Archive for the ‘Connettivismo’ Category

Shakespeare c’ha preso per il culo

Posted on Ottobre 15th, 2009 in Connettivismo, Rassegna stampa | No Comments »

Il programma che l’ha scoperto si chiama Pl@giarism: Billy Shakespeare ha scritto a quattro mani l’Edoardo III. Embè? No, dai, scherzavo… Pl@giarism è un software che, lavorando sulle corrispondenze tra testi, è nato per fare uscire dalle loro tane e stanare gli studenti copioni inglesi.

Riassumendo: un risultato apparentemente preterintenzionale sulla base di un programma tirato su per uno scopo imbecille.

Si potrebbe fare tanto di più con un softwarino così. Aprire una branca digitalizzata della letteratura comparata, per provare a studiare testi su più livelli e in tempi così veloci da riassumere magari in qualche settimana lo sforzo di una generazione di accademici bolliti con la muffa che gli cresce fin sotto al mento. Provare ad abbattere i limiti della semiotica, lanciarla nel tempo come una bomba a orologeria…

Ma sto solo sognando, o forse cominciando a inanellare una serie di stronzate delle mie…

Avanguardie Futuro Oscuro

Posted on Settembre 9th, 2009 in Bassitalia, Connettivismo, Emersioni, Fantascienza | No Comments »

E’ uscita per EDS - da un po’, da un bel po’ - la terza antologia del Connettivismo. A curarla ci ha pensato Sandro Battisti, a impreziosirla, Sergio Altieri con una sua postfazione. 15 racconti che corrono dentro il lato oscuro della sf.

In attesa di averla fra le mani e di leggerla per intero, posso dire due parole sul racconto con cui sono presente, E’ la guerra, cercando di non farmi una pippa: è un atto osceno in luogo pubblico.

In buona sostanza, ho spostato nel tempo il mondo di Carlo Levi, la tragica desolazione di Bassitalia descritta in Cristo si è fermato a Eboli. L’incipit è una dedica colma di riconoscenza a questo autore, che meglio di chiunque altro ha saputo cogliere su più livelli l’abbandono e la rassegnazione genetica del Meridione.

Sono passati molti anni, di guerra, dolore, superstizione e menzogne. La Storia è morta, dicono. Niente di più falso. Di grandi eventi, non se ne registrano più, è vero. Ma la storia dell’uomo continua scorrere in avanti, sotterranea, fino al punto zero. Umano, ormai, è lettera morta, una parola vuota.

Sostituita la magia superstiziosa di Levi con la tecnologia, non è difficile immaginare uno scenario di guerra e piccole resistenze territoriali.

In tutta sincerità, auguro a Bassitalia un futuro migliore di quello che ho spiattellato in queste quattro cartelle.

Dark Tower III - Waste Lands

Posted on Giugno 29th, 2009 in Connettivismo, Emersioni | 1 Comment »

The Waste Lands è il terzo capitolo della serie della Torre Nera. Qui Stephen King comincia a fare veramente sul serio. Il titolo e l’epigrafe rimandano direttamente ad un’altra Terra desolata, quella di T. S. Eliot:

Un cumulo di immagini infrante, dove picchia il sole
E l’albero morto non dà riparo, il grillo non dà tregua,
E la pietra arida ha suono d’acqua. Solo
C’è l’ombra sotto questa questa roccia rossa,
(Vieni nell’ombra di questa roccia rossa),
E ti mostrerò qualcosa di diverso dalla
Tua ombra che di mattino ti viene dietro
O dall’ombra che la sera ti si leva contro;
Ti mostrerò la paura in una manciata di polvere.

Così, con anni di ritardo rispetto al tarlo che mi rodeva fin dai tempi del liceo, ho letto il poema del premio nobel americano, naturalizzato inglese. E ho trovato più di una corrispondenza, molto più di un debito o di un tributo letterario, ho visto la precisa volontà di portare avanti un’idea (O di smembrarla, a seconda dei punti di vista).

Alfiere del modernismo, Eliot scende nelle sue lande desolate all’inizio degli anni ‘20, gli anni in cui dalla morte di un’avanguardia ne nasceva un’altra, quel lasso di tempo in cui gli artisti - come funamboli della storia - dalla catastrofe della Grande Guerra gettavano l’occhio in avanti, fino all’apocalisse temporanea segnata dalla seconda guerra mondiale. L’opera (giunta al termine della formazione del poeta/drammaturgo e che segna a fuoco la sua prima, pessimista produzione) fu accolta dalla critica con pareti contrastanti; l’addebito più frequente fu quello di essere un lavoro troppo complesso, cervellotico, freddo, distante anni luce dall’immediatezza emotiva che dovrebbe contraddistinguere la poesia. In gran parte, tutte stronzate. Vero è che La terra desolata è così rimpinzata di riferimenti che in pratica non la si può leggere senza note, almeno quanto altrettanto vero è che il mondo, come scriverebbe King, è andato avanti. Noi, da questa sponda del tempo, di certo non possiamo accampare scuse così esili (Ad esempio: cosa sarebbe La mostra delle atrocità senza le note di Ballard?).

