Timeo Danaos et dona ferentes. Temo i greci, anche quando portano doni: questo diceva Laocoonte ai suoi concittadini, per convincerli a diffidare dallo splendido cavallo di legno lasciato fuori dalle porte di Troia. Il dilemma di cui voglio parlare in questo post è simile, anche se di segno opposto: in sostanza, temo Google, perché porta troppi doni.

La scrittura di questo post su Google ChromeIeri tutto il mondo dell’informatica è andato in fibrillazione perché, un po’ a sorpresa, il Grande Fratellino ha annunciato che regalerà al mondo un nuovo browser, Chrome. La versione beta è già disponibile per Windows, XP o Vista, e a breve arriverà anche per Mac e Linux.

C’era bisogno di un nuovo browser, da affiancare a Internet Explorer, Firefox, Safari e Opera? Be’, tutto ciò che può aiutare a far scomparire dalla faccia della terra quell’abominio di Explorer è benvenuto. Gli altri browser fanno bene il loro lavoro, ma dopo aver provato per cinque minuti Chrome, devo dire che non ho potuto non innamorarmene. Veloce, pratico, semplice, intelligente. E dopo aver letto il fumetto di presentazione (38 pagine che spiegano in modo molto semplice anche dettagli tecnici complessi) ne ho apprezzato anche gli aspetti che non sono visibili. Poche e semplici impostazioni, suddivise in tre schede: “impostazioni di base”, “piccoli ritocchi”, “roba per smanettoni”. E nel menu per gli sviluppatori, una “console javascript” che è il sogno realizzato di ogni sviluppatore web.

Insomma, Chrome non è “un altro browser”. Ha tutto quel valore aggiunto che ne giustifica l’esistenza, e che lo rende indispensabile se siamo tra quelli che vedono il futuro dell’informatica sempre più indirizzato alle applicazioni remote, basate su tecnologie web. Questo post lo sto scrivendo con Chrome, e a parte la rottura di usare Windows, posso confermare che il browser funziona benissimo anche con Wordpress.

Perché ora e non prima? C’è un precedente: se ricordate, l’anno scorso Apple ha presentato il suo Safari in versione Windows. Accadeva poco dopo l’uscita di iPhone, che utilizza anch’esso Safari; allo stesso modo Google offre Chrome poco prima dell’uscita dei primi telefoni basati su Android, la sua piattaforma mobile che utilizza un browser web basato sullo stesso engine. Guarda caso: Safari, iPhone, Chrome, Android: tutti basati sullo stesso motore: WebKit.

Quando Apple decise di produrre il proprio browser web, visto che Microsoft aveva smesso si sviluppare Explorer per Mac, andò a trovare Mozilla. Il motore open source per eccellenza però all’epoca era pesante, lento, frutto della stratificazione di anni di sviluppo e di correzioni. Apple decise di mollarlo (e questo causò un salutare esame di coscienza nella comunità Mozilla, che da allora ha fatto enormi passi avanti) e finì per scegliere KHTML, il motore del browser linux Konqueror.

Ben presto però le strade di Apple e di Konqueror si divisero. Gli uomini di Konqueror erano idealisti, volevano un browser che rispettasse alla lettera tutti gli standard W3, mentre alla Apple volevano un browser efficiente e che funzionasse su tutti i siti, anche quelli fatti male, testati solo con Explorer. I due progetti si separarono e nacque così WebKit.

WebKit è ancore open source, ma è un open source per così dire “da corporation”. E’ adottato da Apple, da Nokia, da Adobe per la sua piattaforma Adobe AIR, e ora da Google.

Se Apple ha lanciato Safari per Windows per facilitare la progettazione di web application per iPhone e per aumentare la base di utenti di Safari, l’arrivo di Chrome non fa che migliorare le cose. Per gli sviluppatori web diventa obbligatorio, d’ora in poi, testare i siti non solo su Explorer 6 e 7 e su Firefox, ma anche sui browser WebKit. Compito non difficile, perché già oggi sappiamo che in genere un sito ben scritto funziona come deve sia su Firefox che su Safari, a parte rarissimi problemini facilmente sistemabili; la vera grana è sempre stata far funzionare le cose sui vari Explorer.

Un altro regalo di Google di questi giorni è l’Ad Manager. Google mette a disposizione degli editori uno strumento per gestire i propri spazi pubblicitari, gratuito, efficiente, facile da usare. Assomiglia a OpenAd, il software open source più diffuso per questi scopi, anche se appare più sofisticato. Ma al di là delle funzioni in più o in meno, c’è una differenza sostanziale: OpenAd te lo installi sul tuo server. Ad Manager gira su Google.

