Archive for the ‘Fantascienza’ Category

Forbici vince carta vince pietra

Posted on Settembre 6th, 2010 in Drowned Words, Fantascienza | No Comments »

Ian McDonald ci porta in pellegrinaggio tra i templi del buddhismo del Daishi assieme a Ethan Ring, in un Giappone cyberpunk diviso tra bande di ribelli akira e agenzie di sicurezza iperorganizzate. Ethan è un grafico che ha visto Dio - o il Male - in dei font (i frattori) che hanno il potere di manipolare, piegare e controllare la volontà di chi li guarda. Un potere enorme e tutto concentrato nelle mani di una sola persona. Mr Ring è un pellegrino sulla via della dannazione.

Forbici vince carta vince pietra è un Faust fantascientifico, pop e stiloso al punto giusto, in cui convivono anime, thriller, spy e anche love story, spalmato su un nastro di carta e inchiostro molto breve. Ironico e ammiccante, lo stile di McDonald ben si allinea con lo scenario, confezionando un romanzo breve -  o racconto lungo, fate voi - pieno zeppo di suggestioni politiche, religiose, estetiche e sociologiche tipiche di quel cyberpunk che ha squassato la scena sci-fi tra 80’s e 90’s. Una buona storia, tutto sommato, con dei picchi notevoli e qualche calo di tensione.

Il personaggio più riuscito è Luka Casipriadin, l’esperta di realtà virtuale che intreccia una storia d’amore con Ethan SuperUomoSuoMalgrado. È suo lo sguardo più lucido sul mondo, come sue sono le battute e le puntate migliori, come questa cartolina spedita a filistei e sacerdoti dell’arte di ogni epoca: “Amo quello che faccio, e amo la ragione per cui lo faccio. Non piegherò la testa infilandola tre volte nella merda davanti all’ideologia del mese. Loro [i suoi colleghi di corso, NdA] si preoccupano o di farsi rivolgere la parola dalla gente giusta o di farsi notare dai tutor giusti; o, se sono tutor, pensano ad andare alle feste giuste, all’integrità del cazzo, all’originalità, all’arte del cazzo”.

2 agosto 1980: ashes to ashes

Posted on Agosto 2nd, 2010 in Drowned Words, Emersioni, Fantascienza | No Comments »

Il titolo è Cenere alla cenere ed è un nuovo racconto di Giovanni De Matteo, online su Carmilla. 1980, annus horribilis nella storia d’Italia: le stragi di Ustica e della stazione di Bologna, il terremoto in Irpinia. Catastrofi naturali e innaturali, tragedie che a trent’anni di distanza ancora non sono state archiviate. Cenere alla cenere ci riporta lì, temponauti atterriti come i protagonisti della storia. Argomento difficile almeno quanto facile è, nel trattarlo, cadere nella retorica o peggio nel più becero sciacallaggio emotivo. Niente di tutto questo, per fortuna. Un road trip attraverso il tempo e la memoria: un monito ad amnesie passate, presenti e future.

Dampferchroniken, del Dampfkaiser Simon von Zählen

Posted on Giugno 17th, 2010 in Connettivismo, Drowned Words, Emersioni, Fantascienza | No Comments »

Su Delos 125 è uscito un nuovo racconto di Simone ContiDampferchroniken, steam-chronicle che ospita nel ruolo di inviato di guerra nientemeno che Robert E. Howard. Dato il peso del personaggio, sarebbe lecito aspettarsi un baricentro narrativo tutto spostato sulla sua figura: e invece no, protagonista assoluta è una guerra paradossale tra Crucchi e Yankee, dai risvolti strabilianti. Zeppelin, carne sciolta dal vapore e disintegrata dall’elettricità, soldati meccanici e re-automa in un delirio degno di un Phil Dick in cui The man in the high castle e i Simulacra sbufferebbero pensieri e paranoie incandescenti e nebulizzati.

L’inquietante Verità di Robert Reed

Posted on Giugno 12th, 2010 in Drowned Words, Fantascienza, From Other Sites | No Comments »

Il lato “pop” della letteratura dell’inquietudine. Strani ospiti su Thriller Magazine.

La Grande B.

Posted on Febbraio 23rd, 2010 in Fantascienza, Racconti, Scriptorium | 6 Comments »

Senza retorica e senza morale bucata, questo racconto è per tutte le donne - di qualsiasi nazionalità e condizione - che nella nostra Italietta da basso avanspettacolo vedono ogni giorno calpestate le conquiste e le lotte degli anni passati e, al passare di ogni secondo, vengono private di interi pezzi di futuro. L’immagine è di Francesca Dattilo.