Eliot riesce nella magnifica illusione di comprimere parte cospicua della letteratura che l’ha preceduto in poco più di quattrocento versi, mischiando toni, registri e stili, mettendoli in relazione facendoli collidere e schiacciare contro se stessi, fino a sintetizzarli in una visione temporale della sua epoca che ancora ha molto da dire anche nell’era dell’ipertesto. A tal proposito, Julia Kristeva scrive: “Per i testi poetici moderni questa è una legge fondamentale;  essi si costruiscono assorbendo e distruggendo nel medesimo tempo gli altri testi dello spazio intertestuale: sono per così dire alter-giunzioni discorsive“. E Alessandro Serpieri (professore di Letteratura Inglese all’Università di Firenze nonché traduttore e curatore dell’edizione BUR che ho letto), precisa: “Semplificando, si potrebbe concludere che quello che più interessa a Eliot (come, d’altronde, a Pound, a Joyce, ecc.) è mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo”.

Insomma, quello che ha fatto T. S. Eliot con la poesia, secondo la mia modestissima opinione, Stephen King - appresa (consapevolmente o inconsapevolmente è secondario) la lezione dei modernisti e dei postmodernisti - lo fa con la letteratura di genere: solo che invece di comprimere le alter-giunzioni, le fa letteralmente (o letterariamente) esplodere. La Torre Nera, come è noto, è un’opera-fiume o, se preferite, un grande mosaico in cui tutti i generi popolari trovano una loro collocazione.

Questa, in buona sostanza, è l’apparente scoperta dell’acqua calda che mi ha sconvolto.

Quanto alle “aderenze” tra il poema di Eliot e il romanzo di King, ce ne sono a bizzeffe.  L’allineamento delle quest Sacro Graal/Torre Nera (viste come la ricerca di una fertilità perduta) è la più banale e non basterebbe da sola a far capire quanto le due opere siano intimamente legate. Sul serio, c’è tanto di quel materiale da poterci scrivere un saggio; tra uomini incappucciati (There is always another one walking beside you / Glinding wrapt in a brown mantle, hooded), donne con lunghi capelli neri che aspettano di cantare la loro canzone (A woman drew her long black hair out tight / And fiddled whisper music on those strings) e torri che crollano, c’è il tempo pure per una descrizione che calzerebbe perfettamente alla Dark Tower, se non fosse che, da quello che si capisce fino alla lettura del terzo capitolo, essa si trovi in mezzo a uno sconfinato campo di rose; poco importa, l’immagine evocata è la seguente:

In this decayed hole among the mountains
In the faint moolinght, the grass is singing
Over the tumbled graves, about the chapel
There is the empty chapel, only the wind’s home
It has no windows, and the door swings,
Dry bones can harm no one.

In questa decaduta buca fra le montagne
Nella tenue luce della luna, l’erba canta
Sopra le tombe rovesciate, attorno alla cappella
Ecco la cappella vuota, casa solo del vento.
Non ha finestre, e la porta sbatte,
Aride ossa non possono far male a nessuno.

In fondo, è più che legittimo aspettarsi che nella Torre non vi sia nessun Graal benefico e che, in questo senso, sia vuota. Ma forse quello che colpisce di più, sarà perché è più defilato, quasi secondario, è il gioco di rimandi tra la Lud/New York kinghiana e l’Unreal City di Eliot.

Unreal City
Under the brown fog o a winter down,
A crowd flowed over London Bridge, so many
I had not thought deathhad undone so many.

Città irreale
Sotto la nebbia bruna di un’alba invernale,
Una folla fluiva sul London Bridge, tanti,
C’hio non avrei creduto che morte tanti n’avesse disfatti.

Questi versi, con un preciso riferimento all’Inferno dantesco (IV, 25-27), si trovano nella prima parte del poemetto e vengono ripresi diverse volte più avanti, quasi come un refrain, o come un tessuto connettivo in formazione:

What is the city over the mountains
Cracks and reforms and bursts in the violet air
Falling towers
Jerusalem Athens Alexandria
Vienna London
Unreal

Qual è la città sulle montagne
Si spacca e si riforma e scoppia nell’aria viola
Torri crollanti
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
Irreale

Alessandro Serpieri scrive di “avvicinamenti prospettici alla Cappella dove la coppa [il Graal] è custodita”, mentre “una visione terrifica vi si frammette, con la ripresa di un motivo tipico della leggenda, quello di orrende apparizioni predisposte per mettere alla prova la purezza del cavaliere che vi si avventurava”. O forse, ai fini di questa nota comparativa, si potrebbe tranquillamente scrivere di una messa alla prova dell’Ultimo cavaliere, come spesso viene chiamato Roland di Gilead, il protagonista dell’epopea pop di King.

