple stessa per i programmi per iPhone.

Spieghiamo meglio l’antefatto, per chi non abbia seguito. Chi vuole vendere o acquistare software per iPhone può farlo attraverso un solo canale: l’App Store su iTunes. È una soluzione con pregi e difetti. Pregi: gli sviluppatori hanno una straordinaria vetrina e la possibilità di vendere in modo semplice e efficace. Non sono pochi quelli che si stanno coprendo d’oro con programmini anche piuttosto semplici. Difetti: Apple decide se accettare o no il tuo programma, e se lo rifiuta puoi buttarlo via.

Quando Steve Jobs ha presentato l’App Store ha detto che sarebbero stati rifiutati programmi che infrangevano i contratti telefonici o che mettevano a rischio la sicurezza del telefono. In una situazione in cui Apple si arrogava il controllo totale del mercato software per il suo telefono, la trasparenza sembrava essere d’obbligo.

Tuttavia, nel mondo reale, pare che le restrizioni imposte da Apple si applichino anche ad altri casi. A parte il caso di NetShare, programmino che permetteva il tethering, ovvero l’uso di iPhone come modem per collegarsi in rete con il pc (cosa che ovviamente preoccupa le compagnie telefoniche, perché il traffico generato diventa immediatamente molto maggiore), si sono verificati di recente due casi molto antipatici.

Il primo riguarda un softwarino per la gestione e il download dei podcast, Podcaster, sviluppato da Almerica. Apple lo ha rifiutato con la motivazione “replica le funzioni di iTunes di Apple”. Attenzione, iTunes, per Mac e PC, non del software presente su iPhone che non dispone di nessuna funzione per la gestione dei podcast.

Il secondo è il caso di MailWrangler, di Angelo DiNardi, un semplice applicativo che permette di consultare più accounti di posta di GMail senza dover inserire ogni volta username e password. Non si tratta in realtà di un vero e proprio programma di posta, ma semplicemente di un’utility che fa il login automatico sulla webmail di Google. Un programma che, personalmente, avrei apprezzato molto, visto che ho diverse caselle su GMail, e che trovo il webmail per iPhone di Google più pratico e funzionale del programma Mail di iPhone.

Il rifiuto di Apple è stato analogo: replica le funzioni del programma di posta di iPhone.

Quindi? Apple ha paura della concorrenza e la stronca sul nascere? O semplicemente “non serve”, al contrario delle utilissime sette versioni di emulatori del bicchiere di birra con rutto finale che “arricchiscono” l’App Store?

Due brutti casi, a mio avviso, che Apple si poteva tranquillamente risparmiare. Ma il peggio doveva ancora venire, perché in seguito alle reazioni di riviste e blog, più o meno tutte a favore dei poveri programmatori e contrarie a Apple (dopotutto, in nessuno dei due casi le scelte di Apple sono state a favore dell’utente), la reazione è stata la peggiore: Apple ha ricordato seccamente ai programmatori che anche le lettere di rifiuto di Apple ricadono sotto il “non disclosure agreement”, e quindi non possono in nessun caso essere pubblicate.

MailWranglerFossero almeno ben chiari i principi su cui si basa Apple. Sappiamo per esperienza diretta di software rifiutati in base a dettagli tecnici quando decine di programmi esattamente identici erano già stati accettati. Sappiamo che le motivazioni del rifiuto arrivano dopo diverso tempo, e sappiamo che è praticamente impossibile chiedere in anticipo se un progetto sarà considerato accettabile o meno, o discutere dopo le motivazioni per cercare un accordo. Apple è sempre stata un’azienda famosa per comunicare poco e solo quando vuole lei, e la gestione dell’App Store non fa differenza.

Ricapitolando: una persona o un’azienda investe tempo e denaro a imparare a programmare per iPhone, a sviluppare un progetto, lo cura, ci mette dentro fatica e passione, e quando è pronto lo presenta a Apple, dove un ragazzino brufoloso qualsiasi a seconda di come gli gira può rifiutarlo e mandare a monte tutto il  lavoro di mesi. E zitto, non osare lamentarti.

L’odiata Microsoft non è mai arrivata a questi livelli, ci sembra.

Devo dire che speravo che questa reazione fosse la solita da solerte ufficio legale, e che sarebbe arrivata magari da Jobs un qualcosa che rimettesse le cose a posto. Ma sono passati diversi giorni e non è accaduto.

