Archive for the ‘Drowned Words’ Category

The fighter

Posted on Marzo 7th, 2011 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Credevate l’american dream morto e sepolto? Magari spazzato via dalla crisi economica, ridimensionato? Macché. Il sogno pare vivo e vegeto e The fighter, pellicola diretta da David O. Russell, è sugli schermi a dimostrarlo.

Il film - che s’è ciappato due statuette Oscar (miglior attore e migliore attrice non protagonista a Christian Bale e Melissa Leo) - racconta la storia di Mickey Ward (Mark Wahlberg) e Dicky Eklund (C. Bale) e delle loro ascese e discese dalla provincia fino ai ring migliori del mondo, tra insicurezze, crack, lavoro sodo e microcriminalità.

Forte di un ottimo montaggio di drammaticità e conflitti annaffiati di rock’n'roll, The fighter costringe gli occhi e le viscere a restare attaccate allo schermo, riuscendo anche a calpestare il sensato dubbio preconcetto di trovarsi davanti l’ennesimo Rocky (anche se ambientazione ed estrazione sociale del protagonista sono gli stessi).

Ma quando poi ci si accorge che è della provincia che parla - e alla provincia dell’Impero che si rivolge - ecco che si smette subito di ragionare come un rettile. La sottile idea del “anche tu che sguazzi nella merda hai la tua possibilità” blocca la digestione del film. Non dico che viene da rimettere, ma la digestione rallenta e il giudizio rimane sospeso.

Il futuro non è scritto - Joe Strummer

Posted on Febbraio 27th, 2011 in Drowned Words, Grammofono, Sguardi | No Comments »

Il film-documentario di Julien Temple è una buona prova; un ritratto steso con i colori giusti. Solo avrei fatto a meno di BonoJohnny DeepFlea che mi raccontano quanto sono stati importanti i The Clash

Ode a Joe Strummer, principe e suddito poeta delle frequenze neurali. In vita, un grumo di contraddizioni. E una guida per milioni di persone. Un Cristo elettrico: “Nella vita, devi essere capace di prenderti quello che vuoi, perché nessuno te lo regalerà mai”. Chissà cos’avrebbe pensato di quello che sta succedendo sull’altra sponda del Grande Lago.

* * *

Cos it’s a one more time in the ghetto
One more time if you please
One more time for the dying man
One more time to be free

New Thing

Posted on Febbraio 20th, 2011 in Classici, Drowned Words | 3 Comments »

New Thing è un gran bel viaggio nei 60’s americani della rivoluzione afro. Un peregrinare nella storia che ha il suono del free jazz suggerito dal titolo, guidati da un John Coltrane che è Virgilio e Caronte della audio-Commedia di Wu Ming 1, un fantasma fatto di vibrazioni. Una storia che, come spesso accade in quelle raccontate da ogni membro del collettivo bolognese, sa di mito; e «da sempre», dice bene Sir De Matteo, «i miti racchiudono un nucleo di meditazione su una condizione storica o uno slancio che si sforza di trascendere il contesto dell’epoca, anelando a una prospettiva universale».

Quale prospettiva, in questo caso? Rivolta, my friends! Rivolta di comunità, linguaggi, suoni, parole, racconti. E dove, poi? Qui. «Perché ovunque ambientiamo quello che scriviamo, è sempre del qui da noi che parliamo», come ha dichiarato lo stesso autore a Intercom. E il qui da noi oggi è il Mediterraneo.

Una storia partita dal molo nel 2000 e giunta al porto della pubblicazione quattro anni dopo, navigando nelle acque dei 60’s. Attraversa, sia nel tempo narrativo che nel periodo di stesura, dei continuum significativi. Il 2011 forse è l’anno buono per leggerlo o rileggerlo.

Sulla lingua del tempo presente

Posted on Febbraio 17th, 2011 in Drowned Words, Megafono | No Comments »

«Siamo immersi in una lingua che ci sovrasta, elaborata e diffusa nei circuiti della comunicazione, carica di sottintesi che ci avvolgono come in un intreccio di significati che sembrano indipendenti da noi, perché li accogliamo come ovvi, non contestabili, e dotati di una propria persuasività che non ha bisogno di essere dimostrata ogni volta».