Lui e i suoi compagni di viaggio, dicevo, giungono in una città decadente, ai margini delle Terre desolate, Lud: un posto che potrebbe ricordare la Grande - Marcia - Mela, una New York del futuro che nel tempo narrativo è già passato, abitata da rozzi e superstiziosi uomini (divisi in due fazioni, i Pube e i Grigi) che non fanno altro che giocare al massacro, uccidendosi a vicenda, spesso anche tra compagni, al suono di tamburi che risuonano negli altoparlanti posti in tutte le vie (il “dead sound on the final stroke of nine” di Eliot?), abituati a venerare macchine silenti frutto di tecnologie a loro sconosciute come divinità in terra.

Ed ecco ciò che lega maggiormente le due opere: la tragica compresenza del tempo, la confusione dei piani, la ciclicità della storia che appare come una grande illusione, un gioco di specchi. Cos’è che ci rende così diversi dagli abitanti di Lud? L’analogia, a prima vista semplice,  costruita su un background complesso come quello della Torre Nera o della Terra desolata, getta la proprio eco non solo tra presente e passato, ma anche verso il futuro.

Parafrasando Serpieri:

Semplificando, si potrebbe concludere che quello che più ci interessa (come, d’altronde, a Eliot, a King, a Pynchon, a Gibson, a Lansdale ecc.) è mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo, fotogramma e fotogramma, ogni futuro possibile.

Ci siamo! (Quasi)

Posted on Giugno 20th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Fantascienza, From Other Sites | No Comments »

Finalmente è pronta la nuova incarnazione (ancora per un po’ “di passaggio”) di Next-Station.org, con l’inserto di un Magazine nuovo di zecca. Un grazie a tutti coloro che hanno collaborato e che collaboreranno a questa nuova avventura, amici vicini e lontani. Il prossimo appuntamento definirà meglio le intenzioni della nuova redazione. Alla prossima!

Delos 115 su Jim Ballard

Posted on Giugno 11th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, From Other Sites | 3 Comments »

E’ online il nuovo numero di Delos, con uno speciale su James G. Ballard. All’interno, l’articolo scritto a quattro mani con Giovanni De Matteo in occasione della visione del film The Atrocity Exihibition presso il cineforum milanese di Jarok

Intanto, a completare le riflessioni contenute ne L’algebra del cielo interno, giunge un feedback di Lanfranco Fabriani, che ringrazio: ”Tra i vari simboli citati, viene saltato (o forse incluso per brevità nella Terza Guerra Mondiale) il Pilota del Bombardiere e l’Enola Gay, che vengono citati ripetutamente. In effetti è tutto lì. Senza Hiroshima, TAE non potrebbe esistere. E forse, a prescindere da tutti i racconti e i romanzi del post-catastrofe dove il mondo viene dalla fantascienza immaginato distrutto, ma in cui non si fa mai i conti con le due città interamente cancellate e si tenta di continuare come si è sempre fatto, TAE è uno dei pochi esempi di un autore che si sia posto il problema di come si possa continuare a scrivere dopo Hiroshima e Nagasaki”.

Giusto, anzi giustissimo. Ma all’epoca della stesura, e trattandosi di un’introduzione alla visione di un film, ci siamo concentrati sulla fascinazione mediatica dell’opera; e infatti Giovanni scrive: “La tematica dell’apocalisse è presente, ma nel passaggio al video perde la propria centralità in favore del gioco di specchi con il mondo dei mass media. Almeno a nostro avviso. E ci affascinava l’immagine dell’intersezione tra il sistema dei media e il nostro sistema nervoso”. Ciò non toglie che TAE è uno degli esempi migliori di letteratura del “dopo bomba”. 

Ne approfitto per ringraziare anche Carmine Treanni per aver concesso nuovo spazio all’articolo.

The Dark Tower, part I & II: inner frontier

Posted on Giugno 9th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Fantascienza, Megafono | 2 Comments »

Ci sono dei libri che dovrebbero essere letti a prescindere. Non sempre, però, se ne ha l’occasione: nella migliore delle ipotesi finiscono in fondo alla libreria, nella peggiore, nel cassetto dei buoni propositi mai realizzati. Altre volte - per fortuna - capita l’occasione che ti apre le porte alla lettura.

E’ quello che mi è successo con La torre nera di Stephen King.

L’occasione è stata la pubblicazione dell’adattamento a fumetti della Marvel, opera di Peter David e Jae Lee. Bellissimo, davvero, impressionante. Ma non potrei mai andare avanti nella lettura delle tavole senza aver letto tutte le avventure di Roland di Gilead. Così ho preso in blocco tutti e sette i volumi della serie e mi sono immerso nella lettura. 

Ho sempre trascurato quest’autore, leggiucchiandolo qua e là, vuoi per cretineria adolescenziale (avete presente quando vedi tutto in bianco e nero: merda e oro, e quello che vende di solito rientra nella prima categoria), vuoi per pigrizia. Anche se, se non ricordo male, il primo contatto con la fantascienza è stato proprio grazie a King, con The Running Man, distopia orwelliana scritta sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Poi a distanza di anni lessi Colorado Kid e On Writing. Dei più acclamati romanzi del Re (tipo IT e Shining) non ne ho letto neanche uno, smozzicando gli adattamenti cinematogrefici o per la TV. 