Addio belle spiagge, sogni vacanzieri, resort, impianti turistici, ecomostri e catapecchie abusive, tanti saluti a interi paesi e città: la Grande Barriera Adriatica aveva calpestato tutto un mondo costiero andato in malora già ai tempi della V Guerra Balcanica, quando l’emergenza profughi e rifugiati raggiunse il suo picco storico. L’avevano tirata su nel tempo record di dieci anni. Alla stessa velocità era mutato il mestiere dello scafista, adattandosi ai tempi. Niente più barconi pieni di gente, carrette del mare, scontri con la guardia costiera, annegamenti di massa. Il business della tratta di esseri umani viaggiava su scafi dalla capienza massima di sei, sette persone, progettati per dissolversi – alla lettera – entro un giorno dall’arrivo. Biotecnologie applicate alla nautica o impiego di materiali scarsi, fate voi.

Greta vide per la prima volta la Grande B. un mattino in cui il mare era calmo e docile come le sue speranze. La muraglia correva da Caorle a Siderno per più di millequattrocento chilometri, ma vista dal suo modulo nautico monoposto, il cemento di cui era fatta pareva trasparente: oltre, c’era la sua nuova vita. Alle sue spalle, l’Albania e la disperazione della XIII Guerra. Dall’altra parte della Barriera, l’ing. Marco Di Lena, un manager alto e secco, appena cinquantenne e dall’aria tranquilla, stava cuocendo la sua pelata al sole di mezza estate.
Aspettava Greta.
Già la immaginava stesa sul letto, sua moglie che le accarezzava con affetto una guancia e i due figli gemelli, suoi coetanei, che sorridevano con gli occhi lucidi di gioia. E poi c’era lui, che diceva: – Non ti preoccupare, piccola, sei a casa.
Ah, Greta, Greta, Greta…
E poi ancora, sempre più premuroso: – Questo è il tuo letto, bambina mia. Dormirai al caldo d’inverno e al fresco dell’aria condizionata d’estate. Com’era quella pubblicità? “Con i nostri condizionatori la vostra città cambia provincia, da Roma, Milano o Palermo diventa Copenaghen!”
Potresti restare con noi per tutta la vita.

A Greta avevano detto: – Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro che comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva. Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.

Chiuse gli occhi e sfidò i suggerimenti dello scafista abbandonandosi alla deriva di un sogno lucido, sotto la pioggia battente di desideri e speranze.
Dormire una notte senza il sibilare di bombe e proiettili, mangiare qualcosa che non piova dal cielo in quei cazzo di cassettoni dell’Onu, ma che sia già in casa, senza per questo dover litigare con tuo padre che, accecato dalla fame, durante quelle piogge di cibo in periodo di siccità, si dimentica di avere sei figli, fa a pugni coi vicini, prende la roba e se la va a sbafare sulle colline, sparendo per una settimana intera. E ancora: un lavoro onesto, una casa, una macchina e delle amiche. Poi avere un ragazzo, chissà, anzi dieci, cento ragazzi, e poi un compagno, uno solo per tutta la vita.

Scapperà di sicuro, la troietta. Prima o poi, si stancherà della casa, del condizionatore e, soprattutto, della famiglia. Dieci anni sarebbero un tempo sufficiente da “ospite” in casa Di Lena.
L’arco di tempo esatto in cui qualsiasi speranza andrebbe a farsi fottere. Con lo scorrere dei mesi, i sogni da lucidi si cristallizzerebbero in terra arsa, per poi svanire in un nugolo di polvere. Due lustri in cui Greta sarebbe diventata il chihuahua della signora Di Lena e la bambola di carne di suo marito e dei due gemelli.
Poi sarebbe finita in mezzo alla strada, sul marciapiede o sul ciglio di tangenziali sospese sul vuoto, aggrappata solo ai guardrail della disperazione e dello spirito di sopravvivenza.
Dulcis in fundo, l’unica maniera di scappare dai propri sfruttatori sarebbe stata ucciderli o essere comprata da altri, con la speranza di trovarne di più clementi. Magari prendere uno dei pochi treni disponibili per lasciare la fogna del
kipple, quello che portava alla BBF Spa, Bio-Beauty Farm, società che controllava i più grossi centri benessere del Belpaese, parte di una holding controllata dai soliti noti al governo della Repubblica. Centri di ristrutturazione totale, comprendenti tutta una serie di servizi che andavano dal pompino al refresh genetico delle cellule invecchiate.
L’ingegner Di Lena pensò che per Greta, in fondo, tutto questo non sarebbe stato poi così tanto male.
Un lavoro e tutti gli uomini del mondo. Cos’avrebbe potuto desiderare di meglio? E nel pensarlo ebbe un’erezione.