Almeno questo ha risvolti positivi per gli utenti? Quando si parla di Windows Mobile spesso si critica il fatto che il software in vendita non ha controllo e spesso finisce per “impestare” il telefono e renderlo instabile e inutilizzabile. Ma il software per iPhone è così migliore? A guardare l’App Store, dopo sei mesi dal lancio, troviamo che una buona percentuale del software offerto è roba peggio che amatoriale, di qualità molto scadente. Alcuni tipi di programmi sono replicati all’infinito: ci sono una dozzina di lettori RSS, per esempio, solo un paio dei quali realmente decenti (consiglio Feeds, e sconsiglio NetNewsWire, che su Mac è ottimo mentre su iPhone è inutilizzabile), ci sono decine e decine di Sudoku, di solitari di carte, di lampade notturne (programmi che non fanno altro che accendere il monitor con fondo tutto bianco: utile, certo, ma uno bastava).

Tra poco uscirà G1, il primo telefono basato su Android, il sistema operativo per smartphone di Google. Anche lì c’è un App Store - stesso nome, evidentemente Apple ha dimenticato di registrare il copyright - gestito da Google. Ma la grande G ha già fatto sapere che il suo App Store non imporrà nessun tipo di approvazione preventiva. Da parte Apple invece l’ultima notizia è che un editore ha dovuto annullare la pubblicazione di un libro sulla programmazione per iPhone, a causa delle regole di segretezza della Apple. Se voi foste uno sviluppatore e doveste decidere quale SDK mettervi a studiare, a questo punto cosa scegliereste?

Anche se portano doni

Posted on Settembre 3rd, 2008 in Commenti, Exposé | 13 commenti »

Timeo Danaos et dona ferentes. Temo i greci, anche quando portano doni: questo diceva Laocoonte ai suoi concittadini, per convincerli a diffidare dallo splendido cavallo di legno lasciato fuori dalle porte di Troia. Il dilemma di cui voglio parlare in questo post è simile, anche se di segno opposto: in sostanza, temo Google, perché porta troppi doni.

La scrittura di questo post su Google ChromeIeri tutto il mondo dell’informatica è andato in fibrillazione perché, un po’ a sorpresa, il Grande Fratellino ha annunciato che regalerà al mondo un nuovo browser, Chrome. La versione beta è già disponibile per Windows, XP o Vista, e a breve arriverà anche per Mac e Linux.

C’era bisogno di un nuovo browser, da affiancare a Internet Explorer, Firefox, Safari e Opera? Be’, tutto ciò che può aiutare a far scomparire dalla faccia della terra quell’abominio di Explorer è benvenuto. Gli altri browser fanno bene il loro lavoro, ma dopo aver provato per cinque minuti Chrome, devo dire che non ho potuto non innamorarmene. Veloce, pratico, semplice, intelligente. E dopo aver letto il fumetto di presentazione (38 pagine che spiegano in modo molto semplice anche dettagli tecnici complessi) ne ho apprezzato anche gli aspetti che non sono visibili. Poche e semplici impostazioni, suddivise in tre schede: “impostazioni di base”, “piccoli ritocchi”, “roba per smanettoni”. E nel menu per gli sviluppatori, una “console javascript” che è il sogno realizzato di ogni sviluppatore web.

Insomma, Chrome non è “un altro browser”. Ha tutto quel valore aggiunto che ne giustifica l’esistenza, e che lo rende indispensabile se siamo tra quelli che vedono il futuro dell’informatica sempre più indirizzato alle applicazioni remote, basate su tecnologie web. Questo post lo sto scrivendo con Chrome, e a parte la rottura di usare Windows, posso confermare che il browser funziona benissimo anche con Wordpress.

Perché ora e non prima? C’è un precedente: se ricordate, l’anno scorso Apple ha presentato il suo Safari in versione Windows. Accadeva poco dopo l’uscita di iPhone, che utilizza anch’esso Safari; allo stesso modo Google offre Chrome poco prima dell’uscita dei primi telefoni basati su Android, la sua piattaforma mobile che utilizza un browser web basato sullo stesso engine. Guarda caso: Safari, iPhone, Chrome, Android: tutti basati sullo stesso motore: WebKit.