Con i primi due volumi della Torre Nera, posso tranquillamente affermare che mi sono definitivamente ricreduto su King. Ed è stata una conversione sul campo. L’ultimo cavaliere è una puntata un po’ incerta, scritta da un ancor giovane King, ma getta basi solide per il prosieguo della narrazione. Con La chiamata dei tre invece è già palese la caratura dell’opera: un vero e proprio atto d’amore verso i “generi” di letteratura (un tempo)popolare: western, fantascienza, horror, noir e, perché no, anche rosa. Davvero, all’appello non ne manca nemmeno uno . 

Parafrasando Ballard, per The Dark Tower potremmo parlare di Inner frontier, la frontiera interna: ovvero, dove finisce il sogno epico, romantico e mitico che da Omero discende fino all’alba del ‘900 scorso e iniziano i canti di paranoia e alienazione dell’uomo moderno. C’è tutto l’incanto e il sense of wonder dei racconti orali e del fantastico più tradizionale, mischiato all’introspezione da romanzo psicologico e al pastiche postmoderno. Ben oltre la frontiera intesa come scenografia del mito: una vera e propria frontiera letteraria.

E il bello è che è tutto molto spontaneo. Non c’è niente di cervellotico, puro intrattenimento. Già, perché questa è sempre stata la vocazione di fondo della letteratura di genere. Se smettessimo di spararci enormi pipponi sulla morte di questo o quel filone, su complotti editoriali, sette, congreghe, logge e compagnia bella, forse ci renderemo conto che non c’è da tirar fuori nessun valore aggiunto o relativo per legittimare questo tipo di letteratura: c’è un valore assoluto che emerge da solo nelle opere degne di nota, ed è una specie di miracolo dei bassifondi: dalla massa di spazzatura (o presunta tale) nascono alberi carichi di frutti. 

Rapporto di maggioranza

Posted on Aprile 29th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Megafono, Racconti, Scriptorium | 4 Comments »

Viste le inquietanti news di questi giorni - segnalate anche da X - che riguardano la condotta pubblica di Sergio Cofferati, mi sembra giusto ri-pubblicare su questo blog il racconto apparso in Scorrete lacrime, disse lo sceriffo, antologia curarata dal Crash.

Rapporto di maggioranza
di Philip K. Dick
Traduzione di Giovanni De Matteo e Fernando Fazzari

Quando il Sindaco salì sul palco, venne sommerso da fischi, tamburi e altri agenti di disturbo sonoro. Lui ghignò e attese che il rumore bianco scemasse. Dietro le spalle aveva tutto il quadro dirigenziale del Partito e un manipolo di imprenditori “illuminati” che avevano appoggiato la sua lista. Davanti, tutta la città che gli si opponeva.
A vederla dall’alto, Piazza San Francesco sarebbe apparsa come un perimetro delimitato su una planimetria da una linea nera di agenti in assetto antisommossa. Non era stata una grande idea scegliere quella location per il comizio, ma si sa, gli italiani hanno un gusto strano per la storia: mischiare Zone Rosse, Nere e di qualsiasi altro colore, a luoghi leggendari del movimento studentesco come il Pratello, soddisfava il trastullo di alcuni operatori mediatici di giocare con la nitroglicerina.

La sceneggiatura del film era sempre la stessa, se ci fossero state porte avrebbero cigolato. Ma non c’erano che dei microfoni, e non mancarono di fischiare pure loro.
Il Sindaco si lisciò la barba e prese la parola. – Sarò diretto. Il nuovo Governo unitario ha varato, su mia richiesta e di altri colleghi, leggi speciali per l’ordine pubblico. Perché… – si levò un putiferio di urla e fischi. – …perché è quello che la gente ci chiede.
In men che non si dica volarono le prime manganellate e cominciò il caos.
Poi però accadde una cosa strana: si aprì una voragine al centro della piazza, talmente inaspettata, che gli agenti vennero schiacciati dalla folla contro i palazzi. Calò un silenzio relativo, definito da un brusio di sottofondo e interrotto solo dallo scoppio inavvertito di un lacrimogeno, subito lanciato lontano da qualcuno.
Proprio lì in mezzo comparve un uomo alto, con la barba e i capelli arruffati, vestito alla bene e meglio. Prese con la forza un megafono da un manifestante e urlò: – Fate scendere quello stronzo dal palco. Non sono io.
Era identico al Sindaco, due gocce d’acqua.
A quel punto, una parola volò di bocca in bocca e di orecchio in orecchio nella piazza sbigottita: simulacro.