Difficile resistere. Google ti dà la possibilità di liberarti di tutto il traffico generato dai banner, e di rendere il servizio di fornitura molto più efficiente. Basta pagine che non si caricano perché aspettano che l’ad server decisa che banner passare. Grazie a questa efficienza si potranno usare banner più pesanti, fare campagne più articolate, e in breve tempo non sarà più possibile fare a meno di Google Ad Manager. E Google, il principale operatore al mondo nel campo della pubblicità web, avrà sui propri server tutte le informazioni riguardanti gli affari di una miriade di piccoli concessionari; avrà clienti, tariffe, statistiche, tutto a portata di mano.

Lo slogan di Google è “don’t be evil”. Non essere cattivo. Google sta conquistando il mondo con la sua bontà. Software straordinari, soluzioni nuove e geniali, servizi indispensabili. Tutto bello, tutto gratis. Come fai a dirgli di no?

Guardiamoci un po’ attorno. Quanta parte dell’economia mondiale dipende, oggi, dal successo dei siti internet? Quanta ne dipenderà domani? Oggi, ci sono persone che dedicano la loro vita allo studio di come funziona Google, e di quali trucchi vanno adottati per far comparire l’indirizzo di un sito nella prima pagina di una ricerca su Google. Originariamente il motore di ricerca di Google era stato progettato per studiare il web, capirlo e proporre i risultati in modo che i siti più importanti andassero in testa. Già oggi questo paradigma si è ribaltato. Google non studia più il web, è il web che studia Google. I webmaster non possono più creare i siti come pare a loro: devono seguire precise specifiche approvate da Google. L’HTML semantico, i CSS, l’XHTML, sono tutte bellissime tecnologie che non si sarebbero mai imposte se non fosse accaduto che chi le usava veniva premiato da Google.

Una volta un grafico poteva fare un titolo sulla pagina del proprio sito mettendo un bel gif, oppure usando una combinazione di <FONT>, <B> eccetera. Oggi se non usi un <H1> Google ti ignora. Quindi usi <H1> e poi lo formatti come vuoi usando i CSS:

E’ giusto così, intendiamoci: l’HTML semantico permette alla pagina di essere capita meglio dal software, di essere letta con browser alternativi (ad esempio quelli per ciechi), e in definitiva rende anche lo sviluppo più ordinato e più facilmente mantenibile. Google insomma è un tiranno ma è un tiranno illuminato.

Quando Google ti dice che puoi usare il servizio Gmail anche per i tuoi propri domini, e quindi avere a disposizione server di posta efficienti, una webmail bellissima (su iPhone è persino meglio del programma di posta integrato), spazio in abbondanza, la facilità di creare utenti, liste, forward, e un antispam davvero efficace, come fai a dire di no? Certo, da quel momento la tua posta sarà nei server di Google, ma Google è buono.

Quando Google ti dà un servizio di analisi del traffico del tuo sito come Analytics, sofisticatissimo e facile da usare, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google sa esattamente chi passa dal tuo sito, quante pagine servi, a chi le servi, di cosa ti occupi. Ma Google è buono.

Quando Google ti dà la possibilità di scrivere documenti, di usare fogli di calcolo, di creare presentazioni, tutto gratis, senza usare quel rompiballe di Word, da qualsiasi computer senza stare a fare copie su chiavette che poi si moltiplicano, e di metterlo a disposizione dei tuoi colleghi per lavorarci insieme, come fai a dire di no? Certo, da quel momento Google ha i tuoi documenti sui suoi server. Ma Google è buono.

Potrei andare avanti ma credo di aver reso l’idea. Io sono un fan di Google. Sono convinto che nessuno meriti il premio Nobel come Larry Page e Sergey Brin, perché stanno “facendo progredire l’umanità” come diceva Dario Fo nel famoso spot Think Different, e lo fanno come pochi l’hanno fatto prima di loro. Ma sto anche cominciando ad avere un po’ di paura; ci stiamo affidando troppo a Google, a questo grande fratellino così caro e così amichevole. Oggi la Cina dice a Google cosa deve far vedere o meno agli utenti cinesi. Quando manca al giorno in cui sarà Google a dirlo alla Cina? Quanto manca al giorno in cui sarà la “search engine optimization” a decidere quale presidente sarà eletto negli Stati Uniti? Quanto manca al giorno in cui un software automatico leggerà tutta la posta nei server (salvaguardando la privacy individuale, naturalmente) e detterà ai governi cosa vuole o non vuole la gente, sulla base di precisi dati statistici?

Anche ammettendo che Page e Brin restino “buoni”, un giorno andranno in pensione. O magari moriranno in un incidente spaziale. O si stuferanno. O una cordata di azionisti li metterà fuori gioco. E allora Google potrebbe diventare cattivo, e avrebbe nelle proprie mani un potere che nessun Blofeld ha mai sognato di avere. Google potrebbe togliersi la pelle umana e rivelare al di sotto le scaglie del rettile. E allora saremo davvero, davvero nei guai.