Quando Greta riaprì gli occhi, era a qualche centinaio di metri dalla Grande Barriera, poteva sentire le urla dei “pescatori”, impiegati nel mestiere infame di pescare esseri umani e non pesci.
Era il momento di premere il pulsante d’arresto, come aveva detto lo scafista.
– Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva.
Ma l’uomo di merda s’era dimenticato di spiegarle dove fosse.
– Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.
Era sotto il sedile, il pulsante. Se ne accorse quando già era a pochi istanti dall’impatto.
Dì la del muro del sogno, c’era la verità: l’ingegnere - che poi concluse quella giornata con una quasi insolazione e un buco nell’acqua: niente più bambolina, gliela avevano consegnata tutta manomessa e sanguinante, inservibile - l’aveva comprata in Rete, al mercato elettronico degli uomini-pesci, come miglior offerente, munito di partita I.V.A. e regolare licenza di Privato Soccorritore.
Greta non si sarebbe mai liberata del sibilo delle bombe, neanche oltre la cortina di cemento della Grande B., nel comodo letto dell’ing. Marco di Lena.

Neural Remote Junction

Posted on Febbraio 15th, 2010 in Fantascienza, Gallery, Racconti, Scriptorium | 6 Comments »

Sembra passato un secolo dal giorno del giuramento di questo governo al Quirinale, o forse è passato davvero e non ce ne siamo accorti. Ventitré neoministri schierati davanti alle celle NRJ, Neural Remote Junction, simili a certe macchine per la Tac ancora in uso una cinquantina di anni fa, bersagliati dai flash delle unità reporter delle agenzie stampa.

Ministro delle Attività di Rete e Comunicazione. Io ero uno di loro. A venti celle di distanza dal Presidente del Consiglio, facevo la mia parte e assistevo con orgoglio allo spettacolo che avevo imbastito. L’idea di rendere pubblico il processo di connessione remota al Primo Ministro era stata mia. Neanche un grande colpo di genio, a dire il vero. Da qualche mese lo Stato era scosso – oddio, scosso è una parola grossa – diciamo infastidito dalle proteste insistenti di Democrazia Digitale, una frangia radicale dell’opposizione che, con le solite insinuazioni su dittatura, controllo delle masse e crisi finanziaria, cominciava a far un certa presa sul popolino.

Stronzate.

La verità era che il Presidente era sempre meno sopportato, anche dai suoi fedelissimi. Una personalità talmente espansa, da avere la sensazione di soffocare al solo passaggio della sua figura tra gli scranni del Parlamento. Serviva un rimpasto, e anche in fretta, come altrettanto urgente era una pubblica dimostrazione di forza.

Durante l’ultimo gabinetto del nascente Governo c’eravamo detti: Cosa c’è di così scandaloso a essere messo in Rete col proprio Superiore? Condividerne i progetti fin dentro il più piccolo neurone, diventarne parte? E allora beccatevelo in diretta questo misterioso rito massonico di cui andate farneticando. Sono più di centocinquanta anni che in Europa la merda si nasconde alla luce del sole.

Il primo a entrare fu il Presidente del Consiglio. I miei colleghi avevano invece insistito per fare il contrario, che fosse proprio lui l’ultimo a entrare. Coglioni. Il messaggio è sottile quanto importante: il leader è lui, siamo noi a seguirlo. È lui che guida, prima noi – è per questo che condividiamo pubblicamente le nostre cortecce, no? – e di conseguenza tutto il Paese.

Sono un maledetto genio, vero? Macché, questa è accademia, nient’altro che accademia e storia trita e ritrita.

Io fui l’ultimo a entrare. Volevo controllare che tutto filasse liscio sull’olio dei flash delle unità reporter. Poi fu il turno del Presidente della Repubblica, con un discorso in neuro-conferenza dal moratorium della Capitale dal quale espletava ancora le sue funzioni.

C’eravamo quasi. Ero stanco morto, da una settimana ormai lavoravo a quel circo del cazzo. Per svegliarmi dovetti ordinare al Pannello di Controllo Organico di rilasciare nel mio sistema nervoso un po’ di anfetamine ad azione immediata. In parecchi erano delle farmacie ambulanti, pronti ad auto-sintetizzare quanto bisognava al sistema corpo-mente. Ovvio che la sintesi di molecole endogene a scopo curativo era controllato e autorizzato, atomo per atomo, dal controllo rete-indotto del Ministero della Salute.

Ecco perché avevo una cara, vecchia ipodermica pronta a scivolarmi in mano dalla manica destra. Ci sono sostanze che il mio collega deputato al controllo e alla salvaguardia della salute non approverebbe, benché sia uno che in merito all’uso di ogni tipo di merda psicotropa non sia certo un bacchettone.