* * *

Al termine del lungo canale, in fondo alla tenebra, la coscienza di Freccia si scontrò con una schermata di autorizzazione. Il rompighiaccio cinese aveva lavorato bene, aggredendo strato dopo strato le barriere difensive installate a protezione della monade di controllo. Le offensive sferrate a ripetizione dai suoi algoritmi ricombinanti avevano costretto alla ritirata il ghiaccio nero a schermatura dei protocolli neurali.
Adesso mancava l’ultimo passo.
– Schizzo, è il momento! – La linea di pensiero si trasmise al compagno di scorreria sfruttando una connessione preferenziale. – Carichiamo i codici.
L’eco di dita al lavoro su una tastiera, da qualche parte, dietro di lui.
Una stringa alfanumerica prese forma dalla notte olografica.

> Caricamento in corso…

Pochi istanti di tempo soggettivo e la scritta mutò.

> Verifica privilegi di accesso…

Poi ci fu un estemporaneo sfarfallio elettrico, come se per una frazione di secondo l’intero cyberspazio intorno a loro si fosse scrollato di dosso il manto cangiante dei bagliori di dati. Le braccia spiraleggianti dei grossi complessi di dati, su in alto, subirono un arresto. Il flusso di informazione, sotto di loro, si cristallizzò in una stasi surreale.
Un clic sonoro, il segnale di accesso. Come se gli intrusi avessero arpionato la portante psico-sintetica dell’androide con un gancio d’acciaio.

> Accesso consentito.

Con un balzo quantico, Freccia e Schizzo si proiettarono in alto, verso la costellazione neurale del bersaglio. Pronti a condividere, nella notte dei sensi, il controllo di una coscienza aliena.

* * *

Prima che le reti nazionali si accorgessero dell’anomalia, le sequenze video di quelle fasi convulse furono trasmesse in tempo reale a milioni di spettatori collegati in tutta la Nazione. Adesso quei fotogrammi sono storia: chi può dimenticare lo sguardo perso dell’uomo sul palco, il tremendo tic nervoso che scosse la sua compostezza notoriamente imperturbabile, la strana luce che subito dopo si accese nei suoi occhi?
La sequenza, nei tempi seguenti, avrebbe subito rimaneggiamenti di vario tipo. Qualcuno l’avrebbe montata con altri estratti di video ripresi da operatori non accreditati. Versioni pirata sarebbero circolate per anni ancora, balzando in vetta alle classifiche di consultazione dei siti web di video-distribuzione. Un’intera galleria di sequenze che basterebbe per allestire un’atroce mostra della psicopatologia contemporanea. Negli ambienti della controcultura, ce n’è una però che gode di particolare credito. L’autore è ignoto, ma tutti la conoscono come Versione #23.
La durata è di appena 35 secondi.
Il filmato si aggancia alle ultime riprese della Rai, quando i tumulti scoppiati in mezzo alla piazza si placano e una telecamera montata su un lungo collo di giraffa inquadra una figura emergere impettita in mezzo al putiferio appena cessato. L’individuo tradisce una somiglianza straordinaria con l’immagine del Sindaco, un’icona ambigua con cui tutti noi abbiamo avuto modo di familiarizzare, grazie ai riflettori mediatici, in entrambe le stagioni della sua esperienza politica. Il suo sguardo fermo è puntato sull’uomo che occupa il palco, e non tradisce esitazioni.
Le immagini dell’individuo sono state montate con un paio di riprese amatoriali effettuate dai presenti attraverso minicamere digitali: inquadrature del personaggio da diverse angolazioni, a volerne suggerire un’esistenza tridimensionale, una presenza non olografica ma al contrario perfettamente integrata nello scenario della piazza.
Segue uno stacco sul palco, dove gli illustri personaggi di contorno all’autorità amministrativa indietreggiano di un passo. Immagini mai mandate in onda, ma recuperate clandestinamente da un archivio dell’emittente di stato. La distanza rende di difficile interpretazione le loro espressioni, ma i movimenti tradiscono una irrequietezza e un’agitazione molto poco inglesi.
Stacco sull’individuo in mezzo alla folla. Lo pseudo-Sindaco, come lo avrebbero definito quello stesso giorno i cronisti intervenuti a documentare l’episodio, colmando il vuoto lasciato dalle riprese. Le sue labbra si muovono sotto la barba brizzolata, articolando parole che i microfoni sul palco non hanno potuto afferrare, sommerse nel rumore di fondo dei passi agitati e delle esclamazioni di sorpresa e di dissenso.
A lungo si è discusso sul senso delle parole, ricostruite con l’aiuto di esperti e di programmi di integrazione software. La Versione #23 riporta come sottotitolo solo la parte finale, quella su cui si è riuscita a trovare una convergenza analitica.
Non sono io.
Stacco sul Sindaco. Qui si innesta una nuova ripresa amatoriale, in bassissima risoluzione, condotta probabilmente con un telefono portatile. La sgranatura dell’immagine rende ancora più irreale la ripresa, che in alcuni forum e gruppi di discussione è stata paragonata alla qualità delle pellicole horror-erotiche dell’era del cinema muto. Una analogia spiazzante, quasi emblematica della mutazione politica del dibattuto personaggio in questione, con la sua improvvisa svolta dalla potente carica sessuale delle rivendicazioni sindacali alla grigia, necrotica, oppressiva presenza come primo cittadino di Bologna.
Il volto del Sindaco, sul palco, è scosso da un fremito improvviso. Le palpebre tremano rendendo ancora più imperscrutabili le fessure degli occhi. Quando questa febbre fulminante passa, l’uomo si avvicina al microfono e recita parole che tutti i presenti conservano bene impresse nella loro memoria, ma su cui si è subito abbattuta la censura dei mezzi d’informazione di stato. La Versione #23 riporta una presunta traccia sonora originale, carpita dai microfoni di Radio Rai, montata sulle immagini amatoriali del telefonino. Il tono spettrale della voce del Sindaco rende le parole ancora più inquietanti, capaci di innescare un autentico tsunami psichico confermato dagli episodi di dissociazione e disturbo della personalità che negli anni a seguire avrebbero afflitto molti dei presenti (casi documentati nella letteratura specialistica).
– Sono solo un burattino nelle mani di…
La rivelazione s’interrompe nel momento cruciale. Per merito della solerzia di un assistente che – come testimoniato dalle immagini in campo lungo riprese dalla telecamera panoramica – strappa il microfono dalle mani del Sindaco e ordina agli agenti di arrestare l’intruso.
– Arrestate immediatamente quell’impostore!
Dissolvenza in nero.
Fine del video.