Quando Apple decise di produrre il proprio browser web, visto che Microsoft aveva smesso si sviluppare Explorer per Mac, andò a trovare Mozilla. Il motore open source per eccellenza però all’epoca era pesante, lento, frutto della stratificazione di anni di sviluppo e di correzioni. Apple decise di mollarlo (e questo causò un salutare esame di coscienza nella comunità Mozilla, che da allora ha fatto enormi passi avanti) e finì per scegliere KHTML, il motore del browser linux Konqueror.

Ben presto però le strade di Apple e di Konqueror si divisero. Gli uomini di Konqueror erano idealisti, volevano un browser che rispettasse alla lettera tutti gli standard W3, mentre alla Apple volevano un browser efficiente e che funzionasse su tutti i siti, anche quelli fatti male, testati solo con Explorer. I due progetti si separarono e nacque così WebKit.

WebKit è ancore open source, ma è un open source per così dire “da corporation”. E’ adottato da Apple, da Nokia, da Adobe per la sua piattaforma Adobe AIR, e ora da Google.

Se Apple ha lanciato Safari per Windows per facilitare la progettazione di web application per iPhone e per aumentare la base di utenti di Safari, l’arrivo di Chrome non fa che migliorare le cose. Per gli sviluppatori web diventa obbligatorio, d’ora in poi, testare i siti non solo su Explorer 6 e 7 e su Firefox, ma anche sui browser WebKit. Compito non difficile, perché già oggi sappiamo che in genere un sito ben scritto funziona come deve sia su Firefox che su Safari, a parte rarissimi problemini facilmente sistemabili; la vera grana è sempre stata far funzionare le cose sui vari Explorer.

Un altro regalo di Google di questi giorni è l’Ad Manager. Google mette a disposizione degli editori uno strumento per gestire i propri spazi pubblicitari, gratuito, efficiente, facile da usare. Assomiglia a OpenAd, il software open source più diffuso per questi scopi, anche se appare più sofisticato. Ma al di là delle funzioni in più o in meno, c’è una differenza sostanziale: OpenAd te lo installi sul tuo server. Ad Manager gira su Google.

Difficile resistere. Google ti dà la possibilità di liberarti di tutto il traffico generato dai banner, e di rendere il servizio di fornitura molto più efficiente. Basta pagine che non si caricano perché aspettano che l’ad server decisa che banner passare. Grazie a questa efficienza si potranno usare banner più pesanti, fare campagne più articolate, e in breve tempo non sarà più possibile fare a meno di Google Ad Manager. E Google, il principale operatore al mondo nel campo della pubblicità web, avrà sui propri server tutte le informazioni riguardanti gli affari di una miriade di piccoli concessionari; avrà clienti, tariffe, statistiche, tutto a portata di mano.

Lo slogan di Google è “don’t be evil”. Non essere cattivo. Google sta conquistando il mondo con la sua bontà. Software straordinari, soluzioni nuove e geniali, servizi indispensabili. Tutto bello, tutto gratis. Come fai a dirgli di no?

Guardiamoci un po’ attorno. Quanta parte dell’economia mondiale dipende, oggi, dal successo dei siti internet? Quanta ne dipenderà domani? Oggi, ci sono persone che dedicano la loro vita allo studio di come funziona Google, e di quali trucchi vanno adottati per far comparire l’indirizzo di un sito nella prima pagina di una ricerca su Google. Originariamente il motore di ricerca di Google era stato progettato per studiare il web, capirlo e proporre i risultati in modo che i siti più importanti andassero in testa. Già oggi questo paradigma si è ribaltato. Google non studia più il web, è il web che studia Google. I webmaster non possono più creare i siti come pare a loro: devono seguire precise specifiche approvate da Google. L’HTML semantico, i CSS, l’XHTML, sono tutte bellissime tecnologie che non si sarebbero mai imposte se non fosse accaduto che chi le usava veniva premiato da Google.

Una volta un grafico poteva fare un titolo sulla pagina del proprio sito mettendo un bel gif, oppure usando una combinazione di <FONT>, <B> eccetera. Oggi se non usi un <H1> Google ti ignora. Quindi usi <H1> e poi lo formatti come vuoi usando i CSS:

E’ giusto così, intendiamoci: l’HTML semantico permette alla pagina di essere capita meglio dal software, di essere letta con browser alternativi (ad esempio quelli per ciechi), e in definitiva rende anche lo sviluppo più ordinato e più facilmente mantenibile. Google insomma è un tiranno ma è un tiranno illuminato.