Il punto di partenza di Gustavo Zagrebelsky è un saggio sulla lingua al tempo del Nazismo - LTI, La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo - in cui filologo Viktor Klemperer tratta della capacità della lingua di convogliare, uniformare e controllare l’opinione delle masse. Zagrebelsky, giudice della corte costituzionale, docente all’università di Torino e collaboratore del quotidiano la Repubblica, non indica nessun Goebbels nostrano (forse una squadra? NdA) e nessun ministero della propaganda, ma individua in questo breve scritto tra il pamphlet e la linguistica una serie di esempi che rendono chiaro il processo d’invasione linguistica di Silvio Berlusconi, da sempre alfiere della politica intesa come fabula per l’elettorato.

In Sulla lingua del tempo presente vengono prese in esame parole come “scendere” , “doni”, “amore” e “assolutamente” la cui revisione di significato, assieme alla ripetizione ossessiva e bipartisan, ha contribuito a gettarci nel cortocircuito politico, d’opinione e d’azione in cui ci troviamo.

Un’analisi semplice e diretta, che meriterebbe maggiore diffusione e fruibilità, sicuramente osteggiata dagli 8 € del prezzo di copertina, francamente un prezzo “al chilo” decisamente alto per i pochi ma gustosi grammi di parole contenuti nel volumetto.

Tre millimetri al giorno

Posted on Gennaio 27th, 2011 in Classici, Drowned Words | No Comments »

Partorita dalla fervida fantasia di Richard Matheson nel lontano 1956, la tragedia di Scott Carey - rimpicciolire di tre millimetri al giorno a causa di un’esposizione radioattiva - abita di diritto l’immaginario collettivo da parecchi anni e il romanzo che la racconta, The incredible shrinking man, è un classico della fantascienza nera. Storia cupissima e claustrofobica, nata nel pieno della paranoia da Grande Bomba, rimane di grande interesse anche oggi, ampiamente digerito il sense of wonder originario.

Tre millimetri al giorno è un grande romanzo psicologico - «Il pensiero era davvero la sua dannazione: non  avere coscienza di niente, mio Dio, di niente, strapparsi via il cervello, via…» - un countdown che cavalca onde di entropia neurale, una lotta per la sopravvivenza del pensiero razionale sul limite del punto zero psichico. Per tutta la storia il grande nemico del protagonista ridotto a dimensioni lillipuziane è un ragno, col quale imbastisce una lotta che sa di epica e di mito; così mi sono messo a cercare in rete di aracnoidi e inconscio, imbattendomi in uno stracitatissimo, calzante (e tutto da verificare) passo di Carl Gustav Jung: «Il ragno come tutti gli animali a sangue freddo o come tutti quelli che non hanno un sistema nervoso cerebro-spinale, ha la funzione nella simbologia onirica di rappresentare un mondo psichico che ci è estraneo al massimo». In definitiva, un inner space pre-Ballard.

In questo senso, anche una perfetta parabola politica: un mondo psichico che ci diventa sempre più estraneo, tre millimetri al giorno, da quindici anni. Siamo già abbondantemente sotto lo zero.

Ricambi

Posted on Gennaio 21st, 2011 in Classici, Drowned Words, Fantascienza | 3 Comments »

Benvenuti a New Richmond, la città nuova venuta dal cielo e posatasi sulle ceneri della vecchia capitale della Virginia: un MegaMall bloccato a terra - velivoli giganteschi, otto chilometri quadrati per duecento piani, che scorrazzano a 6000 metri d’altezza, trasportando tutto ciò che è acquistabile e quanti più acquirenti possibile - e diventato, a tutti gli effetti, una città vera e propria che si snoda dai bassifondi dei piani bassi fino ai paradisi artificiali dei piani over 100.