* * *

Quando Schizzo lo svegliò, Freccia stava sognando di essere nel mezzo di un interrogatorio nella solita stanza piena di fumo e senza finestre, un caldo boia e un ventilatore spento. Si rizzò sul letto tutto sudato, biascicando: – Gli sbi… gli sbirri, merda.
– Ohi, ohi, fratello. Calma.
– Vai a farti fo…
– Non ci penso neanche. Siamo tutti belli che fottuti.
– Dove sono?
– Chi?
– Gli sbirri!
– Ma va’ la! Piuttosto, ho un regalo per te.

* * *

Erano passati due giorni da quando Bologna si era trovata ad aver due sindaci, ai quali veniva contestata l’impostura da una metà ciascuno di opinione pubblica. Almeno tra quanti avevano assistito ai fatti di Piazza San Francesco, ormai era diffusa l’idea del replicante, dell’androide, del burattino nelle mani di…
Chi?
Schizzo aveva appena finito di interfacciare un terminale col proiettore a muro, quando Freccia si avvicinò con due caffè bollenti.
– Eccolo qua il tuo regalo, direttamente in cinemascope.
– E chi me lo manda?
– Be’, a quanto pare il Rigat non vedeva l’ora di sbarazzarsene. Dobbiamo consegnarlo al nostro uomo, a un certo indirizzo, entro stanotte, e poi ne saremo fuori.
– Cristo, pensavo avessimo finito con lui… Non ti è bastato tutto il putiferio che abbiamo scatenato?
– Mah, quello era un lavoro che richiedeva delle qualifiche. E un bel paio di cosiddetti. Hai visto anche tu la reazione fulminante dei neuro-scanner, il modo in cui ci hanno tagliati fuori dal controllo. Quella era tecnologia militare, da’ retta a me…
– E tu ancora non sei contento? Non hai sentito i racconti di quelli che erano in piazza… lo pseudo-Sindaco, il suo arresto, la guerriglia? Non ci pensi che potrebbe avere a che fare con noi, e che qualcun altro potrebbe fare la stessa associazione con analoga facilità?
– Penso che ci sono un po’ troppe coincidenze, in questa storia. Proprio come te, socio.
– Non vedi l’ora di farti friggere le sinapsi, eh?
– Non vedo l’ora di vedere cosa c’è qui dentro – replicò Schizzo, inserendo l’hvd nel lettore.
Spensero le luci. Lo schermo emise un ronzio e si divise in due. Un occhio centrato da un pennello di luce, ripreso in una inquadratura ravvicinata che metteva bene in mostra l’inconfondibile palpebra che era valsa al suo proprietario il soprannome di Cinese. Per qualche secondo il bulbo si agitò inconsultamente, come in una fase REM scoperta o in preda a un attacco di nistagmo, poi si sentì farfugliare qualcuno e l’occhio si stabilizzò. La parte inferiore dell’inquadratura era un complesso di indicatori luminosi, tra cui spiccavano un quadrante analogico e il display luminoso del dispositivo di misura. In sottofondo, un respiro meccanico e spettrale, come di una macchina in affanno che non si decidesse a spezzare il ritmo.
Il riquadro destro dello split screen era dominato dalla sagoma dell’uomo. Il Sindaco, o il suo rep? Freccia non avrebbe saputo dirlo.
– Che cazzo è?
– Il Voigt-Kampff? Il test che in men che non si dica sgama l’andro…
– Non intendevo quello. Non hai sentito quattro sportelli che si chiudevano giù in strada?
– No.
– Aspetta, aspetta. Blocca tutto.
Freccia sbirciò dalla finestra. Via Polese era deserta, neanche il fantasma del vento.
– Sei il solito paranoico – disse Schizzo.
Tornarono a guardare la registrazione.