Quando Google ti dice che puoi usare il servizio Gmail anche per i tuoi propri domini, e quindi avere a disposizione server di posta efficienti, una webmail bellissima (su iPhone è persino meglio del programma di posta integrato), spazio in abbondanza, la facilità di creare utenti, liste, forward, e un antispam davvero efficace, come fai a dire di no? Certo, da quel momento la tua posta sarà nei server di Google, ma Google è buono.

Quando Google ti dà un servizio di analisi del traffico del tuo sito come Analytics, sofisticatissimo e facile da usare, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google sa esattamente chi passa dal tuo sito, quante pagine servi, a chi le servi, di cosa ti occupi. Ma Google è buono.

Quando Google ti dà la possibilità di scrivere documenti, di usare fogli di calcolo, di creare presentazioni, tutto gratis, senza usare quel rompiballe di Word, da qualsiasi computer senza stare a fare copie su chiavette che poi si moltiplicano, e di metterlo a disposizione dei tuoi colleghi per lavorarci insieme, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google ha i tuoi documenti sui suoi server. Ma Google è buono.

Potrei andare avanti ma credo di aver reso l’idea. Io sono un fan di Google. Sono convinto che nessuno meriti il premio Nobel come Larry Page e Sergey Brin, perché stanno “facendo progredire l’umanità” come diceva Dario Fo nel famoso spot Think Different, e lo fanno come pochi l’hanno fatto prima di loro. Ma sto anche cominciando ad avere un po’ di paura; ci stiamo affidando troppo a Google, a questo grande fratellino così caro e così amichevole. Oggi la Cina dice a Google cosa deve far vedere o meno agli utenti cinesi. Quando manca al giorno in cui sarà Google a dirlo alla Cina? Quanto manca al giorno in cui sarà la “search engine optimization” a decidere quale presidente sarà eletto negli Stati Uniti? Quanto manca al giorno in cui un software automatico leggerà tutta la posta nei server (salvaguardando la privacy individuale, naturalmente) e detterà ai governi cosa vuole o non vuole la gente, sulla base di precisi dati statistici?

Anche ammettendo che Page e Brin restino “buoni”, un giorno andranno in pensione. O magari moriranno in un incidente spaziale. O si stuferanno. O una cordata di azionisti li metterà fuori gioco. E allora Google potrebbe diventare cattivo, e avrebbe nelle proprie mani un potere che nessun Blofeld ha mai sognato di avere. Google potrebbe togliersi la pelle umana e rivelare al di sotto le scaglie del rettile. E allora saremo davvero, davvero nei guai.

In diretta dall’iPhone

Posted on Agosto 5th, 2008 in Blog, Exposé | 4 commenti »

E ora che ce l’abbiamo cominciamo a usarlo.
Questo che state leggendo è il primo post scritto direttamente dall’iPhone, grazie a un’applicazioncina che permette di interfacciarsi a Wordpress in modo abbastanza completo. Permette anche di caricare foto, cosa che attraversò io normale bewser non darebbe possibile, perché il Safari di iPhone non supporta l’upload.
La scrittura su iPhone dopo aver fatto pratica qualche giorno è giá abbastanza scorrevole, ma in qualche caso un po’ frustrante. In particolare lascia molto a desiderare il sistema di correzione automatica, che non di rado corregge parole comuni con parole meno comuni. Il caso più fastidioso è la correzione di “che” in “ché”, e mi è capitato anche di vedermi sostituire un normale “ma” in uno sconcertante “m’a”.
Insomma: tutta questa tecnologia e siamo ancora alle prese con problemi analoghi a quelli del T9…
La lentina per spostarsi nel testo non è il massimo dell’esperienza. Intanto perché compare solo dopo due o tre secondi; e costringe in un certo senso a togliere le mani dalla tastiera. Sarebbero davvero comodi dèi tasti freccia per spostarsi nel testo.
A parte queste incertezze devo dire però che alla fine dei conti scrivo giá più velocemente con iPhone di quanto non facessi con la tastierina del Treo.
Non male direi per uma tastiera virtuale.