Jack Randall, ex sbirro, ex soldato di una guerra impossibile, ex bambino, ex padre e marito, ex tossico, vi fa ritorno dopo cinque anni di esilio come guardiano di una Fattoria di Ricambi, un allevamento di carne umana ospitante repliche esatte - e vive - di facoltosi disposti a pagare un’assicurazione sanitaria particolare per scacciare ogni incubo di malattia. Randall porta con sé un gruppo di ricambi in buone condizioni, ovvero non troppo mutilati, col progetto di trovare i soldi e i mezzi per portarli in salvo, ma la cattiva sorte, il sangue, la droga e il suo passato non gli danno tregua e si ritrova a cadere da un carnaio a un altro.

Micheal Marshall Smith confeziona questo capolavoro di hard boiled fantascientifico nell’ormai lontano 1996; una vera bomba di sospensione, humor nero e poesia violenta, tanto fare gola alla Dreamworks di Steven Spielberg la quale, con estremo senso pratico e fine intelligenza, ne ha fatto scadere i diritti di realizzazione e ne ha rubacchiato dei pezzi per realizzare quella cacatina appiccicaticcia che è The Island.

Scrittura felicissima, che sa dosare alla perfezione introspezione, azione e immaginario cyber e noir. Non a caso Marshall Smith inizia con una citazione di Jim Thompson: «Quelli come noi. La gente. Tutte le persone che hanno cominciato a giocare con la stecca corta, che volevano così tanto e hanno ottenuto così poco, così ben intenzionati e finiti così male». Il romanzo ha una carica sociale incredibile. New Richmond è la proiezione di un incubo metropolitano che sconfina dalle nostre teste e ci finisce sopra, concretizzandosi: criminalità, capitalismo sfrenato, istituzioni polverizzate, controllo e scontro sociale. Non faccio fatica a immaginare un MegaMall sopra ognuna delle nostre metropoli: Napoli, Milano, Roma, Palermo.

Vale veramente la pena incontrare Jack Randall, uno che accanto ai vari Spade e Marlowe non sfigura affatto.

FFF - Firenze Fast Forward

Posted on Gennaio 12th, 2011 in Appunti, Drowned Words | 1 Comment »

È in edicola il nuovo numero di FFF - Firenze Fast Forward; dentro c’è un racconto scritto a quattro mani con Ugo Dattilo, La sera che uccisero l’architettura italiana: un giallo etilico, vagamente polemico e pienamente allegorico sullo stato dell’arte di progettare e immaginare lo spazio nella nostra Italietta. Un grazie a Ugo e a Marco Brizzi, il caporedattore di FFF, che ci ha dato la possibilità di farlo leggere. Ovviamente, il numero è in tutte le edicole e in alcune librerie di Firenze; se non riuscite a farvi un giro sotto la cupola del Brunelleschi potete ordinarlo online.

Firenze Fast Forward è la rivista dell’omonima associazione culturale fiorentina che “ha lo scopo di raccogliere in una prospettiva multidisciplinare tutti coloro che, come progettisti, designer, intellettuali, musicisti, politici o artisti, per citare solo alcune della categorie che intervengono progettualmente sulla realtà, riconoscono la necessità di promuovere la riflessione e la produzione di visioni sulla cultura urbana contemporanea. Tale produzione trova il proprio campo di intervento naturale nella città di Firenze pur in un costante dialogo con le analoghe esperienze rintracciabili in Italia e all’estero”.

Sbatti il mostro in prima pagina

Posted on Gennaio 9th, 2011 in Classici, Drowned Words, Sguardi | 2 Comments »

Con la recensione di questo film inauguro una nuova categoria, i “classici”. Lo Zingarelli definisce classico “opera o artista che, per l’alto valore dell’esperienza artistica e culturale che rappresenta, costituisce un modello esemplare”. Film da vedere e rivedere, libri da leggere e rileggere. Fuori da ogni retorica, cibo mentale di cui penso abbiamo bisogno.