* * *

– Allora, che ne dice di riprendere? – Una voce roca, segnata da un profondo distacco professionale dall’oggetto dell’esperimento e dalla sua sorte.
Lo sguardo dell’uomo sotto interrogatorio è risoluto, pronto a non recedere di un millimetro sul fronte di quella psico-guerra ingaggiata dai suoi aguzzini. – Ho altra scelta?
La voce fuori campo: – Non ne abbiamo mai una davvero…
Qualche rumore non meglio identificato. Forse un controllo scrupoloso alla Macchina v-k. Poi…
– I posti desolati non le sono mai piaciuti, ma stavolta ha osato spingersi in profondità nel Kipple, costeggiando la riva del fiume. Perché?
Una fluttuazione piccola ma improvvisa nell’emissione molecolare catturata dai polmoni della Macchina. La lancetta non si muove.
Il Sindaco sotto inchiesta mantiene la sua compostezza. Parla senza tradire emozioni. – Ha mai avuto la sensazione di vivere in un mondo di non-morti, zombie a spasso inconsapevoli della loro condizione?
– Non risponda con una domanda a una domanda, per favore.
– Magari volevo starmene un po’ per i fatti miei, o stavo cercando qualcosa. Chissà.
La lancetta si muove dalla sua tacca di riposo e percorre due terzi dell’arco sul quadrante di misura. Poi torna indietro. La pupilla si dilata.
– All’improvviso si imbatte in uno scarafaggio. – Parole scandite dal respiro della Macchina. – Avanza sulla melma incrostata, in cerca di qualcosa da mangiare. Ma lei lo calpesta. E resta a osservarlo mentre muore.
– Ho solo posto fine a una lenta agonia. Il Kipple lo avrebbe assimilato comunque, al termine di una agonia lenta e senza speranze…
Il presunto impostore non sembra cambiato, ma qualcosa è successo. L’Occhio Onniveggente della Macchina ha visto qualcosa, carpito uno spiraglio nella corazza delle sue certezze. La pupilla si è contratta. Il responso rossore ha indicato una reazione di stress. La lancetta si muove di un paio di tacche: senza arrivare ai margini della precedente escursione, fornisce un importante elemento di prova.
– Cambiamo scenario – decide la voce fuori campo, quasi a volere concedere un attimo di respiro al sospetto. La tortura psichica rende insopportabili questi momenti di quiete rarefatta e ingannevole, preludio all’imminente bombardamento memetico. – Ha animali domestici?
– Avevo un cane. Una volta.
– Vede questi graffi sulla mia borsa? Il mio gatto una volta ci si è rifatto gli artigli. Un istinto di natura che ha rovinato la borsa. Le piace?
– Dovrebbe?
– Vale un mucchio di soldi. È pelle di bambino. Cento per cento, pelle di vero bambino.
Silenzio. Gli indicatori restano fermi. Il presunto impostore appare come contrariato. Come se si stesse chiedendo cosa c’è stato di sbagliato nella sua reazione, se i modelli di individuazione della Macchina Voigt-Kampff non hanno rilevato niente di particolare…

* * *

Freccia e Schizzo erano immersi nella visione dell’interrogatorio quando la porta dell’appartamento si frantumò in un milione di schegge. Un nugolo di poliziotti armati fino ai denti prese d’assalto il locale, verificandone la sicurezza e neutralizzando in principio qualsiasi tentativo di resistenza da parte dei due occupanti.
Quando ritenne sicuro l’ambiente, il responsabile dell’operazione si sporse sulla soglia e fece cenno a qualcuno di entrare. Un uomo vestito con cappotto nero su un impeccabile completo Armani venne avanti. Sguardo sicuro, sorriso viscido. In un altro tempo e in un altro luogo si sarebbe parlato forse di commissario politico, ma quella era l’Italia, il prototipo della democrazia feudale, e di commissari politici non ce n’era davvero bisogno.
L’uomo in nero si soffermò sulle immagini che scorrevano sulla parete. Annuì compiaciuto.
– Bene bene – disse all’indirizzo dei due giovani. – Due piccioni con la classica fava. Mi dispiace avere interrotto la proiezione, ma sono qui per affari della massima importanza concernenti la Sicurezza Nazionale. Il video è requisito, costituisce una ulteriore prova a vostro carico. Fossi in voi comincerei a pensare a una linea di difesa davvero efficace. Fiancheggiare la rivolta delle pelli morte comporta l’accusa di terrorismo. E la Magistratura non è particolarmente clemente con i nemici della Nazione, di questi tempi.
– Ma… se quello che credete il Sindaco in realtà è… – provò a obiettare Schizzo, subito messo a tacere dal calcio di un fucile mitragliatore.
Nel video, la voce fuori campo stava dicendo, con tono che tradiva un’innegabile soddisfazione: – Può bastare così. Abbiamo finito.
L’uomo in nero si avvicinò al terminale e ne estrasse il disco traslucido. Lo fece sparire in una tasca, mentre voltava le spalle ai due giovani sottotiro. Poi, rivolto agli agenti, ordinò con tono perentorio: – Portateli via e ispezionate la casa. Non vorrei davvero rischiare di dimenticarmi dietro qualcosa.
Mentre veniva portato via insieme all’amico privo di sensi, Freccia non poté fare a meno di ripensare al Test. Forse a loro sarebbe stata risparmiata la pantomima predisposta per il presunto impostore, intrappolato in un subdolo meccanismo di annichilimento psicologico come simulacro di un simulacro.
Nell’auto che li portava in caserma, Freccia chiuse gli occhi e cercò di dimenticare l’espressione dello pseudo-Sindaco che era filtrata nella sua percezione durante l’incursione della polizia. Il volto barbuto aveva abbandonato la sua stoica imperturbabilità nella consapevolezza di una condanna di Stato. Senza appello.