La prosopopea del Presidente della Repubblica era appena finita. Qualche istante e saremmo stati, per qualche secondo una sconfinata rete autostradale di dendriti, fibre mieliniche e neuroni.

Un’unica mente.

Ecco perché nella mia siringa c’era una neurotossina. Mi chiedevo se sarei morto assieme a loro. Non morii, questo è evidente, ma la frittata la feci bella grossa. Il Presidente, beh, era da un po’ che aveva frantumato i coglioni anche a me.

Il montaggio è di Francesca Dattilo. Merci!

Hard Boiled

Posted on Dicembre 10th, 2009 in Connettivismo, Drowned Words, Fantascienza, Sguardi | 8 Comments »

Hard Boiled è, fino a questo momento, la cosa più violenta che abbia letto. Un’ultraviolenza talmente spinta che si ha la netta impressione che le tavole del duo Frank Miller & Geof Darrow la suggeriscano soltanto, raffigurando solo il 10% del totale che impatta contro la corteccia visiva.

Questo fumetto è un esempio magnifico di crossover postmoderno (forse proto-connettivismo?) in cui si fondono cyberpunk, horror e hardboiled, appunto. Abbiamo multinazionali pervasive, cyborg impazziti, una città sommersa dal kipple, visioni di smembramenti, spine dorsali, materia grigia e budella, impermeabili, cravatte e pistole. Rapporto uomo/macchina, società degradata, popolo cannibale, identità sgretolate e un po’ di psichedelia. Non chiedo di più.

Come al solito però, le famigerate idee destroidi di Miller, richiamate da qualche svasticuccia infrattata qua e là e da spaventose accelerazioni di iper-americanismo, potrebbero fare leggere tutto come una rottura nostalgica, morale e bigotta dell’american dream. Niente di più facile, credetemi. Per la serie: “guardate com’eravamo, my friend, e in quale merda potremmo finire se non conserviamo a dovere il nostro establishment“.

Ma questa è solo una chiave di lettura. Personalmente, me lo sono goduto come un grande crossover di cui sopra, cercando di mondarmi il più possibile dalla morale bigotta che si annida sull’altra riva del fiume.

La chiesa elettrica

Posted on Novembre 19th, 2009 in Emersioni, Fantascienza | 3 Comments »

La chiesa elettrica (The Electric Church) è il primo dei tre romanzi di Jeff Somers con protagonista Avery Cates (gli altri due sono The Digital Plague e The Eternal Prison), killer in un mondo di killer, morti di fame ed elite di ultra-ricchi; un mondo unificato, piatto, globalizzato in senso assoluto e sotto la cappa pesante di forze di polizia ben oltre il limite dell’umana tolleranza. In un posticino così accogliente, prolifera il culto di Mr. Squalor, che millanta di rendere immortali con un semplice trapianto di cervello in un organismo cibernetico, destinato a sfidare senza timore alcuno le sabbie del tempo. Insomma, cercare di vedere “un’infinita scia di tramonti” per provare a mondarsi di ogni peccato.

Le premesse per un romanzo concept sul misticismo e la religione ci sarebbero tutte (Dio ce ne scampi!), ma Somers già dalle prime pagine getta solide basi per lo sviluppo di un plot dal thrillig serrato. Mette Avery nella merda fino al collo e lo fa inseguire da mezzo mondo.

Non nego che la lettura è stata piacevole e divertente, alla fine tutto torna ma… per buona parte del romanzo si ha la sensazione di essere presi per il culo con l’intervento di un deus ex machina che salva a ripetizione la pelle al nostro eroe. Interventi più che giustificati dalla soluzione del finale, ma che perpetrati nella ripetività delle situazioni e delle scene d’azione, svilisce il ruolo del lettore che, credo, oltre che spettatore vorrebbe essere partecipe dello sviluppo della trama. Questo, unito agli scenari non sempre brillanti, fa perdere di potenziale un romanzo che nel complesso risulta essere comunque buono e godibile.

Resta la curiosità di vedere che combinerà Somers con le prossime uscite, tutto sommato non è un autore da perdere di vista. Chissà, forse potremmo vedere uno spaccato più preciso dell’interessante (ma poco auspicabile) Mondo Unificato in cui sguazza Avery Cates.

Verso Verso

Posted on Novembre 10th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza | 4 Comments »

Ho preso E-Doll, del “collega connettivista” Francesco Verso, Premio Urania 2008. Leggiucchiate le prime pagine: promette bene. Ne riparleremo più avanti.