Strategie delle tensione e della distrazione, industriali/editori, gruppi di potere, contestazione, informazione e deformazione giornalistica, sono questi nodi centrali di Sbatti il mostro in prima pagina, diretto nel 1972 da Marco Bellocchio, interpretato da Gian Maria Volonté e scritto da Sergio Donati con la collaborazione di Goffredo Fofi. Mentre l’Italia affonda nell’incertezza e nel caos sociale, in una Milano “capitale morale” scossa dalla contestazione studentesca Bizanti, il direttore de “Il Giornale” (quello che conosciamo oggi fu fondato due anni dopo), deve ribattere alle accuse mosse al suo editore/imprenditore di finanziamento illecito all’estremismo di destra. Approfitta così dell’assassinio a sfondo sessuale di una studentessa per creare una campagna mediatica ad hoc. C’è bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina, un mostro perfetto: Mario Boni, un anarchico. E gli anarchici, si sa, sono professionisti con secoli di esperienza nel settore.

La pellicola è un vero e proprio manuale di giornalismo moderno nonché di tecniche d’inchiesta (redazionale e di commissariato) che vanno dalle sottili allusioni, ai più sonori “stai calmo che ti conviene”, fino alle ritorsioni e ai ricatti psicologici. Insomma, tutto quell’armamentario volto a manipolare l’opinione pubblica scavando nell’emotività dell’elettorato comune così da aprire intere dighe di voti, perché “la propaganda indiretta è sempre la migliore”.

Sceneggiatura coriacea, con personaggi comprimari spessi quanto i protagonisti; su tutti il giornalista Roveda -  Pinocchio tormentato nel mondo crudele della carta stampata, sprovvisto per gran parte del film di Grillo Parlante - e Rita Zigai, la superteste dell’inchiesta, carica di un’umanità tragica che spezza le ginocchia. La penna di Sergio Donati è riconoscibile dai dialoghi, fulminanti come quelli scritti per Sergio Leone. Per rendere l’idea cito il seguente e fugace scambio di battute tra la Zigai e Bizanti:

- Cerchiamo di non perdere il senso della realtà.
- Che bella frase.

Regia asciutta e concreta, al servizio della storia e delle idee che la attraversano.

A futura memoria [2]

Posted on Gennaio 7th, 2011 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

“Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro”.

Leonardo Sciascia, L’Espresso, 20 febbraio 1983

Confesso che ci sono rimasto un po’ male a leggere questa frase, arrivata proprio mentre mi trovo a imbastire una serie di post sulla natura profetica del pensiero di Sciascia. Ma aveva ragione, l’uomo di Racalmuto, eccome. A che servono, i profeti? Esseri che fluttuano tra la mitologia, la religione e la sintesi socio-politica. Idoli. Santini. Come certi intellettuali:

“[...] Se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi volto nemmeno. Mi volto - e rispondo - se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l’ignoranza - anche se c’è - non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi”.

Sciascia scrive queste righe in aperta polemica col figlio del generale Dalla Chiesa che l’accusava di prese di posizione irrispettose del lavoro del padre. Non entro nel merito della questione specifica - perché non ne ho gli strumenti e cioè approfondite conoscenze dei fatti - ma ritorno a quella iniziale, quella di “Sciascia profeta intellettuale”.

Il suo pensiero, leggendo le righe che qui ho riportato, è chiaro. E ancor di più mi appare cristallino leggendo gli articoli raccolti in A futura memoria; Sciascia non parlava mai credendo di aver ragione - e quindi né da un pulpito né da una cattedra - ma prendeva una posizione e prendendola creava contraddizioni, discussione e non solo rumore di fondo.

E cercando di approfondire uno di questi paradossi razionali (difficile, durissimo, come quello dell’effettiva utilità dei pentiti) che mi sono imbattuto nell’articolo di Leonardo Guzzo nel quale, come sempre mi accade con qualsiasi “ragionamento sciasciano”, dal particolare di una discussione aperta si dipana una verità di fondo: “Contro l’assalto delle ondate emotive, delle mode e delle campagne politiche, Sciascia cerca di difendere la purezza e l’equilibrio dell’idea di giustizia, esercitando – a volte fino all’eccesso – il senso critico”.

“Contro l’assalto delle onde emotive”.

I profeti possono cadere, è vero, ma certi sentieri rimangono segnati contro le insidie del tempo e della falsa memoria.