James Graham Ballard

Posted on Aprile 20th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Fantascienza, Megafono | 2 Comments »

Se n’è andato anche lui.
Per me, è stato molto di più di uno scrittore da ammirare, è stato - lo è, lo sarà - la finestra aperta sull’immaginario partorito da quest’epoca che tenta con tutte le sue forze di negarci un futuro.
Dopo il vuoto scavato dall’apprendere la notizia, ho subito ripensato al suo “credo”:

Credo
nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro
di noi,
di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Anch’io, James, anch’io. E sono sicuro di non essere il solo a crederci.
Proveremo a emergere da questo mondo sommerso.

Vonnegut, la fantascienza e altre false amenità

Posted on Aprile 3rd, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Fantascienza | 8 Comments »

Grazie all’amico Jarok, mefistofelico tentatore col suo Bazaar, sono ventuto in possesso di una raccolta di articoli di Kurt Vonnegut, Divina idiozia, pubblicata da e/o nel 2000 nella collana Piccola biblioteca morale. Il primo articolo, guarda un po’, è quello famigerato in cui il buon Kurt prende le distanze dalla fantascienza.

Gli scrittori di fantascienza si incontrano spesso, si confortano e si lodano a vicenda, si scambiano fitte lettere lunghe più di venti pagine, si prendono sonore sbronze in compagnia, e in un modo o nell’altro si fanno grasse risate o si commuovono tutti insieme appassionatamente.

Bé, commovente è commovente, e anche un po’ terrificante: di ritorno da una Con - e su un libro comprato là - fa un certo effetto leggere queste parole. Ma andiamo avanti, il succo deve ancora venire.

Per un po’ ho scorrazzato insieme a loro, e ho avuto modo di apprezzare le loro anime generose e divertenti, ma adesso devo fare una dichiarazione sincera che li farà saltare sulle sedie: sono dei gregari. Sono una cricca. Se non fossero così gratificati dall’idea di far parte di una banda tutta loro, non esisterebbe una categoria chiamata fantascienza. Provano un gusto particolare a rimanere svegli la notte per cercare una risposta alla domanda: “Che cos’è la fantascienza?”. Tanto varrebbe chiedersi: “Che sono i massoni? E cos’è l’odine della Stella Orientale?”.

Parole tenere e durissime allo stesso tempo. Si può essere d’accordo o no, rimanere indefferenti o addirittura offesi, ma sono righe su cui vale la pena perdere un po’ di tempo a riflettere. Personalmente non le trovo poi così terribili, anche se il tempo - questa è la speranza - potrebbe smentire la tesi dell’uomo migrato su Tralfamadore sull’esistenza della fantascienza solo come loggia. Per la crime fiction, ad esempio, qui in Italia si potrebbe dire che è successo il contrario: che è cominciata a venire meno proprio quando si è amalgamanta sotto l’etichetta di “Giallo italiano”.

Eh, se ne possono pensare di cose così… a bizzeffe. Tanto varrebbe continuare a chiedersi nella notte: “Cos’è la fantascienza italiana?”.

Vonnegut conclude così, riferendosi ai pulp magazines: Nel frattempo, se si scrivono storie che sono deboli a livello di dialogo, motivazione, caratterizzazione e buon senso, si potrebbe fare di peggio che buttarci dentro un pizzico di chimica, fisica, e volendo anche un po’ di stregoneria, mescolare bene, e inviare il tutto a qualche rivista di fantascienza.

Oserei di più, buttamoci anche tutto il resto dello scibile. Da parte mia, Mr Vonnegut, le prometto che suderò sette camicie d’inchiostro per padroneggiare dialogo, motivazione e caratterizzazione. Di buon senso invece ce ne vorrebbe un intero diluvio universale che dissetasse il mondo.